E-Book, Italienisch, Band 123, 433 Seiten
Reihe: Nichel
De Rosa La teoria del salto
1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-3389-630-4
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, Band 123, 433 Seiten
Reihe: Nichel
ISBN: 978-88-3389-630-4
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
è uno psichiatra ed è autore di numerosi saggi sulla follia come strumento di manipolazione dei processi, tra cui I medici della camorra (Castelvecchi 2011) e La mente nera (Sperling & Kupfer 2014). Nel 2018 è uscito per Rizzoli il suo romanzo L'uomo che dorme. Nel 2022, per Giulio Perrone Editore, ha scritto A Salerno. Psicologia insolita di una città sospesa. Con minimum fax ha pubblicato Italian Psycho (2021) e Quando eravamo felici (2023).
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«Potremmo far esplodere un’anatra con della dinamite».
All’inizio Philippe Halsman pensava che quelle trovate fossero provocazioni rese ancora più bizzarre dal modo di parlare: un po’ inglese, un po’ francese, un po’ spagnolo. Poi, col tempo, ha capito che no, non sono provocazioni. E adesso che lo vede mentre osserva il set con una mano che gli regge il mento, con gli occhi febbrili, sa che Salvador Dalí, in quell’attimo preciso, sta pensando solo a dove reperire, in una mattina del 1948 a New York, un’anatra e un po’ di dinamite.
«L’anatra no, non è una buona idea. La dinamite non è un modo tipicamente americano di giocare con le anatre». Halsman sistema con cura sulla scrivania la Halsman-Fairchild.
Si avvicina alle tendine tirate della finestra, ha il passo lento e fiducioso. Sorride a Irene, sua figlia, che sta sbadigliando. Con la mente è alla ricerca di altre idee.
Dalí lo riporta sulla scena che stanno cercando di rappresentare: «Come vuoi. Riproviamo con i gatti. Però utilizziamo il latte al posto dell’acqua, che ne dici?»
La normalità, per Halsman e Dalí, è valicare i limiti della consuetudine. Riescono a farlo insieme perché Salvador non ha mai voluto essere un fotografo e Philippe non ha mai avuto l’impulso di prendere un pennello in mano.
Se c’è una cosa che Halsman ha imparato ad apprezzare di Dalí è la capacità di dare forma all’inconscio. Se negli altri un sogno svanisce nell’istante in cui le palpebre tornano ad aprirsi, con lui un’esperienza onirica si trasforma in un’opera di gesso, in un quadro, in una forma d’arte qualsiasi. Lo affascina la capacità di svelare le emozioni nascoste. Chi delira è sopraffatto dal delirio stesso. Dalí, il delirio, lo domina, lo dosa, lo sovrasta. Il panico, le fobie, i travisamenti del reale. Lui manipola tutto, rielabora tutto. Architetta nuove soluzioni che chiunque altro ignorerebbe. La cosa che gli piace di più, di Salvador, è la capacità di essere sempre con un piede dentro la follia e l’altro saldo nella terra della razionalità.
Halsman si tocca gli occhiali e scarta anche l’idea del latte: «Sprecare latte adesso? Dopo che, per anni, trovare cibo è stato così complicato? Sarebbe una provocazione inutile».
Philippe e Dalí sono alla ricerca del punto di fusione fra due ossessioni antitetiche: svelare quello che è latente e riuscirci attraverso le immagini.
Halsman, con le fotografie, indaga l’essenza dell’uomo. Scandaglia l’anima attraverso quegli scatti. Alla morale, al Super-io, alle regole preferisce le pulsioni. Demolisce ogni sovrastruttura che provi a insinuarsi fra un soggetto e la sua arte. Dalí, invece, ha incontrato Freud a Londra, dieci anni prima, ma ha abbandonato ogni suggestione psicoanalitica. Adesso il suo approccio alla realtà è filtrato dalle teorie di Einstein, dalla fisica nucleare, dai quanti. Il 6 agosto 1945, con Hiroshima e Nagasaki, sono stati bombardati anche il suo cuore e la sua testa. Dopo aver dilatato i sensi, dopo aver catturato i sogni, vuole rappresentare l’eleganza delle leggi della fisica. Gli assilli di Salvador sono lo spazio, il tempo, le meraviglie dell’uomo, tutto quello che è infinitamente piccolo, parole come e .
, il quadro che Philippe Halsman sta guardando e a cui Dalí sta lavorando da oltre un anno, è la sintesi di un tormento in cui il misticismo si è mischiato all’atomo.
Salvador è entrato nel tempo atomico. Quando Halsman gli ha chiesto: «Perché?», la risposta è stata quello che sarebbe diventato un manifesto: «Sono un uomo dell’era atomica, devo essere anche un pittore dell’era atomica».
Oggi, sul set fotografico che hanno allestito assecondando i loro istinti artistici, devono sfidare un equilibrio fisico, trovare il millesimo di secondo che ritragga l’esatta proporzione fra un’epoca incerta, precaria e i movimenti incerti, precari della materia. Si tratta di rappresentare, in uno scatto, il Dalí atomico. Di sottrarre gli oggetti al proprio peso. Ecco perché Salvador gli ha suggerito di far saltare in aria un’anatra.
Lo sguardo di Halsman si posa prima sui colori scuri ai margini del dipinto, poi su un dettaglio: la fede. Leda è nuda, circondata da un alone luminoso che la rende magica, pura.
