Dardo | Al servizio di Cavour | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 179 Seiten

Dardo Al servizio di Cavour


1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-5527-352-3
Verlag: Morellini Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 179 Seiten

ISBN: 979-12-5527-352-3
Verlag: Morellini Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Quando il tenente Richerme lo fece picchiare a sangue dai suoi sgherri e cacciare dall'esercito, Bartolomeo Leseni non immaginava come sarebbe riuscito a vendicarsi di quel nobile. Non sapeva che sarebbe andato a servizio dal conte di Cavour, che questi lo avrebbe preso a benvolere, portato a Torino, fatto addestrare dalla polizia segreta e poi tenuto come suo assistente personale. Il conte gli affida compiti sempre più delicati perché la battaglia politica è aspra. C'è l'invio di truppe in Crimea, su cui l'Inghilterra insiste ma il governo è incerto; la legge di Rattazzi, che si sta rivelando un pantano perché i cattolici sono pronti a chiedere l'intervento del Papa. Poi il Re, che parla senza freni agli ambasciatori e allarma gli austriaci. E proprio su questo terreno deve lavorare Leseni, raccogliendo informazioni, svolgendo incarichi riservati e preparando l'azione di Cavour. Ma Richerme è ricomparso. E il ricordo ha risvegliato in Bartolomeo il desiderio di vendetta.

Fabrizio Dardo è uno psicologo della formazione. Lavora in una multinazionale ed è appassionato di storia e di musica. Vive a Torino. Al servizio di Cavour è il suo primo romanzo.
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Capitolo 1

Mercoledì 29 novembre 1854

Giornata ventosa, da camminare inclinati in avanti tenendo il cappello schiacciato in testa, con le falde della giacca a svolazzare come una bandiera. A Torino quell’aria fredda, di autunno inoltrato, aveva un odore denso di neve e fumo. Bartolomeo Leseni procedette col solito passo rapido e silenzioso. Ma quella mattina non ripassò mentalmente le attività del giorno. Quella mattina raccontò a sé stesso una storia. La storia di come avrebbe ucciso quel maiale in divisa di Richerme.

Lo aveva visto il giorno prima, per caso. Di sfuggita. Era lui. Non poteva che essere lui; quando lo aveva visto gli si era rivoltato dentro l’intestino. La pancia dice la verità prima della testa. Poi l’altro aveva svoltato e fine. Era scomparso come un topo.

Leseni continuò a escogitare piani per trovare Richerme e ucciderlo. E non si accorse di aver superato il cantone, dovette tornare indietro, perché il palazzo era all’angolo prima, maledizione, stava facendo tardi. Entrò nel cortile quasi correndo, dall’ingresso delle carrozze, già aperto a quell’ora.

Sapevano chi era, lo riconoscevano e non gli facevano domande. Era uno dei pochi così vicini a Sua Eccellenza, forse l’unico che veniva dal popolo. Per questo lo rispettavano. A palazzo. In città. Persino il re conosceva il suo nome e gli parlava, anche all’orecchio.

Attraversò il cortile e arrivò alla porta dello scalone che portava agli alloggi del Conte. Si levò il cappello e strofinò a terra le scarpe, per non fare imbufalire la Mariuccia, l’unica con il coraggio di sgridarlo. Fece un respiro, poi un altro ancora, ché non si andava a palazzo senza il giusto modo, infine entrò. Salì i gradini a due a due. Il valletto si era sporto dal parapetto con la solita aria agitata. Voleva dire che era quasi l’ora. Affrettò il passo e arrivò davanti alla camera del Conte, a fianco al valletto, che reggeva la brocca di acqua calda guardando fisso la porta in attesa della chiamata.

Bartolomeo cercò di riordinare i pensieri. Cosa avrebbe raccontato al presidente del Consiglio? Si faceva sempre quella domanda prima di entrare, per ricordarsi della fortuna che aveva e per darsi un po’ di ghëddo1. Ma non fece in tempo a farsi l’elenco delle cose da dire che già il Conte chiamava. Entrarono. La sedia per Leseni era pronta, con la Gazzetta del Popolo e un paio di lettere.

