Drigo | Maria Zef | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 187 Seiten

Reihe: Introvabili

Drigo Maria Zef


1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-3389-402-7
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 187 Seiten

Reihe: Introvabili

ISBN: 978-88-3389-402-7
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Carnia, anni Trenta, nel cuore di un Friuli povero e isolato. Dopo la morte della madre, Mariute e Rosùte, di quattordici e otto anni, vengono ospitate per un breve periodo presso un convento e poi affidate allo zio, Barbe Zef, che si rivela presto un uomo violento. Confinate in un casolare sperduto, le due sorelle conducono un'esistenza durissima cercando di proteggersi a vicenda da una convivenza che si fa sempre più opprimente. Pubblicato nel 1936, Maria Zef, è il ritratto crudo di un mondo nel quale la sopraffazione maschile domina incontrastata e qualunque forma di riscatto sociale è un'utopia. Il lirismo di alcune pagine - come quelle che raccontano l'amore di Mariute per il giovane Pieri - il profondo senso di pietà per i diseredati, il rifiuto di ogni facile retorica in pieno ventennio fascista lo rendono, ancora oggi, un romanzo di profonda attualità, che merita una riscoperta.

/1876 - 1938 una delle voci più interessanti della narrativa italiana del primo Novecento, viene considerata una delle prime scrittrici femministe.
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2


IL casolare degli Zef era in una valletta abbastanza riparata dai venti, con il retro addossato alla roccia. Era una delle solite baite di alta montagna della cui poverta` e rozzezza, senz’averle viste, si ha difficilmente l’idea: con la parte inferiore costituita da muretti a secco, la superiore in tronchi d’abete, il tetto aguzzo e sporgente.

Si componeva di una stanza da letto e della cucina, sovrastate dal fienile; dell’ovile, capace di ricoverare poche pecore, e di uno sgabuzzino senza luce utilizzato come ripostiglio per il carbone e per gli arnesi di Barbe Zef. Costi` c’era anche una scaletta a pioli dove si appollaiavano a dormire due o tre galline. Per impedire al freddo pungente dei lunghi inverni di entrare, le finestre della casupola erano piccolissime, e venivano aperte di rado in qualunque stagione: nell’interno della casa anche la luce penetrava scarsamente.

Di solito, quando Catine era in vita, lei e le bambine dormivano insieme nell’unico letto alto e stretto, dal pagliericcio scricchiolante di foglie secche, e Barbe Zef nello sgabuzzino, su un giaciglio accomodato alla meglio sopra due assi. Ma durante il viaggio annuale delle donne, invariabilmente lui si impossessava della stanza e del letto grande, e al ritorno ci voleva del bello e del buono per farlo sgombrare. Era ogni anno la stessa storia.

«Non ci si sta in tutti?», brontolava. «Di la` c’e` umido; si sta peggio dei cani; io ho i dolori; eppoi, mi riempio dei pidocchi delle galline».

Ma Catine era inflessibile: non apriva bocca, ma prendeva in una bracciata la roba dell’uomo e la portava fuori; poi chiudeva seccamente la porta.

Una volta – Mariutine aveva nove o dieci anni – era avvenuta una scena che l’aveva profondamente impressionata.

Tornando dal viaggio, avevano trovato Barbe Zef ubriaco fradicio: purtroppo questo avveniva abbastanza spesso. E quella sera, benché Catine come il solito gli avesse gettato di la` la sua roba, lui non si era rassegnato: bestemmiava, sghignazzava, faceva lunghi discorsi senza capo né coda, rincorrendo di qua e di la` Catine a braccia tese, coi capelli rossi arruffati, gli occhi lustri; infine, per impedire che lo chiudesse fuori, si era seduto di traverso sullo scalino dell’uscio della stanza da letto, dichiarando che di la` non si sarebbe mosso.

Anche quella volta Catine non aveva detto nulla; aveva continuato ad andare e a venire con le labbra serrate, senza neanche guardare l’uomo, come fosse una seggiola o un sasso, scansandosi appena, quando quello, inciampando, rischiava di caderle addosso. Ma alla fine, terminate le sue faccende, era andata direttamente verso di lui e l’aveva preso per un braccio.

«Via!», aveva detto senza alzare la voce, ma ficcandogli in faccia quei suoi occhi opachi, tristi, freddi, che facevano gelare il sangue a guardarli. «Via di qua, porco!»

Mariutine si aspettava un finimondo, ché Barbe Zef, quand’era ubriaco, era capace di diventare violento; invece, aveva smesso immediatamente ogni velleita` di ribellione, si era alzato barcollando, con le spalle curve, e se n’era andato.

Mariutine ne aveva avuto compassione. Il letto, certo, non era grande, ma stringendosi un poco, ci si poteva stare benissimo in quattro. In fondo, alla bimba era parso che la madre in quella circostanza fosse stata molto dura con Barbe Zef. A Peto`ti, ch’era un cane, era permesso dormire con loro, e al padrone di casa no?... Questa le pareva un’ingiustizia. Se non nel letto, in camera, perché non lasciarlo entrare?

Non era cattivo il Barbe; Mariutine non ricordava d’aver mai avuto da lui né male parole né percosse. Era laborioso; in piedi prima dell’alba, usciva e non ritornava che a notte, sia per far legna nel bosco, sia per star dietro alla sua 22 di carbone, ché gli Zef di padre in figlio erano stati tutti carbonai, e sebbene adesso il carbone veniva dalla Jugoslavia, e si guadagnava poco o nulla con quel mestiere, al suo ritorno dall’America non aveva voluto scervellarsi a cercarne un altro.

