E-Book, Italienisch, 164 Seiten
Di Luanto Un Martirio
1. Auflage 2024
ISBN: 979-12-5593-067-9
Verlag: Paperleaves
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 164 Seiten
ISBN: 979-12-5593-067-9
Verlag: Paperleaves
Format: EPUB
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Regina di Luanto (pseudonimo di Anna Guendalina Lipparini) divenne famosa, alla fine dell'Ottocento, per i temi affrontati nei suoi romanzi; usando un linguaggio crudo ed esplicito descrisse una società sessista e corrotta. criticando le regole sociali che obbligano la persona a seguire determinati comportamenti convenzionali; in particolare narrò della condizione femminile passiva che non poteva mai oltrepassare la soglia della convenienza. In Un martirio, scritto in forma di diario, una giovane sposa racconta della delusione per il suo matrimonio con un uomo insensibile ed egoista.
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PARTE SECONDA
21 maggio.
Ho pianto ancora nel ritrovarmi davanti a te, librino mio! Eppure avevo pianto tanto ieri per la partenza della mamma ed Amelia, che credevo di non avere più lacrime! Ma già, ora piango per un nulla: dipenderà forse dalla mia estrema debolezza… No… non è debolezza… come potrei non piangere, rivedendo il confidente di tante ore di speranza, rileggendo le righe dove s’intravede una gioia ineffabile, infinita?… In che stato sono ridotta! Mi pesa la penna: bisogna che mi riposi un momentino… Come si è rifatto cheto e chiaro l’Arno! Va, va, ed ha un’ondulazione carezzevole e s’insinua dolcemente fra gli argini che la primavera ha tutti infiorati. Che aria dolce e mite! Dalla finestra aperta mi vengono effluvi carichi di odori che-non riesco a definire. Sono i fiori dei mandorli? le violette? È l’acacia? Nessuno specialmente e tutti insieme… Che squisitezza!
Sono rimasta un poco col capo appoggiato alla spalliera della poltrona e gli occhi chiusi per assaporarlo meglio. Allora mi è sembrato che il profumo si colorisse, ed attraverso le palpebre abbassate vedevo come una nube d’un bianco roseo — il colore dei fiori di mandorlo — che si fondeva giù in basso in una tinta violacea — il colore delle mammole. — Vorrei avere qui dei fiori… tante rose, tanti gigli, tanti tuberosi, tante gaggie, tanti garofani, tanti crisantemi, e gardenie, e camelie e orchidee da coprirne la stanza… Ma no, sarebbe meglio stare in un bel giardino, tutto fiorito di gelsomini e gerani… No, anche meglio camminare o sedersi sulla riva di un lago che avesse le acque verdi verdi, da cui emergessero larghe ninfee bianche… Ma che cosa dico?… Ho ancora desideri dunque? No, sono stanca, stanca.
23 maggio.
Ho raccontato al dottore che ho scritto un poco; se ne è rallegrato e mi ha detto:
— Brava, brava! continui, non si affatichi però.
Questo non è facile, perché ogni cosa mi affatica, il minimo lavoro, l’atto più semplice. Poi mi ha domandato che cosa avevo scritto: sono rimasta imbarazzata, egli se ne è accorto ed ha mutato subito discorso con tanta delicatezza. Buon dottore! quante cure, quante premure ha avuto per me! Certo è a lui che devo di non essere morta! Devo essergliene grata? Ebbene, sì: a malgrado di tutto quello che ho sofferto e forse dovrò soffrire ancora, l’idea della morte, l’idea di non essere più mi spaventa… Ohimè! la parola morte sfuggitami involontariamente mi ha fatto rabbrividire… Ad un tratto mi ha riportato alla mente i fatti tremendi di tre mesi fa… Ricordo come nella sera fatale quella sinistra faccia, quel sogghigno feroce! Ah! l’infame, come avrà trionfato nel raggiungere il suo intento! La mia creatura, la mia creatura distrutta per opera sua! Come lo presentivo io che quell’uomo doveva essermi fatale! Che cosa sarà questo segreto istinto che ci mette in guardia contro una data cosa? Quale senso acutissimo, a noi inavvertito, penetra nel futuro e ne indovina i misteri? Che cosa fu che parlò in me fino dal primo momento contro Stein? Perché (e queste pagine possono farne fede) io, subito, provai alla vista di lui tale avversione da non sapermene neppure rendere ragione…
Ahi! più funesta influenza poteva egli avere nella mia vita? Faccia il cielo che io non abbia mai più ad incontrarlo, che non mi comparisca mai più dinanzi; sento che non potrei tollerarlo. Ma su questo oramai sono tranquilla, la mamma deve avermene liberata per sempre. Quando fu scemata la febbre tremenda che mi ha tenuta prostrata per tanto tempo, dopo che le mie vene si erano vuotate di tutto il loro sangue, quando finalmente potei rendermi conto del disastro in cui erano naufragate le mie dolci speranze di maternità, disperata confidai tutto alla mamma. Le raccontai la tortura che mi avevano fatto subire coll’impormi di prender parte a quelle sedute di spiritismo che mi rendevano pazza di spavento. Sulle prime, ella, stupita, non capiva come questo fatto potesse avere influito sul mio aborto; allora le dissi che la sera della disgrazia, essendomi rifiutata di partecipare ai loro esperimenti, Stein, come già altra volta aveva fatto, volle adoperare non so quale misteriosa influenza che aveva su di me; io, colta da un pazzo terrore, tentando di sfuggirgli ero caduta all’indietro… e la catastrofe era avvenuta. La mamma mi lasciò finire, poi esclamò:
— Ma Corrado?
