E-Book, Italienisch, 141 Seiten
Di Domenico Pescirossi e pescicani
1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-3389-216-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 141 Seiten
ISBN: 978-88-3389-216-0
Verlag: minimum fax
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Napoli, 11 agosto 2011. Un piccolo peschereccio viene travolto da una nave mercantile durante una battuta di pesca. In un'estate torrida un giornalista alle prime armi, tra i pochi a non essere andato ancora in vacanza, viene incaricato di seguire il caso che si chiuderà con la condanna dell'unico pescatore sopravvissuto. Dietro questa tragica fatalità il giovane cronista intuisce però un nodo di reticenze e di ombre, e da allora l'attività dei colossi del mare non smette di ossessionarlo. Continua a indagare per suo conto, a mettere in relazione nomi, luoghi e testimonianze, ad allineare una lista impressionante di incidenti. La sua agenda si riempie di date. Un'altra sciagura sulla costa livornese, una retromarcia sbagliata al porto di Genova che fa crollare la torre dei piloti nel 2013, un incendio sotto il faro di capo Santa Lucia in Sudafrica, davanti alla spiaggia di un parco naturale che tutela ippopotami, coccodrilli e 115 specie diverse di uccelli acquatici, altri episodi insoliti ad Alessandria d'Egitto o lungo le coste della Calabria. Manovre errate, imbarcazioni in fiamme o in panne, spaventosi disastri ambientali con una matrice comune: tutte le navi coinvolte si chiamano Jolly. Da un incidente di pesca all'apparenza banale si dipana così una rete sommersa di traffici e interessi che ci informa sui guasti e i danni di un intero sistema economico in avaria: la circolazione mondiale delle merci, lo smaltimento abusivo dei rifiuti, l'incessante andirivieni di fusti chimici, tossici e radioattivi. Pescirossi e pescicani è la storia di un'inchiesta, ma anche di un personale apprendistato.
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1
IL GRANATELLO
IL GIORNALISTA DEL GIORNALE LOCALE
«Di Domeeeeeeeee’, allora te si’ scetato stammatin’? Vuo’ ’na tazzulella ’e cafè? Vogliamo vedere un poco questo peschereccio che è affondato a Ischia? Che dici?»
«Sì, Nino. Ci sono. È un lancio d’agenzia?»
«È uscito ’ncopp’ all’Ansa, ’ncopp’ ’o telegiornale, se t’affacci n’atu ppoc’ si vede pure da qua. Jamm’, se devi andare al porto, vai!»
Nino era bello e caro, ma quando c’era una notizia di mezzo era meglio non fare tante discussioni. Solo obbedire e dire sì. Lo avevo imparato a mie spese il primo giorno di redazione. Gli avevo chiesto perché dovevo scrivere un articolo sullo stilista napoletano di Madonna. Un articolo già pubblicato da un altro giornale, per giunta. «Copiare, ma copiare bene», si era sollevato come un coro dalle scrivanie degli altri redattori. Era forse la più importante legge non scritta del giornalismo, e io l’avevo infranta al mio primo giorno. Nino non mi rivolse la parola per un’intera settimana. Mi rivalutò solo anni dopo quando, seguendo alla lettera il credo, l’ultima arrivata fece peggio di me e scopiazzò un articolo della concorrenza in ogni sua parte. Contenuto e titolo, virgole comprese.
«Allora Di Dome’? Jamm’ bell’ che oggi è l’11 agosto, è mezujuorn’, e voi già m’avete fatto scendere le palle fino al molo Beverello!»
Ancora oggi non so a chi si riferisse quel «voi», visto che nello stanzone bianco ospedale della redazione, solitamente deserta al mattino e tanto più ad agosto, eravamo seduti giusto lui ed io. Ma fu da Nino che sentii pronunciare per la prima volta la parola «Jolly» riferita a un mercantile: il della Linea Messina che l’11 agosto del 2011, a pochi minuti dalle nove del mattino, aveva affondato il peschereccio , con il suo equipaggio di tre uomini, davanti all’isola di Ischia.