Tutte le settimane scendeva nei paesi col sacco in spalla e girava di casa in casa per vendere il carbone; poi s’ingegnava in tanti altri modi: lo chiamavano i 23 delle casere di mezza montagna per uccidere il porco e per insaccarlo, o i pastori per consulto, se nell’armento scoppiava un’epidemia o una vacca aveva il parto difficile.

I pochi denari racimolati cosi`, facendo ore e ore di cammino, li portava tutti a casa: erano ben pochi talvolta, e tal’altra tornava ubriaco, giurando e spergiurando di averli perduti.

Si`, quello di bere era il suo difetto, e quand’era ubriaco diventava tutt’altro, con una faccia strana, stravolta: piagnucoloso, attaccabrighe, o di una smodata allegria. E ciarliero e petulante, lui, che di solito non pronunciava dieci parole in una giornata.

Finché erano state proprio piccine, le bimbe si erano divertite allo spettacolo; poi, col crescer degli anni, nei momenti brutti avevano finito per sfuggirlo, quasi vergognandosi per lui. Pero` dopo poche ore da una ubriacatura, con una buona dormita tornava quello di prima e si rimetteva al lavoro. Allora non aveva esigenze, si contentava di poco cibo e d’acqua fresca, tornava dal bosco coi funghi o con le fragole, secondo la stagione, e se andava a insaccare il porco, riportava nella bisaccia qualche grosso pezzo di lardo salato.

Le bimbe dimenticavano presto le sue sbornie e lo cercavano di nuovo: benché avesse la faccia e le mani nere, faceva loro allegria il vederlo, ché, anche se non rideva, per via dell’occhio offeso pareva sempre che ridesse e che fosse contento, e l’occhio sano, a saperlo guardare, era furbo e chiaro.

Ma fosse Barbe Zef ubriaco o sano, la madre sembrava averlo in odio, non si sa perché. La presenza di lui aumentava la sua tetraggine scontrosa e quasi angosciosa; non gli diceva mai né buon giorno né buona sera, non lo guardava neppure in faccia; gli faceva trovar da mangiare, e gli lavava e gli rattoppava i panni, nient’altro. Quando le bimbe andavano dietro a lui, le richiamava irosamente.

«Frutes!», gridava e non pareva tranquilla se non le vedeva attaccate alle sue gonne.

Eppure stavano insieme da tanto tempo, da sempre: da quando il padre era morto, e anche da prima, forse. Mariutine non sapeva bene, non ricordava. La madre non ne parlava. Mariutine sapeva solo che suo padre, Gaspari Zef, e lo zio Giuseppe Zef, fratelli, erano andati insieme in America quando lei era piccina, e che di laggiu` era tornato solo il Barbe perché suo padre era morto. Il Barbe poi aveva in America, oltre al fratello morto, una moglie viva, che aveva sposato laggiu` e che loro non avevano mai visto: una donna di quei paesi foresti, che non aveva voluto venire in Italia con lui, e non aveva dato piu` segno di sé.

Barbe Zef depose per terra il suo sacco e tiro` fuori dalla tasca un chiavone arrugginito che fece girare stentatamente nella toppa.

La porta del casolare si aprì, e in quel momento preciso a Mariutine ribaleno` il ricordo della faccenda della stanza e del letto. Prima non ci aveva pensato, e si senti` presa da una viva ansia. Fissa nella memoria le era rimasta la resistenza implacabile della madre.

«La ma^ri non voleva» disse a se stessa. Ma si sentiva timida, debole, bambina, incapace di rifiutarsi d’obbedire, se Barbe Zef comandava. «Dio mio... La ma^ri non voleva...»

Se il Barbe insisteva, che fare?... La madre poteva trattare con lui da pari a pari, ma lei, come avrebbe potuto?... Era lui il padrone, adesso. Veramente, lo era anche prima, ché di una cosa Mariutine era ben certa, sebbene nessuno gliel’avesse detto, che il padre morto aveva consumato tutta la sua parte, non aveva nessun diritto sulla malga e sul gregge. Barbe Zef dunque le aveva tenute per carita`, e adesso che non c’era la ma^ri, se si disgustava, poteva cacciarle da un momento all’altro. Rosu`te forse no, era troppo piccina, ma lei poteva mandarla serva in qualche malga di pastori, lontano, separata dalla sorella...

Questo pensiero le fece battere il cuore di paura.

«Ma io non sto qui per carita`; io me lo guadagno, quel boccone che mangio, per me e per le mie frutes!», aveva detto un giorno Catine.

Quando?... Mariutine non ricordava né il momento né il motivo; solo il timbro della voce di sua madre, quel timbro aspro, duro, che aveva negli ultimi anni. Quando?... Una delle rare volte che aveva aperto bocca per dire qualche cosa...

Ah, comunque fosse, della ma^ri lo zio pareva aver paura o soggezione, ma di lei, di una ragazzetta di quattordici anni?... Come avrebbe osato scacciarlo come lo scacciava la madre?... Ora che la ma^ri non c’era piu`, tutto era ben diverso!

Mentre Barbe Zef cercava di accendere il lumino a olio – i fiammiferi erano umidi, non era semplice riuscirci – la fanciulla evitava perfino di guardarlo, cercava di far poco rumore, di prendere tempo, frugava nei fagotti, indugiava in cucina.

Ma Rosu`te aveva sonno e tirava la sorella per la gonna.

«Che fai? Perché stai qui? Andiamo a letto», piagnucolava.

Per fortuna il Barbe ando` diritto al suo sgabuzzino. Mariutine lo intese, si`, mentre armeggiava di la` per prepararsi il giaciglio, scaraventare il suo sacco per terra tra lo starnazzare impaurito delle galline, e bestemmiare tra i denti come gli avveniva quando era irritato o malcontento, ma questo duro` appena pochi minuti e fu tutto, e poco dopo le giunse all’orecchio il suo russare...



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