E-Book, Italienisch, 296 Seiten
Reihe: Intersezioni
D'Eaubonne Le donne prima del patriarcato
1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-80097-97-2
Verlag: Nova Delphi
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 296 Seiten
Reihe: Intersezioni
ISBN: 979-12-80097-97-2
Verlag: Nova Delphi
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Questo libro, uno dei testi più importanti di Françoise d'Eaubonne, offre una prospettiva unica sul ruolo delle donne nella Storia, ruolo troppo spesso sminuito dagli studiosi. Attraverso un'analisi approfondita che si snoda tra scoperte archeologiche, antropologia e studio di miti e leggende di ogni parte del mondo antico, d'Eaubonne ci regala un ritratto sorprendente delle donne e delle lotte che le hanno viste protagoniste nel corso dei secoli, mettendo in rilievo come il patriarcato non abbia nulla di 'naturale' e non sia affatto innato nel genere umano: si è affermato come sistema di oppressione dopo una strenua resistenza da parte delle donne. Gli indizi di questa contesa sono ovunque: nei miti dei popoli così come nelle testimonianze delle società in cui le donne stesse hanno rivestito un ruolo di primo piano.
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Introduzione
La divisione tra i sessi è una divisione fondamentale
che ha gravato sulle società fino a un punto che non sospettiamo.
Noi abbiamo fatto la sociologia degli uomini,
e non la sociologia delle donne o dei due sessi.
Marcel Mauss
L’errore di Johann Jakob Bachofen è di aver confuso le società matrilineari con il matriarcato; ciò grava ancora pesantemente sulla concezione storica dell’evoluzione umana.
Siamo rimasti fermi a una contrapposizione semplice e dualistica: o patriarcato, o matriarcato. O il maschio ominide è stato da sempre capo famiglia, padrone della o delle donne, con tutte le strutture secondarie che implica quest’asse familiare e sociale, oppure prima sarebbe esistita una forma di comunità umana, o di cultura, incentrata sulla donna e sulla sua fecondità; ella avrebbe allora regnato incontrastata, divinizzata con il nome di Grande Madre, padrona della Terra e degli uomini, prima della nascita del patriarcato.
Perché queste due forme estreme di rapporto tra i sessi esauriscono tutta l’immaginazione umana? Come mai, alla luce dei lavori di Margaret Mead, per non citarne altri, non si è cercato di scoprire nel nostro passato delle forme intermedie che l’osservazione degli indigeni del Pacifico dimostra possibili? E nell’antichità più conosciuta, la più studiata, non esistono abbondanti prove di culture umane che, anche se passate al dominio maschile, difficilmente possono essere definite “patriarcali a tutti gli effetti” e sono piuttosto delle transizioni tra il patriarcato propriamente detto – quello dei tempi moderni – e qualche altra cosa?
Da parte nostra, oggi siamo certi che il patriarcato, schema universale della società planetaria – a parte qualche eccezione, come le subculture analizzate da Margaret Mead e Helmut Schelsky per esempio – si basa su due scoperte essenziali dell’antichità: la successione dall’agricoltura femminile a quella maschile, una successione piuttosto recente, e più tardi ancora la conoscenza sconcertante (che certe popolazioni, come i Trobriandesi, ancora non hanno acquisito) del processo della fecondazione e della parte che vi gioca il padre. Anch’essa giunta relativamente tardi.
Questa scoperta non è avvenuta ovunque allo stesso tempo, naturalmente, così come più di cinque secoli almeno separano l’apparizione dell’aratro-fallo in Mesopotamia e in Occidente. Come già segnalato da Simone de Beauvoir ne Le Deuxième Sexe (trad. it.: Il secondo sesso), vi sono “verità nuove” che l’Apollo delfico lancia vittoriosamente contro le Eumenidi quando difende Oreste: il quale ha ucciso soltanto una straniera uccidendo sua madre; la donna non è altro che la terra che riceve il seme e lo nutre. Le leggi di Manu1 riprendono, quasi parola per parola, questo patrocinio fallocratico. La legge patriarcale cancella quella della Madre, con l’aiuto delle stesse metafore agricole; dovunque in Occidente, a partire dall’epoca ellenica, e in Medio Oriente, con il codice di Mosè, sarà ripresa la stessa argomentazione, fino alla scrittura del Corano, il più recente dei libri sacri; da Apollo a Maometto verrà riaffermato che la Grande Madre, l’antico principio di Vita che dispensava, in quanto simbolo del Ventre e della Tomba allo stesso tempo, adorazione e terrore sacro insieme, ormai altro non è che semplice terra da lavorare, solco da seminare, campo che si possiede e si calpesta sotto il tallone.
Il decadimento dell’antica sovrana comincia con la scoperta della paternità; prima di questa certezza biologica, né il possesso delle tecniche agricole né, successivamente, quello della terra, avevano portato al crollo totale del potere e della sacralità del sesso femminile. Anche se non regnò che raramente e localmente nella maniera assoluta creduta da Bachofen, la donna non precipitò improvvisamente nella schiavitù patriarcale quando l’agricoltura divenne appannaggio maschile, né lo fece ovunque allo stesso tempo. August Bebel, sulle orme di Bachofen, ha ben evidenziato il grave danno arrecato alle donne dal dominio maschile sui beni della terra, ma non è stato in grado di distinguerlo dalla tappa successiva; egli credeva “decisiva” quell’appropriazione economica e la chiamava “la grande sconfitta” delle donne, allo stesso modo in cui ai giorni nostri Wolfgang Lederer la definisce come “il grande rovesciamento”. Il crollo definitivo invece avrà luogo molto più tardi.
