D'Errico | Io non ho paura del lupo | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 304 Seiten

Reihe: Storie

D'Errico Io non ho paura del lupo


1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-5979-354-6
Verlag: People
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 304 Seiten

Reihe: Storie

ISBN: 979-12-5979-354-6
Verlag: People
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Il ritorno del lupo in Italia e in Europa, con la recente espansione della specie giunta a ridosso delle grandi città, riguarda ormai tutti noi ed è il simbolo di un tema più vasto: quello della convivenza tra esseri umani e animali selvatici. Mentre la crisi ambientale rivela le nostre fragilità, la presenza del lupo ci spinge a riflettere sulla necessità di riadattare prospettive e comportamenti, per far fronte a minacce che riguardano non solo la conservazione delle altre specie, ma la nostra stessa capacità di sopravvivenza. Tra paure ataviche e un diffuso bisogno di natura, tra miti da sfatare e l'urgenza di superare sterili contrapposizioni ideologiche, la via del dialogo - tra noi e gli altri esseri viventi - appare al tempo stesso una scelta coraggiosa e una grande occasione (forse l'ultima) per adeguarci ai mutamenti della nostra epoca e ritrovare un rapporto equilibrato e consapevole con l'ambiente. Una prova complessa e stimolante, che ci chiama a concepire soluzioni creative e a cambiare noi stessi, a progredire e imparare a coesistere. In una parola, a evolverci.

Tommaso D'Errico (Roma, 1982) a trent'anni ha lasciato la città per vivere in montagna e dedicarsi a tempo pieno alla fotografia e alla scrittura. È autore del blog Al ritmo delle stagioni e dei libri autopubblicati Un anno di vita in montagna (2017) e Montanari 2.0. Storie di sognatori con i piedi per terra (2023), in cui racconta una montagna-laboratorio dove sperimentare nuovi modelli relazionali e coltivare un futuro realmente sostenibile. Appassionato di animali selvatici e cultura contadina, tanto quanto di scienza e innovazione tecnologica, viaggia da anni tra Alpi e Appennini per raccogliere testimonianze sul campo e capire se (e come) essere umano e specie selvatiche possano convivere in pace.
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1. Lupi, lupi ovunque

Osservare dal vivo una famiglia di lupi impegnata in una battuta di caccia è un’esperienza che non si dimentica facilmente. Vederli annusare l’aria, muoversi furtivi seguendo le tracce nel sottobosco e poi rincorrere, braccare e abbattere la preda, sono scene che restano impresse nella memoria per tutta la vita.

O almeno credo, visto che una cosa del genere non mi è mai capitata.

Nonostante centinaia di ore di studio e di appostamento, decine di specie selvatiche osservate in natura e una quotidiana frequentazione di boschi e montagne, i lupi, dal vivo, li ho visti sì e no tre volte. E men che mai durante un inseguimento in stile National Geographic. In due di queste circostanze, anzi, li ho a malapena intravisti, e solo grazie all’ausilio di tecniche e tecnologie particolari. Apparizioni, più che avvistamenti. Sfuggenti al punto da lasciarmi l’impressione di un millimetrico deragliamento onirico, come se il cuore palpitante della realtà avesse eccezionalmente saltato un battito. O ne avesse aggiunto uno.

La prima volta che mi sono trovato un lupo davanti è successo di notte, qualche anno fa, nel corso di una movimentata sessione di wolf howling. Lo scenario era un remoto frammento dell’Appennino tosco-romagnolo, un mosaico di campi e boschi pervaso dal frinire dei grilli e rischiarato dalla luce argentata dell’ultimo plenilunio estivo. La situazione, già surreale di suo, era resa ancor più eccezionale dal fatto che mi trovassi in compagnia di un cacciatore. Circostanza per me piuttosto inusuale, singolare quanto il personaggio in questione. Oltre a essere un esperto selecontrollore, cioè un cacciatore abilitato a praticare attività di gestione faunistica attraverso la caccia di selezione, Mirco era un naturalista competente e curioso. Studiava i lupi da anni, collaborando con istituzioni ed enti di ricerca, ed era affascinato da quei provetti cacciatori che considerava, a differenza di molti suoi colleghi, più dei compari che dei competitors. Lui e i lupi, in fondo, facevano la stessa cosa: cacciavano ungulati, regolando la consistenza e lo stato di salute di intere popolazioni di cervi, daini, caprioli e cinghiali. I quali, in assenza di un predatore, avrebbero proliferato a dismisura, arrecando danni all’agricoltura, ai pascoli e persino al bosco e alle altre specie selvatiche. Uno sporco lavoro, insomma, che qualcuno doveva pur fare, per tutelare il precario equilibrio di un ecosistema, quello tipico del paesaggio rurale italiano, più complesso e per tanti versi molto meno “naturale” di quanto comunemente si creda.

