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E-Book, Italienisch, Band 1, 300 Seiten

Reihe: Altrecose

Dererer Mostri

Distinguere o non distinguere le vite dalle opere: il tormento dei fan
1. Auflage 2024
ISBN: 979-12-81729-09-4
Verlag: Altrecose
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Distinguere o non distinguere le vite dalle opere: il tormento dei fan

E-Book, Italienisch, Band 1, 300 Seiten

Reihe: Altrecose

ISBN: 979-12-81729-09-4
Verlag: Altrecose
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



In un libro generato da un lungo pezzo pubblicato sulla Paris Review nel 2017, mentre nasceva il movimento #MeToo, e subito diventato virale e discusso, Claire Dederer coinvolge i lettori nel chiedersi: come dobbiamo convivere, oggi, con le opere di artisti (ma anche artiste) «mostruosi»? Possiamo e dobbiamo ancora amare le opere di Hemingway, Allen, Polanski, Miles Davis, o Picasso? I geni - che chiamiamo anche «mostri» di bravura - meritano un trattamento speciale? La responsabilità maschile è identica a quella femminile, e che cosa può far deragliare il giudizio quando l'artista è una donna, come nel caso di J.K. Rowling, o di Virginia Woolf? Dederer ammira con coinvolgimento certi film di Polanski ogni volta che li vede, ma non gli concede indulgenze o attenuanti sugli abusi: si può convivere con questa contraddizione? Sono tutte domande protagoniste di questi anni e di quelli che verranno, sui giornali e nei dibattiti in tv, ma anche negli uffici che frequentiamo ogni giorno, a cena con gli amici, e nelle nostre coscienze. Le risposte non sono mai nette, per Dederer, e proprio questo le rende delle risposte preziose e soddisfacenti. Illuminante, onesto e mai così attuale, Mostri è un libro scritto come una conversazione con chi legge, ricco di divagazioni interessanti, che aiuta a pensare e a discutere.

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Prologo


Lo stupratore di bambini


Tutto iniziò nella piovosa primavera del 2014, quando mi trovai impegnata in uno scontro solitario – ok, immaginario – con un genio spaventoso. Mi stavo documentando su Roman Polanski, con l’intenzione di scrivere un libro su di lui, e la scoperta della sua mostruosità mi sbalordì. Era una mostruosità colossale come il Grand Canyon, enorme, vuota e piuttosto incomprensibile.

Il 10 marzo 1977 – sono dettagli che ormai so a memoria – Roman Polanski portò Samantha Gailey a casa del suo amico Jack Nicholson, sulle colline di Hollywood. La spinse a entrare nella Jacuzzi e a spogliarsi, la drogò con dei sedativi, la accompagnò fino al divano, la penetrò, cambiò posizione, la penetrò analmente, eiaculò. La mia mente aveva registrato l’intera sequenza, ma mi rimaneva un semplice fatto: lo stupro anale di una tredicenne.

Eppure. Benché sapessi ciò che Polanski aveva fatto, continuai a guardare i suoi film. A esserne avida. Per tutta la primavera e l’estate del 2014 li guardai come se la loro bellezza costituisse un monumento a sé stante, impenetrabile dalla mia consapevolezza del crimine commesso da chi li aveva diretti. In teoria non avrei dovuto apprezzare le opere di Polanski. Men che meno la persona, che era oggetto di boicottaggi, denunce, indignazione. Eppure eccomi seduta in soggiorno a guardare , , .

Difficile immaginare una scena più domestica e rassicurante. La mia casa si trovava in mezzo a un campo in mezzo a un bosco in mezzo a un’isola dove i reati erano quasi inesistenti. Il soggiorno, esposto a sud, era invaso dalla luce perfino nel più buio pomeriggio della costa nordoccidentale degli Stati Uniti. La stanza era arredata un po’ a casaccio – male, diciamolo pure – e zeppa di libri e quadri. Era il tipico ambiente in cui, nell’immaginario comune, si annida chiunque faccia un lavoro culturale, o quantomeno chiunque ami la cultura. Faceva pensare che si potesse risolvere ogni problema con profonde riflessioni e un’etica ben ponderata. Era la stanza di un’umanista. Anzi, la si sarebbe potuta considerare un lascito diretto dell’illuminismo. Un po’ troppo significato da attribuire a una stanza, soprattutto se le librerie sono di Ikea. Ma lì dentro non c’erano dubbi: tutto poteva trovare una soluzione grazie alla sola forza del pensiero.

Era con questa disposizione d’animo che mi apprestavo a guardare i film di Roman Polanski, o meglio, a risolvere il problema Roman Polanski: il problema di amare qualcuno che aveva fatto qualcosa di tanto orribile. Volevo essere una consumatrice consapevole, una femminista irreprensibile, ma anche un’abitante della cittadella dell’arte, una donna tutt’altro che di mente ristretta. Il dilemma consisteva nell’individuare una linea di condotta in accordo con questo duplice imperativo apparentemente contraddittorio. Ero sicurissima che il problema si potesse risolvere. Dovevo solo rifletterci meglio. Cominciai a guardare i primi film, a partire dal , girato quando Polanski era appena uscito dalla scuola di cinema. L’avevo già visto quando ero al college: un film bellissimo e terribile. Mi aveva spaventata e confusa. E a rivederlo dopo tanti anni, provai le stesse sensazioni. Poi passai all’, , , . Tutti film che avevo visto molte volte. Mi aspettavo che la mia percezione sarebbe stata completamente alterata dalla consapevolezza di ciò che Polanski aveva fatto a quella ragazzina, ma non andò così. La consapevolezza si limitava ad aleggiare.