«Cominci per favore.» La voce acuta del Conte dava l’autorizzazione a sedersi, prendere la Gazzetta e leggere. Bartolomeo sfogliò, trovò la pagina, c’era il piccolo segno a matita. Cominciò da lì. Intanto il Conte, in giacca da camera, in piedi di fronte alla toeletta, stava annusando una piccola ampolla.

Farsi la barba era per Cavour un piacere lento. Indugiò davanti alla schiera di saponi, pomate e pennelli disposti a semicerchio e ordinò al valletto di preparare l’acqua emolliente a base di calendula. Immerse una salvietta nel bacile fumante, la strizzò, se la avvolse intorno al viso e si sedette sulla poltrona con gli occhi socchiusi e la testa appoggiata allo schienale. Il valletto intanto apparecchiò una piccola colazione sul tavolino a fianco alla poltrona. Leseni continuava a leggere.

Il tema di quel 29 novembre 1854 era la legge che Urbano Rattazzi, ministro degli Interni del governo presieduto da Cavour, aveva presentato il giorno prima alla Camera. Una legge scomoda, che colpiva i conventi e feriva i cattolici. Una legge che avrebbe portato problemi. Il Conte era seduto sulla poltrona, col viso avviluppato nell’asciugamano caldo, quando all’improvviso fece volare il telo umido sul letto: «Le reazioni Leseni, santa pazienza, che reazioni ci sono?»

Si alzò e andò davanti allo specchio a insaponarsi.

Leseni smise di leggere, si strinse l’attaccatura del naso tra pollice e indice e chiuse gli occhi per raccogliere le idee. Il Conte non amava risposte lunghe, bisognava colpire il bersaglio con una, massimo due frecce.

«I senatori cattolici sono sul piede di guerra. Ieri pomeriggio, in Senato, si sono tenute due riunioni, nello studio di monsignor Calabiana. Ho contato otto senatori alla prima e dodici alla seconda.» Leseni sapeva che il nome di Calabiana, vescovo di Casale, avrebbe catturato l’attenzione. Era il senatore cattolico più autorevole, molto stimato da re Vittorio Emanuele, combattivo. Se iniziava a muoversi così rapidamente, la battaglia poteva diventare complicata. Il presidente del Consiglio doveva difendere il suo ministro.

Cavour sorrise: «Un vescovo senatore è una benedizione in forma di spina». Aveva iniziato a radersi.

Leseni riprese: «Ho raccolto qualche informazione aggiuntiva. Sua Maestà sembra preoccupato di possibili reazioni da Roma. Teme che il Santo Padre sia fortemente contrario alla legge».

Cavour terminò la rasatura, si versò la colonia sulle mani e si schiaffeggiò il viso. «Calabiana ha incontrato il re?»

«Così mi hanno riferito, l’incontro è stato a Stupinigi.» Leseni fece una piccola pausa prima di dire «Stupinigi» perché sapeva che avrebbe infastidito il Conte. Il re scappava di continuo dalla sua amante in quella palazzina di caccia a un’ora di carrozza da Torino, e Cavour era contrario a queste fughe. Ma il fatto che Calabiana, subito dopo la presentazione della legge, fosse andato a Stupinigi, questa era una notizia. Leseni lo sapeva. Il suo mestiere era trovare notizie.

Cavour fece una pausa. Si voltò verso il tavolino della colazione, prese la tazza e bevve un sorso di cioccolata.

«Quindi Calabiana è andato e tornato da Stupinigi, poi ha parlato due volte con i senatori?»

«Sì.»

Il valletto aveva nel frattempo portato cravatta, gilet e giacca.

Cavour non commentò: «Chi incontriamo oggi?».

Per Leseni questo era il segno che l’informazione era stata apprezzata. «In mattinata Sua Eccellenza James Hudson, nel pomeriggio seduta alla Camera.»