In quell’occasione, a ogni modo, Mirco aveva lasciato la carabina a casa, presentandosi armato soltanto di registratore e megafono. Non eravamo lì per sparare proiettili, ma per lanciare ululati. Il wolf howling (‘ululato del lupo’) è una tecnica di monitoraggio utilizzata per mappare la presenza e il numero dei branchi in un territorio, e consiste esattamente in questo: lanciare degli ululati nella notte e ascoltare, se e quando arriva, la risposta dei lupi. Quella notte la risposta dei lupi arrivò, molto più vicina e nitida di quanto potessimo immaginare.

Dopo un paio di tentativi a vuoto, proprio sotto di noi, dal fondo di una conca coperta di vegetazione, si levò uno struggente coro di lamenti, modulati su toni ora concitati ora dolenti, accompagnati per di più da vivaci latrati che certificavano la presenza di una cucciolata nel branco. L’emozione mi fece schizzare il cuore in gola. Guardai in su, verso Mirco, riuscendo a malapena a intravedere la sua sagoma accucciata sulle apparecchiature elettroniche, una trentina di metri più in alto. Pensai di essere isolato, inerme come una pianta al centro della radura, ma quell’impressione svanì in un istante: non ero affatto solo.

L’esplosione di quel canto primitivo e selvaggio provocò un’improvvisa tachicardia nel placido paesaggio circostante. Ovunque, dal nulla, spuntarono ombre tozze e sgraziate che si misero a correre in modo scomposto tutt’intorno a me, sbuffando come piccole locomotive fuori controllo. Cinghiali. Mi sentii catapultato nella scena di Balla coi lupi in cui Kevin Costner, in un tramestio notturno di zoccoli e polvere, assiste allo sciamare dei bisonti nella prateria. E quando, come nel film, un grosso esemplare si fermò a qualche metro da me, grugnendo e ansimando, ero certo che mi avrebbe caricato. Non lo fece. Dopo un’interminabile manciata di secondi, si voltò e se ne andò per la sua strada. Fu a quel punto che sulla radura illuminata dalla luna il tempo sembrò fermarsi, e accadde una cosa che proprio non avevo previsto.

Dalla cortina nera degli alberi sbucò un’ombra diversa dalle altre. Una figura snella e impettita, leggiadra e al contempo solida, possente. Ignorò i cinghiali e mentre fluttuava lateralmente avanti e indietro, il collo teso e la testa alta, sembrava fissare proprio me. Restai ad ammirarla col fiato sospeso, finché di colpo non svanì così com’era comparsa, lasciandomi solo con i piccoli tatanka pazzi di terrore, e la sensazione di averla soltanto sognata. Più tardi, Mirco mi confermò che era successo davvero: un lupo, probabilmente il maschio dominante, si era sporto oltre il sipario del bosco fino a pochi metri da noi, per constatare di persona quale sconsiderata creatura avesse osato ululare nel suo territorio, a due passi dalla sua famiglia.

Quel giorno, oltre a rischiare un paio di infarti, imparai alcune cose ed ebbi la conferma di altre: che i cinghiali possono incutere più paura dei lupi, tanto per cominciare, e che i lupi non ululano per il gusto di esibirsi, né per rendere omaggio alla luna, ma per comunicare tra loro informazioni di vitale importanza. E che il wolf howling, di conseguenza, è materia delicata, da non maneggiare con frivolezza, per curiosità o divertimento.

