De Michelis | La Grande Guerra di Dante | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 160 Seiten

Reihe: Finestre

De Michelis La Grande Guerra di Dante

Letteratura e identità nazionale
1. Auflage 2017
ISBN: 978-88-6243-337-2
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Letteratura e identità nazionale

E-Book, Italienisch, 160 Seiten

Reihe: Finestre

ISBN: 978-88-6243-337-2
Verlag: Voland
Format: EPUB
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La Grande Guerra per l'Italia fu il primo conflitto nazionale in cui combatterono con la stessa divisa sudditi del giovane Regno unitario con storie, culture e dialetti differenti, mentre altri italiani, dal Friuli o dal Trentino, combatterono con l'uniforme austriaca e vennero fatti prigionieri da eserciti alleati di quella che sarebbe poi divenuta la loro nuova patria. All'interno delle scritture di guerra e prigionia dei soldati austroungarici di lingua italiana si colloca la scoperta di un testo modellato sulla Divina Commedia. Dante, che s'immagina in visita nel campo di raccolta di Kirsanov, si presenta a questi soldati come guida nel loro Purgatorio di scampati alla morte e alla durezza della reclusione. Nelle parole e nei versi del poeta è rintracciata la materia condivisa grazie alla quale riconoscersi come nuova entità identitaria.

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1. GLI ITALIANSKI DI KIRSANOV


Ohi Russia vituperio delle genti

di quel paese là dove il ‘Da’ stona

quanti io vidi in te e quai tormenti.

(ERMETE BONAPACE, Del Purgatorio, 1, 49-51)

Per ripercorrere brevemente la vicenda dei soldati italiani di divisa austriaca – all’interno della quale si colloca l’esperienza di prigionia narrata nel testo di questa Divina Commedia irredenta – scelgo simbolicamente una periodizzazione che si discosta dalla vera e propria cronologia bellica, prendendo come termine a quo la partenza per il fronte orientale delle truppe austroungariche in seguito alla dichiarazione di guerra tra i due imperi sovranazionali di Austria-Ungheria e Russia (5 agosto 1914), e chiudendo con il 6 agosto 1919, giorno dell’inizio del viaggio di ritorno dall’Estremo Oriente di un soldato diarista trentino dei molti finiti in Cina, Alfonso Zenatti5: il giorno 6 agosto di ben cinque anni prima infatti quei soldati italiani del nord-est irredento erano partiti dalle loro valli trentine o dai loro paesi sul Mare Adriatico, “per difendere l’Imperator”, come cantano le parole di una straziante canzone anti-militarista che ricorda i tanti caduti italiani sul fronte orientale6.

Sono gli stessi diaristi a raccontare la partenza per la guerra e il lungo viaggio che li portò a Vienna e poi sul fronte orientale: ma ancor prima narrano dei sentimenti con cui accolsero la notizia della guerra e della leva, attraverso i testi che modellavano il loro immaginario davanti a quegli eventi. I più si sentivano tanto italiani quanto sudditi dell’Impero austroungarico e perciò tenuti a partecipare all’evento bellico per dovere civico; fuori da ogni ideologia irredentistica o filoaustriaca (la maggior parte della popolazione di quelle zone era fra l’altro scolarizzata, in quanto sotto l’Impero vi era già l’obbligo scolastico fino ai 14 anni7, e perciò aveva maggiori strumenti per esprimersi rispetto ai giovani soldati in grigio-verde)8.

Il primo degli autori della Divina Commedia irredenta è lo scultore trentino Ermete Bonapace (1887-1943), che nelle sue memorie9 racconta l’ambiguità del proprio legame con l’Austria attraverso il filtro dell’Aida di Giuseppe Verdi:

la musica dell’Aida si impresse nel mio spirito in circostanze del tutto straordinarie. Ne provai grande emozione, i dolori di Aida mi parvero i miei, non potevo essere né con l’Austria né contro l’Austria e non sapevo come lei se dovevo invocare i sacri numi per l’amante o per il padre. La romanza finale poi pareva fatta per me, me ne impossessai di colpo e me la canticchiai poi per tutta la campagna: “Morire sì bella e giovane, morire per me d’amore, per gli anni tuoi del fiore, fuggir la vita ma non morrai.”10

Bonapace allo scoppio della guerra si trovava a Roma, studente di Belle Arti, e dunque avrebbe potuto non presentarsi alla chiamata, eppure decise di mettersi in viaggio per partecipare alla guerra nonostante i dubbi restassero profondi:

Dunque che si fa? Da una parte, l’Italia, l’Arte, la libertà; dall’altra la pace (sic!), l’Austria, la guerra, la “canistra”11. No, no... – ma – Al mio paese son tutti richiamati fino ai 42 anni12, due dei miei fratelli compresi, ed io dovrei rimanermene freddo spettatore di tale sciagura? Mi apparve evidente l’egoismo. ...Mi vidi sozzo di vigliaccheria.13

Passato per il Trentino e arrivato in Austria scrive al fratello Ettore:

Meglio con un piede nella fossa che con la disperazione nel cuore, parto stanotte per la Galizia. Come uomo non osai sottrarmi a questa immensa sciagura, come artista ho bisogno di studiare la psiche umana in tutte le sue manifestazioni.14