Non so più che cosa le risposi piangendo: ella mi esortò ad essere tranquilla, poi risolutamente uscì dalla mia camera per andare in cerca di mio marito. Quello che accadde fra loro non lo so; ma da questo giorno nessuno ha più fatto cenno di spiritismo in mia presenza, né il nome di Stein è stato mai più pronunciato. Ma oramai è tardi: nulla potrò più cancellare dalla mia mente il ricordo tremendo, nulla potrà consolarmi e distruggere la traccia di quel tempo doloroso. I guasti prodotti li sento irreparabili… Dentro di me qualche cosa si è spezzato che non funzionerà mai più… Il mio figlio!… Ah! lasciamo, lasciamo questi tristi pensieri; il dottore mi ha proibito assolutamente di averne, ed ha ragione, giacché mi sento venire la solita fascia dolorosa al capo. Dunque è tempo di riposarmi.
28 maggio.
Da qualche giorno sono tutta rinvigorita. Ho un appetito che mi fa desiderare le ore dei pasti con un’impazienza ridicola: io, prima, tanto indifferente ai cibi, provo un piacere nuovo nel fantasticare sulle vivande che ci avrà preparate a desinare o a colazione Marianna. Divento ghiotta, e Marianna fa del suo meglio per incoraggiarmici; credo che, in fondo, tutto questo sfoggio di abilità non sia tanto in mio onore, quanto per una gelosa smania di trionfare agli occhi della cameriera. Perché da quando mi ammalai è venuta in casa un’altra donna, Caterina; naturalmente fra loro è nata un po’di invidiuzza, e siccome fra i due litiganti il terzo gode, noi ci guadagnamo, a codesta gara, dei pranzetti squisiti. Insomma il mangiare è diventato per me la funzione più importante della mia giornata: chi me lo avesse detto! Io che spesso masticavo senza sapere quello che avevo in bocca! Rido: curioso questo bisogno che ad un tratto mi ha assalito, di ridere, di muovermi, di vedere il sole, l’aria, la luce; ma come è possibile, dopo la sventura che mi ha colpita e che internamente pareva avermi disseccata l’anima dal dolore, che io senta ritornare in me tanta forza e tanta vitalità? Ne discorrevo col dottore: gli manifestavo la mia meraviglia di questo fatto, ed egli mi rispose:
— Ma non capisce che ora lei è come i fiorellini, che si rialzano dopo che la grandine li ha buttati in terra così da farli sembrare infranti? Vinto il male, il suo corpo, da cui il sangue era fuggito, se ne è fabbricato una nuova provvista, ed alla nuova onda calda che scorre in lei, la sua gioventù si ridesta, ritorna, afferma i suoi diritti in quella bramosi di espansione e di moto ch’ella sente, e che non è altro che la manifestazione potente della volontà e del bisogno di vivere.
— Ma io non ho né volontà, né bisogno di vivere; — dissi.
— Ebbene, ci sono i suoi vent’anni che lo vogliono, e basta. Poi — ha proseguito in tono affettuoso — perché lei non troverebbe piacere nella vita? Sono cose da dirsi forse? Non vede come è bello il cielo, come è limpido l’Arno, non intuisce vagamente la quantità di cose belle e buone che può offrirci la vita e che noi ignoriamo forse, ma che esistono?
Avevo gli occhi pieni di lacrime: la mia allegria era svanita, ora mi sentivo debole, fiacca, triste di una tristezza disperata. Il dottore se ne accorse.
— Via, signora Laura, che cosa c’è? Perché lasciarsi abbattere così?
Mi sfuggì una involontaria confessione.
— Ma non lo sa che l’unica mia speranza, che l’unico sollievo della mia vita era quel bambino, che doveva venire, quella creatura che si andava formando nel mio ventre e che mi hanno strappata, distrutta, come hanno distrutto tutte le mie più care speranze e le mie più care illusioni? In che cosa posso sperare ancora? Di ricominciare l’arido corso delle mie monotone giornate? Il pensiero di guarire mi fa orrore: almeno ora posso stare immobile, raccolta in me, ma dopo? Dopo dovrò tornare a camminare in quel vuoto, in quella solitudine che mi aspettano e che io avevo sperato di sfuggire grazie alla mia creatura?
Ora, ripensandoci, non so come abbia avuto il coraggio di dire tanto; nel fare quello sfogo ho ceduto ad un impulso improvviso, irriflessivo sorto dal bisogno di confidarmi così. Il dottore non pareva sorpreso: si era fatto serio e mi guardava fisso con gli occhi pieni di tenera simpatia. Quando tacqui, riprese con dolcezza:
— Certo il suo dolore è giustificato, e lo capisco benissimo: ma non bisogna poi esagerare. Se questa volta una disgrazia ha voluto che il suo bimbo fosse perduto prima di appartenerle, una prossima volta…
Lo interruppi con violenza:
— Non ne avrò mai più, mai più!…
Restammo silenziosi ambedue, leggermente imbarazzati; quindi il dottore disse una frase qualunque di speranza e poi cambiò discorso, e non si parlò che di cose inconcludenti. Ma come avrà egli giudicata la mia vivace risposta? In qual modo l’avrà interpretata? Egli è troppo intelligente, la sua mente è troppo acuta per non aver indovinato subito che io, con quelle parole, non volevo alludere ad una causa estranea alla mia volontà, che potesse privarmi della maternità, ma proprio all’ostacolo che io stessa vi avrei...