Inoltre, mi resi finalmente conto di un fatto scontato e al tempo stesso straordinario: i lupi erano lì, in carne e ossa. Esistevano davvero.

Da allora, presi a cercarli ovunque. Ossessionato dal desiderio di vederli ancora, setacciai boschi e montagne, intensificando i miei sforzi nel tentativo di procurarmi incontri discreti, che limitassero per quanto possibile il rischio di provocare fastidi a chiunque, se non a me stesso. Le regole chiave per approcciare la fauna senza arrecare disturbo le conoscevo già, ed erano fondamentalmente tre, tutte ispirate dalla natura stessa: confondersi con l’ambiente fino a rendersi invisibili (o, per meglio dire, impercettibili), esercitare allo stremo l’arte della pazienza e mantenere sempre le giuste distanze.

Sperimentai così tecniche avanzate (e poco igieniche) di mimetizzazione sensoriale, come non usare il sapone per giorni in modo da ridurre le scie odorose, cosa che mi permise di avvicinare qualche capriolo senza metterlo in allarme, ma produsse pure, per contrappasso, l’effetto di allontanare gli esemplari della mia stessa specie. Mi procurai una tuta fatta di foglie finte, qualcosa di simile a un costume di carnevale, con cui ottenni più o meno gli stessi risultati: creature del bosco ignare, esseri umani a disagio o spaventati, quando mi vedevano spuntare dietro la curva di un sentiero. Moltiplicai le ore trascorse imboscato tra sassi aguzzi e cespugli spinosi, patendo freddo, caldo, noia, pruriti, formicolii e nutrendo con la mia carne legioni di insetti. Tutto questo servì, ma solo in parte.

Mi ritrovai ad assistere in prima fila ad alcuni degli spettacoli più affascinanti offerti dalla fauna nostrana, dai duelli dei cervi in amore al mortale nascondino tra volpi e marmotte, dai voli radenti dei rapaci sui prati di fondovalle ai salti spericolati degli stambecchi oltre i duemila metri di quota. Ebbi persino la fortuna di imbattermi due volte nell’elusivo gatto selvatico, il leggendario “fantasma dei boschi”, chimera di ogni fotografo naturalista. Ma di lupi neanche a parlarne: per anni, in giro, non ne incrociai nemmeno l’ombra.

Eppure.

Eppure in qualche modo erano diventati onnipresenti. Non riuscivo a vederli nel loro habitat, ma comparivano sempre più spesso nel mio: sui giornali, sui social network, sulle bocche della gente.

Dopo una lunga latitanza, ridotti a un passo dall’estinzione a causa della feroce persecuzione umana, erano tornati di recente ad abitare gli Appennini e le Alpi, e nel bene e nel male avevano ricominciato a fare i lupi. Mentre nell’ombra dei boschi ripristinavano l’antica legge della preda e del predatore, nei pascoli di montagna, laddove per decenni non si erano visti e nessuno si preoccupava più di proteggere le greggi, si mettevano in cattiva luce portando ulteriori grane a chi già tirava avanti a campare con difficoltà. La loro presenza accendeva di entusiasmo gli appassionati di natura selvaggia, di sdegno gli allevatori e di preoccupazione chi, al mattino, passeggiando con il cane, poteva imbattersi nella carcassa di un capriolo a due passi dal paese. Facendo ciò che è nella loro natura, suscitavano in noi emozioni contrastanti, spingendoci a fare ciò che è nella nostra natura: dividerci in schieramenti e alzare la voce. Con il risultato che tutti improvvisamente parlavano di lupi, e lo facevano nello stesso clima da stadio in cui, nell’epoca dei like e degli hater, ci siamo abituati a discutere di politica, di talent show, di vaccini, di guerre.

In pochi li conoscevano al di là di idealizzazioni e pregiudizi, ma chiunque aveva idee precise su di loro, ed era convinto di avere ragione. C’era chi diceva di amarli e chi di odiarli, chi considerava sacra la vita di ogni singolo esemplare e chi...



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