La guerra è semplicemente accolta come comune “immensa sciagura”, e non contiene né i toni palingenetici di tanta letteratura di primo ’90015 né quelli epico-mitici che vedono nel conflitto mondiale un male necessario. Sotto questo profilo sicuramente i canti corali e i diari privati sono da considerarsi fonte privilegiata per intendere la reale percezione che i singoli soldati avevano degli eventi, in evidente contrasto con la retorica ufficiale:

A tutte le estese notizie che leggevo nei giornali d’Italia seguì improvviso un silenzio perfetto. Trovai nei miei compaesani un’ignoranza completa degli elementi in fermento, si credeva che ogni cosa finisse in sole minacce. Non si sapeva niente di niente e si dicevano molte cose; fra le quali sentii dire che molti reggimenti di bersaglieri italiani sarebbero già a combattere contro i Russi, a Trento si suonava l’Inno a Tripoli e noi gridammo indisturbati Viva Italia.16

C’è infatti da parte dei più colti consapevolezza della scarsa attendibilità delle notizie diffuse anche dagli stessi giornali, “sono questi in tutto il mondo i mezzi tattici per gabbare la povera gente”17, dimostrando al contempo sincera condivisione col popolo che stava andando in guerra. Anche Silvio Viezzoli (1889-1977), il secondo autore della parodia della Divina Commedia irredenta, nelle sue memorie annota infatti a questo riguardo:

Sui Carpazi, pochi giorni prima che fossimo fatti prigionieri, circolava la voce che l’Austria aveva ceduto all’Italia il Trentino, e che in cambio l’Italia avrebbe mandato al fronte russo quindicimila bersaglieri, che noi aspettavamo di giorno in giorno.

Storicamente si è dimostrato che “le false notizie in epoca bellica sono fenomeni quasi sempre spontanei, [...] catalizza[tori di] paure e desideri che allignano nella mente dei soldati”18, ma resta il fatto che i più colti percepissero l’incertezza e l’inattendibilità delle informazioni, elemento che si trasformava in atteggiamenti di sospetto e demotivazione tra i combattenti nei riguardi innanzitutto delle alte gerarchie.

Bonapace, nella descrizione della partenza per il fronte vero e proprio, propone una bella contrapposizione tra l’inno nazionale asburgico e le canzoni popolari risorgimentali, sentite evidentemente già come identitarie:

Le signore ci avevano decorato vagoni con fiori di montagna e bandierine, prendemmo posto alla meglio ed al canto di Serbi Dio19 che intonarono i cittadini, rispondemmo noi italiani per nostro conto con “Adio mia bela adio”20.

Sono questi i prodromi dell’iniziativa che di lì a circa un anno gli italiani prigionieri nel campo di raccolta di Kirsanov presero, indicendo un concorso per la composizione di musica e parole di un inno dei prigionieri irredenti21: il canto corale contiene infatti una valenza di resistenza intellettuale, come le altre attività artistiche, contro il disfacimento psicologico e intellettuale della guerra e della reclusione22. L’emergere anche in diari e memorie, lettere e scritture private, di riferimenti continui a grandi autori della tradizione letteraria italiana dimostra la pervasività di quei modelli nell’immaginario identitario di questi soldati, accanto a un repertorio culturale più popolare come quello dei canti risorgimentali o delle canzonette napoletane23.

Nelle scritture di guerra e prigionia di questi militari era infatti molto diffuso il

ricorso a tutte le possibili risorse letterarie (lingua e retorica) in loro possesso: ai ricordi di scuola (le letture scolastiche, I promessi sposi di Alessandro Manzoni, La Divina Commedia di Dante), alla religione (il Vangelo, la liturgia, le preghiere), ai fogli volanti dei cantastorie, ai libretti dell’opera lirica (le opere, innanzitutto, di Giuseppe Verdi, Aida, Nabucco, Ernani, Otello).24

Ermete Bonapace ripensò agli eventi che avevano condotto lui e i suoi commilitoni a quella guerra solo una volta fatto prigioniero25, nel campo di Omsk, e lì si dedicò alla scrittura del suo diario-memoria, quasi cogliendo l’eredità delle parole del Diario di trincea di Renato Serra: “– Poca voglia di scrivere – finché non si possa fare un po’ di bilancio: o chiusura.”26 Se infatti il fronte è il luogo dei diari, racconto spesso franto in istanti brevi di presa diretta dell’azione, altra invece è la condizione della prigionia in cui nascono queste memorie più distese. Il memoriale è un consuntivo, un riassunto di quanto accaduto, un giudizio a posteriori e valutativo degli eventi, magari scritto, come nel caso di Bonapace, grazie a un cambiamento di condizione (ad esempio prigionia, malattia, eccetera...)27. La prigionia inoltre è di per sé uno stato esistenziale rallentato rispetto alla guerra: una pausa dell’azione che, per quanto forzata, permette di fare se non una chiusura, un bilancio almeno della situazione bellica appena interrotta. La prigionia, con i suoi tempi lenti e forzatamente riflessivi, si presenta nei fatti come occasione d’incontro tra culture e lingue differenti, di confronto col nemico, e quindi anche di conoscenza del diverso. Si pensi ad esempio a come Bonaventura Tecchi di fatto imparò bene il tedesco proprio durante la sua prigionia nel lager di Celle, per poi diventare uno dei massimi germanisti...



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