E le cattive notizie non erano finite. Per me che da due anni frequentavo il giornale, prima da articolista, poi da stagista, per finire con una sfilza di co.co.co. – «perché», mi dicevano, «tanto se viene un ispettore tu sei venuto a portare un pezzo in redazione, ’e capito?» – ecco, per un abusivo come me, non riuscire a cavare mezzo ragno dal buco, non trovare altri particolari oltre a quelli già usciti nelle agenzie di un fatto successo praticamente fuori la porta di casa, era peggio di un manrovescio. Di quelli che mi prometteva sempre mia nonna da piccolo, quando facevo le smorfie a tavola.
L’unico sopravvissuto di quel peschereccio l’avevano ripescato e portato in ospedale, a Ischia. La mia fonte in capitaneria di porto era in ferie. Per di più, al Granatello di Portici, o più volgarmente , dove partiva ogni notte il , tutti quelli che potevano essere d’aiuto o sapere qualcosa erano schizzati a Ischia pure loro.
Eppure, dieci minuti dopo, ricordo che aspettai il momento giusto, e poi con tutto il fiato che avevo in corpo gridai: «PEZZO PRONTO NINO!»
Volevo almeno togliermi il gusto di farlo saltare dalla sedia. E mentre Nino saltava, aggiunsi, con l’ultimo filo di voce: «Se vuoi dare uno sguardo... sennò lo puoi buttare in pagina così».
Non ricordo più se diede o meno un’occhiata. Era solo un «taglia e cuci» di agenzie titolato così: «Mercantile sperona peschereccio. Dispersi padre e figlio, arrestato ufficiale». Per certo so solo che Nino mandò subito il pezzo alla redazione centrale, a Milano. E che la redazione lo pubblicò all’istante. Non è che ad agosto ci siano tante notizie come quella di un mercantile che affonda un peschereccio. E Nino lo sapeva bene. Il catenaccio continuava su tre righe: «Esperti marinai, sono ricercati nelle acque del Golfo. Dal cargo: “Non ci siamo accorti dell’impatto”. Un terzo uomo è stato tratto in salvo». L’unico sopravvissuto.
Lo stesso uomo che avrebbe parlato per la prima volta di ciò che accadde quella mattina soltanto sei anni dopo, con me. Ma allora io, di tutta questa faccenda, vedevo soltanto un frammento piccolissimo. Oltre agli schiaffi che prendevo, giorno dopo giorno, dalla concorrenza. E a cui avrei preferito di gran lunga quelli di mia nonna.
Quello del Granatello è un porto storico. Due secoli e mezzo fa, nel 1738, un altro incidente di mare, questa volta scampato, costrinse Carlo III di Borbone e Maria Amalia di Sassonia ad approdare al Granatello di Portici, invece che al porto di Napoli. Un’improvvisa tempesta marina li aveva costretti a riparare nel porticciolo di una villa affacciata sul mare. Era la residenza di Emanuele Maurizio di Lorena, duca d’Elboeuf. Il porto di pescatori, che allora era piccolo ma operoso, era destinato a un futuro carico di promesse per quel piccolo borgo. Il re e la regina si innamorarono della villa che d’Elboeuf aveva commissionato all’architetto Ferdinando Sanfelice. E per riconoscenza all’atto di confiscare tutte le ville dell’aristocrazia napoletana dei dintorni per costruire la nuova reggia, salvarono solamente la villa del nobile che li aveva messi al riparo dalla furia del mare. La Reggia di Portici avrebbe avuto due boschi per la caccia, piscine con delfini e il Granatello, il porto sul mare, a due passi dall’antica e ancora sepolta Herculaneum, di cui proprio Carlo III avviò gli scavi.
Al Granatello c’ero stato diverse volte.
A partire da Portici, lungo la costa dove si affacciano Torre del Greco, Ercolano, Torre Annunziata e Castellammare di Stabia, le famiglie vivono ancora oggi di pesca e di mare. Da aspirante giornalista, a vent’anni, ci venivo spedito a scrivere cronache sul recupero di bombe della seconda guerra mondiale, sui sequestri dei lidi abusivi, sulla scoperta di scarichi sospetti in mare, sugli scioperi per l’aumento della nafta, ma un incidente come quello del – due morti, un sopravvissuto e due grandi città nella città di Napoli, come Portici ed Ercolano, sconvolte – non era capitato mai.
