Davis | Autobiografia di una rivoluzionaria | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 567 Seiten

Reihe: Indi

Davis Autobiografia di una rivoluzionaria


1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-3389-430-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 567 Seiten

Reihe: Indi

ISBN: 978-88-3389-430-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



«Non intendevo scrivere questo libro. Un'autobiografia, alla mia età, mi sembrava presuntuosa». Ma questa ragazza nera cresciuta nella provincia americana, studiosa di filosofia, allieva di Adorno e di Marcuse, militante comunista e vicina alle Pantere Nere, attiva nelle battaglie contro il razzismo e contro il sistema «militare- industriale carcerario» americano, a poco più di vent'anni era già una stella polare per i movimenti in favore dei diritti civili. E la sua autobiografia, dal momento della pubblicazione nel 1974, si è affermata immediatamente come un classico assoluto della controcultura. Autobiografia di una rivoluzionaria è un meraviglioso bestseller politico, una «narrazione esemplare», intima e collettiva, che è riuscita a trasmettere a milioni di persone il senso della solidarietà tra esseri umani e della lotta contro l'ingiustizia e l'oppressione del potere. Per chi ancora immagina che i libri possono cambiare le persone e le persone possono cambiare il mondo. «Angela Davis è un punto di riferimento per ogni donna o nero o detenuto che urli la sua rabbia». Dario Olivero, La Repubblica

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PREFAZIONE ALL’EDIZIONE DEL 2021


Quando ho scritto questo libro, non riuscivo a immaginare me stessa come autrice, specie di un’autobiografia. Quasi mezzo secolo più tardi, mantengo ancora le mie riserve sull’individualismo di fondo che sottende questo genere letterario. Oggi, di fronte alle serie ripercussioni dell’individualismo neoliberale, sono ancor più convinta che sia necessaria una critica implacabile della nostra tendenza a porre l’individuo al centro. Come già cinquant’anni fa, sono convinta che se non riusciamo a sottolineare adeguatamente come le nostre vite si producano esattamente nei punti di intersezione tra il sociale e l’individuale, finiremo per distorcere in modo essenziale il modo in cui viviamo e lottiamo in comunione l’uno con l’altro e con i nostri compagni non-umani su questo pianeta.

Nel rivisitare questo testo quasi cinquant’anni dopo averlo scritto, potrei chiamarlo «Memorie di una vita dedicata alla ricerca della libertà», o potrei dare risalto al titolo della prima edizione tascabile: «Con la mente rivolta alla libertà». Avevo in effetti qualche riserva a scrivere un’autobiografia già allora, ma oggi posso dire senza equivoci che sono molto lieta di aver affrontato la sfida di scrivere una storia collettiva che, alla luce del tempo trascorso, può essere più importante di quanto avessi sospettato allora. Il significato che percepisco adesso risiede precisamente nelle molte fluttuazioni e fratture all’interno dei movimenti antirazzisti di sinistra negli ultimi decenni. In questo senso, sarò eternamente grata a Toni Morrison, la mia editor di quegli anni, che ha insistito sull’importanza di un’, e senza il cui sostegno e la cui tenacia questo libro non esisterebbe. Nel soffermarmi sui ricordi del mio passato politico, mi torna in mente quanto io sia debitrice di Toni, non solo per questo libro e per i tanti altri di cui è stata editor, ma per la sua decennale amicizia e per i tanti modi in cui ha trasformato la nostra coscienza a livello planetario.

Mentre scrivo questa prefazione stanno emergendo diverse narrazioni incentrate sulle rivolte e le proteste organizzate che hanno fatto seguito agli omicidi di George Floyd, Breonna Taylor e molti altri, tutti causati dalla polizia; narrazioni che hanno contribuito a definire un periodo destinato a essere ricordato per la consapevolezza collettiva di un razzismo strutturale che si è cristallizzato durante la pandemia di Covid-19. Il mio contributo, come quello di molti altri che hanno tentato di narrare aspetti specifici delle lotte antirazziste nel secondo Novecento, ci aiuterà auspicabilmente ad assimilare meglio il punto in cui ci troviamo oggi. Nel comprendere i modi in cui le pratiche storiche delle quali ho scritto e le prospettive teoretiche che ne sono parte integrante vanno a situarsi, nel segno della continuità, all’interno delle lotte coraggiose contro la violenza razzista della polizia, contro il razzismo profondamente incorporato nel sistema carcerario, e contro il capitalismo razziale in senso più ampio, possiamo cominciare a riconoscere gli esiti a lungo termine di lotte che sono state portate avanti nel corso di intere generazioni. Anche se questi movimenti non hanno prodotto le trasformazioni strutturali che sappiamo essere necessarie perché le masse di lavoratori indigeni, neri, latini, mediorientali, asiatici e bianchi possano cominciare a godere dei benefici materiali e intellettuali della vita in una società industriale avanzata – o addirittura della vita su questo pianeta, a prescindere dal livello di sviluppo di una specifica regione – essi ci aiutano comunque a immaginare possibilità concrete per un cambiamento rivoluzionario di tale natura in futuro.