Leda è Gala. Leda che porta la fede, che è posta su un piedistallo come una prescelta, che quasi levita, come levita l’antimateria. Gala che Dalí ha incontrato per la prima volta quando era sposata. E poi quel cigno enorme. Nella mitologia greca, il cigno è Zeus che si è trasformato in animale per possedere Leda durante la prima notte di nozze. Dalí ha proiettato la propria relazione con Gala su quella fra il re degli dei e la regina di Sparta. Quel cigno, nel quadro, è Dalí disposto a tutto pur di prendersi Gala.
Sembra che nulla abbia senso, invece Halsman il senso lo riconosce. è l’ennesima grande sfida di Salvador: trovare una lingua in grado di creare una visione metaforica dell’anima e, allo stesso tempo, di legare le immagini della mitologia alla scienza, alla fisica. Come se il tempo fosse una gigantesca illusione mitica.
Halsman lo sa. A guardare i lavori di quello che non può ancora considerare un vero amico ma che, ci scommette, lo diventerà prestissimo, è difficile restare indifferenti, provare reazioni timide, accennate. Spesso, anzi quasi sempre, davanti alle opere di Salvador si prova disagio. Invece Philippe pensa che quelle opere siano in grado di attivare i più tortuosi percorsi della mente.
Sì, certo, la produzione artistica di Dalí è, in qualche modo, figlia della sua salute mentale. Ma dov’è il confine tra genialità e follia?
Gli occhi di Philippe sono ancora puntati su . Si posano sugli oggetti rappresentati nel quadro. Un libro, che rimanda alla fonte mitologica. La conchiglia. Tutto sfida la gravità. Tutto fluttua nell’aria sorretto da un’armonia misteriosa.
Un secchio pieno d’acqua, tre gatti e una corda di pianoforte.
Halsman vuole sollevare dal pavimento ogni oggetto inanimato presente sul set. Con la corda ha legato quadro, sgabello che lo sostiene e cavalletto. Yvonne, sua moglie, tiene in mano una sedia che deve comparire nel lato sinistro dell’inquadratura, in primo piano, inclinata di quarantacinque gradi. Un’assistente lancia l’acqua, altri due lanciano i gatti. Irene è pronta a rincorrerli e ad asciugarli dopo ogni scatto.
Philippe conta fino a quattro. Al segnale, i gatti e l’acqua irrompono nel campo fotografico. Contemporaneamente Dalí deve saltare più in alto che può. Creare, per Halsman, vuol dire contrapporre il mondo emerso a quello sommerso, che deve sfondare i confini imposti dalla coscienza e manifestarsi.
Il problema è che catturare in uno scatto la vera essenza di Salvador Dalí è un’impresa metafisica. Lo sa, ci ha provato tante volte. La prima, nel 1941: lo fece salire su un tetto di New York. Oggi gli ha chiesto di saltare perché quando si chiede a qualcuno di farlo, la sua attenzione è tutta nel salto, la maschera cade e quello che resta è la persona per quello che è: reale.
Uno, due, venti, venticinque.
Ad ogni scatto, Halsman si è ritirato nel laboratorio per sviluppare la foto mentre gli altri pulivano il set.
Una volta l’acqua ha colpito Dalí invece dei gatti. Un’altra volta Dalí è saltato troppo tardi. Poi l’acqua ha coperto la faccia di Dalí, poi la segretaria è entrata nella foto. In uno scatto i gatti erano in asse perfetto, ma l’acqua, di nuovo, ha oscurato Salvador.
È strano. Negli anni di Parigi si sono incontrati solo una volta, per caso, in un circolo surrealista. Ma chissà quante volte Dalí sarà passato davanti allo studio di Philippe al 22 di Rue Delambre, a Montparnasse. Oppure avrà visto la mostra fotografica di Man Ray alla Galerie de la Pléiade dove anche Halsman ha esposto le sue opere. Invece si sono conosciuti a New York. Quando entrambi erano emigrati nel Nuovo mondo, e dopo che tutti e due, ormai molti anni prima, avevano vissuto l’esperienza del carcere.
Al ventiseiesimo scatto, Halsman esce dal laboratorio per raggiungere gli altri. Guarda l’orologio che porta sul polsino sinistro della camicia, sono tutti lì da cinque ore. Sorride.
Il cavalletto è da una parte, dall’altra, sospesa a qualche centimetro dallo sgabello. Dalí galleggia nell’aria. La sua ombra, in un punto, è confusa con quella del cavalletto, e sembra che i due corpi si fondano. Il pennello che Salvador stringe si vede benissimo, è un po’ spostato verso la sedia che occupa la parte sinistra della fotografia. In primo piano, il flusso d’acqua curva proprio dove deve e disegna una parabola strana. Perfetta. La luce passa attraverso la cornice vuota, è quello che Philippe aveva in mente. Il viso di Leda è coperto. Sembra che due gatti volanti si azzuffino. Il terzo, quello che andava lanciato come ad attraversare il getto d’acqua, pare sorretto in aria da un fiotto composto da molecole di idrogeno e ossigeno. Tutti gli oggetti ripresi sembrano immobili, in una contemporaneità di gesti che dà luogo a un tempo che esiste solo in quel momento, solo nella foto.
Ecco cosa stava aspettando Philippe.
L’atmosfera sospesa, il caso perfetto, il bagliore dell’essenza umana, il mistero che tiene insieme le forze di attrazione e repulsione delle singole particelle che compongono la materia, che altro non sono se non le singole particelle che...