Durante il periodo che sembra separare le due scoperte fondamentali del patriarcato, noi potremo inserire col nome di “semi-patriarcati” le civiltà nilotica, cretese, ionica e perfino celtica, dove le donne esercitano alte funzioni, godono di notevoli libertà, occupano “una posizione di grande rilievo”2 e dove, tuttavia, la cellula familiare già esiste e poggia sull’uomo, il padre, anche se i suoi poteri coniugali, paterni ed economici sono ripartiti e rispettati in modo molto ineguale.
Qui è interessante ricordare come la completa conoscenza scientifica del fenomeno della procreazione sia recente nella scienza occidentale. Dopo l’antica credenza nella responsabilità totale del maschio, la questione sarà riconsiderata e, oggetto di polemiche, resterà a lungo incerta. Fino al 1906, data in cui l’insegnamento adotta la tesi della fecondazione dell’ovulo da parte di un unico spermatozoo e la collaborazione di entrambi i sessi alla riproduzione, mentre la Facoltà di Parigi la proclama una verità ex cathedra, i medici si dividevano ancora in due campi: coloro che credevano, come Claude Bernard, che la donna solamente detenesse il principio della vita, come i nostri avi delle società prepatriarcali (teoria ovista), e coloro che immaginavano, allo stesso modo di certe popolazioni indiane attuali citate da Lederer,3 che l’uomo emettesse con l’eiaculazione un minuscolo omuncolo perfettamente formato, che il ventre femminile accoglieva, nutriva e accresceva, così come l’humus permette al grano di crescere.
La condizione universale di subordinazione del sesso femminile era eccessivamente basata su una tradizione secolare, sostenuta allo stesso tempo dalle religioni, dalla morale e dallo sviluppo delle tecniche di produzione nate nell’Età del bronzo, e poi anche dell’industria, perché queste dotte e tardive discussioni potessero rimettere in dubbio il posto della donna nella società cosiddetta “civilizzata”. L’oppressione del sesso femminile era estremamente necessaria a questo sistema. Eppure, è lecito pensare che se la scienza ufficiale riconosce nel 1906 la partecipazione dei due sessi alla procreazione, questa acquisizione coincide con un’epoca in cui grandi personalità femminili di primo piano e l’agitazione nascente delle suffragette, la loro spinta rivoluzionaria, indicano all’orizzonte culturale una possibilità: quella dell’eguaglianza dei sessi. Nessuna scienza può definirsi “pura”, le sue tappe sono legate a quello che succede nel mondo e alla prova di forza che si gioca continuamente tra categorie antagoniste, etnie, classi o sessi.
Diviene sempre più impellente riconsiderare le prime società umane e, in questo modo, l’evoluzione del rapporto tra i sessi se si vuole respingere il dualismo primario di questa contrapposizione radicale “patriarcato-matriarcato”; e, soprattutto, se si riconosce che non vi sono argomentazioni per sostenere che il mondo sia stato “sempre” patriarcale, né che l’importanza del “femminile” si sia fatalmente espressa, allora, secondo le stesse strutture di quel maschile da cui sarebbe sorto successivamente il patriarcato. Al contrario sembra molto più logico che la rilevanza della donna abbia avuto le proprie forme, una propria sensibilità, strutture sue proprie, e non ricalcate sul modello maschile. Come identificarle, come percepirle? Ricorrendo allo studio dei miti e a quello delle tecniche che, del resto, ci rimandano gli uni agli altri. È attraverso di essi che noi possiamo comprendere il passaggio insidioso o la cesura improvvisa che separa due tappe caratterizzate dalla preponderanza dell’uno o dell’altro sesso (vedremo in tal modo come il passaggio dall’agricoltura femminile con la marra all’agricoltura maschile con l’aratro corrisponda al cambiamento di sesso del Serpente divino, che da femmina che era diviene maschio).
La scoperta dell’agricoltura da parte delle donne è di una importanza talmente rilevante per l’evoluzione storica che, a buon diritto, si rimane sopresi nel vedere come la ricerca antropologica ne ignori la portata. La gran parte degli autori, tuttavia, la ammette, ma non per questo sembra sospettare che tutta una parte del passato debba essere rivista alla luce di questo accadimento di dimensione capitale.
Ishtar e Cibele, Demetra e Cerere, Afrodite, Venere e Freya non sono che delle personificazioni relativamente moderne delle antiche dee della terra la cui fecondità produceva la fertilità dei campi; il sesso di queste divinità rivela che in origine l’agricoltura e la donna erano strettamente legate. Quando l’agricoltura diventò l’occupazione principale dell’umanità, le dee della vegetazione regnarono senza concorrenti. La maggior parte dei primi dèi appartiene al gentil sesso; la promozione di dèi maschili allo stesso rango fu senza dubbio il riflesso celeste della vittoria della famiglia patriarcale.4
Ecco il tipo stesso di...