Questa storia dedicata ai movimenti radicali – come pure ad altri movimenti degli ultimi decenni del ventesimo secolo – ruota attorno al concetto di violenza di stato: la violenza della polizia, la violenza delle celle e delle prigioni, e il modo complesso in cui queste forme di violenza si infiltrano nelle comunità che prendono di mira, venendo spesso messe in atto dalle stesse persone che ne sono vittime. Proprio come i nomi di Trayvon Martin, Freddie Gray, George Floyd e Breonna Taylor saranno sempre impressi nella memoria dei contemporanei politicamente consapevoli, i miei compagni della California meridionale alla fine degli anni Settanta non dimenticheranno mai i nomi di Leonard Deadwyler, Gregory Clark e, ovviamente, di Jonathan e George Jackson. Com’è naturale, anche il nome di Emmett Till continua ad avere un’ampia risonanza. Durante il periodo di tempo coperto dalla mia autobiografia, eravamo pienamente consapevoli di non poter trattare questi casi come esempi isolati di violenza razzista di stato, e ogni volta che decidevamo di occuparci di un caso specifico sapevamo di doverlo analizzare in quanto esempio del razzismo strutturale che definiva la natura stessa dell’ordine pubblico e del razzismo da vigilantes che esso generava. Pur chiedendo che gli specifici responsabili fossero perseguiti – per esempio, che Warren B. Carlson fosse costretto a rispondere dell’omicidio di Gregory Clark davanti al sistema giudiziario vigente – non credevamo di poter sradicare i problemi profondi di un sistema poliziesco e carcerario razzista semplicemente usando i sistemi giudiziari e penali esistenti per affrontare questioni inerenti alle loro stesse strutture. Ciononostante facevamo affidamento su quei sistemi, perciò è vero che le nostre strategie presentavano delle notevoli contraddizioni. Ma poiché eravamo anche convinti che le nostre azioni fossero collegate agli sforzi globali per abbattere il capitalismo, queste forme di incoerenza non ci preoccupavano più di tanto. In realtà, eravamo assolutamente convinti che, prima di morire, avremmo sperimentato la fine del capitalismo e assistito all’inaugurazione di nuove modalità per creare sicurezza all’interno delle nostre comunità.

Ora, dalla prospettiva privilegiata del presente, la nostra ingenuità politica appare ovvia. Ma a quei tempi le nostre aspirazioni collettive erano rafforzate dalle lotte rivoluzionarie in tutto il mondo – dal Movimento popolare di liberazione dell’Angola, il Fronte di liberazione del Mozambico e il Partito africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo Verde in Guinea-Bissau al Fronte nazionale di liberazione in Vietnam e al rovesciamento del governo di Fulgencio Batista a Cuba da parte delle forze rivoluzionarie. E non solo c’era l’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche, insieme ai paesi socialisti dell’Europa orientale, ma anche la Cina, il paese più popoloso al mondo. Nonostante i conflitti intestini all’interno del blocco socialista, o Secondo Mondo – e le difficoltà interne di quelli che venivano allora definiti i paesi non allineati, o Terzo Mondo – nessuno avrebbe mai potuto convincerci che il futuro immediato del pianeta risiedesse al di fuori delle possibilità esistenti del socialismo. Era questo, credo, il contesto più ampio all’interno del quale va collocata l’incapacità di fare i conti con le contraddizioni insite, per esempio, nella nostra convinzione di poter coinvolgere il sistema giudiziario esistente perché perseguisse uomini dello stato, e per aver commesso degli atti che erano in realtà estensioni logiche dei sistemi che rappresentavano. Ma questo senso di collegamento con lotte rivoluzionarie di portata ben maggiore contribuiva anche a generare il tipo di passione collettiva che avrebbe potuto proliferare solo in un contesto come quello. Inoltre, la relativa maturità politica delle lotte contro la violenza razzista della polizia e contro quello che in un secondo tempo abbiamo cominciato a definire il complesso industriale carcerario, avviate all’inizio del ventunesimo secolo, ha chiaramente la propria base nelle sconfitte e nelle vittorie conseguite grazie agli sforzi dei movimenti di fine secolo scorso.

Nel 1988, quando è stata pubblicata la seconda edizione di questa autobiografia, ero ancora un membro del Partito comunista. Insieme a mia sorella Fania, agli amici e compagni Kendra Alexander e Franklin Alexander, e ad altri che erano stati membri attivi della campagna per la mia scarcerazione all’inizio degli anni Settanta, avevo deciso di rimanere nella San Francisco Bay Area dopo la conclusione del mio processo nel 1972. Quelli di noi che erano già membri del partito, e alcuni entrati a farne parte dopo il loro coinvolgimento nella campagna, lavoravano con vari circoli affiliati al partito stesso. Per via dei miei interessi filosofici e di attivista ne confronti delle modalità con cui la musica e altre forme artistiche contribuiscono a formare una coscienza sociale, mi iscrissi al Billie Holiday Club, i cui membri erano musicisti, artisti e persone che, più genericamente, coltivavano interessi di tipo estetico. In quello stesso periodo Kendra, una figura di grande rilievo in questa storia, era tra i dirigenti di partito del distretto della North Carolina, mentre suo marito, Franklin, continuava a essere coinvolto nelle battaglie sindacali a livello locale, oltre a essere tra i leader del Movimento nazionale antimperialista in solidarietà con la liberazione africana. Molti di noi lasciarono il Partito comunista nel 1991, dopo una serie di tentativi falliti di sviluppare alcune strategie di democratizzazione interna. Ad alcuni, che avevano partecipato attivamente allo sforzo collettivo per rendere la struttura interna del partito più permeabile a processi decisionali egualitari, fu vietata la possibilità di concorrere per ruoli dirigenziali. La nostra reazione coordinata consisté nell’abbandonare in blocco il partito e fondare un’altra organizzazione, i Comitati di corrispondenza, che alla fine divennero i...



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