Cavour finì la cioccolata davanti allo specchio mentre il valletto lo pettinava con poca acqua mista a colonia. Leseni salutò, uscì da una porta secondaria del palazzo e si incamminò in via Arcivescovado per andare a incontrare James Hudson, ministro plenipotenziario di Sua Maestà Britannica, e accompagnarlo dal Conte.

Ma anziché concentrarsi su chi stava per incontrare e ripassare qualche argomento di conversazione come avrebbe fatto normalmente, ricominciò a pensare a Richerme. Da quanto era a Torino? In quale comando? Dove erano i suoi alloggi? Svoltò a destra in via di Porta Nuova e andò quasi a sbattere contro uno spazzacamino, un ragazzino che non avrà avuto dodici anni, con l’asta sulle spalle e le spazzole legate in vita, che correva verso Borgo Nuovo. Il piccolo lo scartò con un mezzo salto: «Guarda dove vai, ciula2!». Gli sputò davanti ai piedi e lo superò di lato facendogli dei gesti con le dita della mano libera.

Bartolomeo si voltò fissandolo e il piccolo lo riconobbe, vivevano entrambi al Borgo. Il ragazzino sapeva chi era monsù3 Leseni. Si spense di colpo. Si tolse il berretto. Respirava forte. Aveva spostato l’asta e l’aveva portata lungo il fianco, come un’alabarda. Teneva l’altra mano nella tasca, spingendola verso terra, quasi a sfondare i pantaloni. Sporse leggermente il viso in avanti, esponendo la guancia sinistra per invitare Leseni a dargli lo sganassone nel lato che gli avrebbe fatto meno male. Bartolomeo sorrise. «Hai ragione tu, stamattina seguo le farfalle.» Si voltò e riprese a camminare. Il ragazzo rimase un attimo fermo, tirò indietro il viso, si inseguo attorno e poi corse via, per paura che l’altro ci ripensasse e per la voglia di raccontarlo.

Leseni sbucò in piazza Castello e vide arrivare i diplomatici inglesi, proprio davanti a Palazzo Madama. L’aria tersa faceva esplodere i colori e James Hudson e Edward Stewart rimasero alcuni minuti a osservare il giallo della facciata che sembrava risucchiato dall’azzurro del cielo. Leseni si avvicinò lentamente, osservando Hudson. Era un uomo alto e robusto, di eleganza ricercata ma scomposta, da persona troppo indaffarata per essere in ordine. Aveva una bizzarra avversione per il nodo della cravatta, che portava storto e allentato. Gli occhi celeste chiaro, erano contornati da sopracciglia esili, quasi invisibili. Lo sguardo era bonario, se non addirittura affettuoso. Le grandi orecchie, con i padiglioni che si piegavano leggermente verso l’esterno, parevano avvisare gli interlocutori del suo ascolto attento, capace di cogliere ogni dettaglio. Hudson si era accorto di essere fissato. Leseni si tolse il cappello accennando un lieve inchino.

«Eccellenza, un onore incontrarla nuovamente.»

Hudson, che parlava italiano correntemente, rispose gioviale: «Carissimo Leseni, questo non è autunno!». Lo disse indicando la piazza con un gesto ampio.

«La capitale del Regno di Sardegna è una meraviglia. Vorrei restare qui ad ammirare, ma temo che il Conte ci aspetti.»

Leseni fece un cenno rapido di saluto a Stewart, poi indicò il Palazzo delle Segreterie di Stato, sede dei ministri, e si incamminarono. Un sottufficiale di guardia andò loro incontro. Gli uomini di servizio avevano buona esperienza nell’intercettare i personaggi di riguardo e prendersene cura, l’ingresso a palazzo fu rapido e il sottufficiale condusse gli importanti visitatori allo studio del presidente del Consiglio facendoli accomodare sulle poltroncine nella saletta a fianco. Dopo pochi minuti si aprì la porta del Conte e si sentì la sua voce: «Hudson che fa, mangia tutti i cioccolatini?»

«No Conte, purtroppo non li avevo notati. Ma quando ci avrà congedati saprò dove...



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