Dopo essere stata rapita dai grandi film degli anni Sessanta e Settanta, guardai anche quelli più recenti. , un film che a quanto pare non ha visto nessuno tranne i cinefili, in cui Ewan McGregor recita la parte di un ghostwriter assunto per riscrivere l’autobiografia di un ex primo ministro britannico, interpretato da Pierce Brosnan, e – guarda un po’ – non tutto è come sembra. Il film potrebbe essere un thriller stereotipato, ma nelle mani di Polanski si fa subito più bizzarro e interessante. Si apre con un’immagine che mi confuse e mi lasciò senza parole. Che cosa rende così perfetto e magistrale quel fotogramma? In fondo non mostra nulla di particolare: un’auto solitaria nelle fauci spalancate del ponte di un traghetto. Ma c’è qualcosa di sinistro. Mentre scrivo mi appare l’immagine e ne sento ancora la bellezza feroce e implacabile.

In qualche modo è stato quel dettaglio così alla Polanski – non il fiume Los Angeles in , non l’allegra e minacciosa «moscia» al cioccolato di , non Catherine Deneuve che in cerca di attraversare il corridoio in camicia da notte trasparente – a farmi davvero la sua grandezza. Un semplice dettaglio di un film passato in sordina, che tuttavia mi ha dato i brividi. Perfino i momenti sottotono di Polanski brillano di genio, come perle gettate ai suoi detrattori.

Se amo ancora i suoi film non è perché l’ho perdonato. Il perdono non c’è mai stato, anche se mi sono chiari le circostanze e il contesto: all’epoca il sesso tra un uomo adulto e un’adolescente non era così fuori dall’ordinario, ne parlavano anche le canzoni e i film; Samantha Gailey ha detto di averlo perdonato; Polanski stesso è una vittima: sua madre morì ad Auschwitz, suo padre fu detenuto a Mauthausen e sua moglie, incinta, fu trucidata dalla Manson Family. Che la storia personale di Polanski sia piena di orrore non è in dubbio: ha vissuto due orrori del XX secolo. Ma questo non mi ha spinto al perdono; non ho soppesato la questione per poi stabilire che, considerate le attenuanti, il crimine non era poi così grave. Il punto, semplicemente, è che volevo vedere i suoi film perché erano dei grandi film.

Continuavo a ripetermi che Polanski era un genio, fine della storia, problema risolto. E tuttavia, mentre scorrevano i fotogrammi, non potevo ignorare qualcosa di fastidiosamente simile a una fitta. Peggio di una fitta, a dir la verità. La voce della coscienza non mi dava pace. Lo spettro del crimine di Polanski non se ne voleva andare.

Scoprii che non bastava pensare per risolvere il problema Roman Polanski. Il poeta William Empson scrive che la vita ci costringe a mantenerci in equilibrio tra contraddizioni che non possono essere risolte grazie a una semplice analisi. E io mi trovavo al centro di una di quelle contraddizioni.

Polanski non sarebbe affatto un problema per lo spettatore – ma soltanto l’ennesimo esempio di come certi uomini siano dei buchi neri – se i suoi film fossero brutti. Ma non lo sono.

Non c’è altra figura contemporanea che sappia mantenere in perfetto equilibrio due forze così contrastanti: una mostruosità assoluta e un genio assoluto.

Polanski ha diretto , uno dei più grandi film della storia del cinema.

Polanski ha drogato e sodomizzato la tredicenne Samantha Gailey.

I fatti sono questi, inconciliabili.

Come potevo sanare dentro di me la contraddizione?

Il comodo divano del mio soggiorno era diventato un letto di chiodi. Non sapevo cosa fare riguardo a Polanski; e però sentivo, seppure in modo vago, che qualcosa andava fatto. Che bisognava prendere una decisione.

Speravo che un pensatore, un filosofo o qualcuno del genere, si fosse già occupato del problema e l’avesse risolto al posto mio. Al college avevo studiato storia delle idee, ma non mi veniva in mente nessuno che avesse affrontato apertamente la questione. Così un pomeriggio inviai un’email al responsabile didattico del mio corso di laurea, uno storico, un intellettuale, un uomo con i baffi allegro e brillante come il personaggio di un romanzo di David Lodge. Dopo avere premuto Invia sentii di avere la coscienza a posto; di certo il mio amato professore avrebbe risolto quella spinosa questione una volta per tutte.

Ripensandoci, trovo affascinante il mio istinto di rivolgermi subito a un esperto, che per giunta era maschio e bianco. Avevo l’urgenza di delegare il problema a qualcun altro, di trovare un’autorità. L’idea che quell’autorità non esistesse non mi aveva nemmeno sfiorata.

Caro John [scrissi],

spero che tu stia bene. Mi rivolgo a te come mio mentore, nella speranza che tu possa aiutarmi a risolvere una questione. […]

Sto scrivendo un lungo testo (esito a chiamarlo libro) su Roman Polanski. […]

Uno dei punti cruciali emersi: il problema dell’artista di cui ammiriamo l’opera pur disprezzandone la condotta morale. Sono sicura che su questo argomento sono state scritte molte cose, ma non saprei da dove cominciare, a parte il libro di Arianna Huffington su Picasso. Hai qualche consiglio?

Spero non ti dispiaccia se approfitto della tua competenza senza farmi troppi scrupoli. […]

Con affetto,

C.

Be’, John non mi fu di grande aiuto

Mi rispose consigliandomi di informarmi su V.S. Naipaul, che era un individuo orribile, o di pensare a grandi artisti...



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