Ogni mattina usciva fuori un nuovo scoop sul caso. Prima le parole della scatola nera. Poi l’audio originale con le urla dei pescatori che avvertivano la capitaneria di quanto era accaduto: «È stata la Linea Messina, hanno mandato un peschereccio a !» Alla fine, anche le foto dei robot che avevano preso a setacciare il mare alla ricerca dei due poveri pescatori dispersi: Vincenzo e Alfonso Guida, padre e figlio di quarantatré e ventun anni. Intrappolati nello scafo del peschereccio a 450 metri di profondità.
Di loro oggi si sono scordati tutti. A parte i familiari, che ancora chiedono il recupero dei resti per seppellirli in un cimitero e piangerli sulla terra ferma. E i pescatori, che continuano a salpare la notte dallo stesso porto e a pescare nello stesso specchio d’acqua, la cosiddetta «spalla d’Ischia», lasciando una preghiera in mare.
Quella che preferisco è di Erri De Luca:
Mare nostro che non sei nei cieli
e abbracci i confini dell’isola e del mondo
sia benedetto il tuo sale
e sia benedetto il tuo fondale
accogli le gremite imbarcazioni
senza una strada sopra le tue onde
i pescatori usciti nella notte
le loro reti tra le tue creature
che tornano al mattino
con la pesca dei naufraghi salvati.1
«Allora, Di Dome’, n’atu scoop oggi?»
«Eh, Nino...»
«Tutte quant’ fanno ’e scoop e tu te ne fai ’e suonne, eh?»
«Nino, ma che ne so io come fanno?»
«E il bello è che non so manco giurnal’ ’e Napule. E comunque te stanno facenno ’na chiavica. Anzi, ce stanno facenno ’na chiavica. Agg’ capit’, vattenn’ in vacanza! Ma quando tuorn’, torna cu n’ata capa!»
Non avevo ancora trent’anni, e il meglio dell’estate l’avevo passato a soffrire. Mi ero giocato pure il Ferragosto, a Napoli. Nel caldo che attacca la pelle al materasso di notte. Volevo solo partire. Dalla città, da Nino, da quella corsia d’ospedale coi suoi morti e feriti che era il loft del giornale. Anche per questo salii su un treno e andai via senza rimpianti. Ci avrebbero pensato altri a raccontare la storia del .
Purtroppo non andò così. Dopo avere aperto i tiggì nazionali, quel caso rimase un companatico di mezza estate, e fu cancellato in fretta dalla memoria del grande pubblico, non solo dalla mia.
Ma questo lo capii soltanto sei anni dopo, il giorno della sentenza.
Avevo preso un giorno libero dal mio nuovo lavoro di portavoce di un sindaco che se la doveva vedere con gli interessi, talvolta velati, talvolta meno, della camorra. Qualche anno prima, proprio con la benedizione di Nino, avevo dato un ultimatum al giornale: o mi assumete o vado via. Una mossa suicida, che non funzionava più neppure nei film americani. E infatti. Non mi avevano assunto e io, dopo aver riflettuto a lungo, avevo deciso che era arrivato il momento di andare via. Nel frattempo, però, avevo cominciato ad essere come attirato da quei trafiletti che di tanto in tanto tornavano a occuparsi dell’incidente nelle pagine provinciali. Avevo chiesto invano se qualcuno dei miei contatti a Portici o Ercolano sapesse dove avrei potuto trovare Birra, il sopravvissuto al naufragio. E una volta cambiato lavoro, durante la mia quotidiana rassegna stampa per il sindaco, iniziai a ritagliare, fotocopiare e archiviare in una cartellina tutti gli articoli sulla storia del . E su tutti gli incidenti che avevano coinvolto i della Messina. Quando la cartellina era...




