Durastanti | Cleopatra va in prigione | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 119 Seiten

Reihe: Nichel

Durastanti Cleopatra va in prigione


1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-7521-772-3
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 119 Seiten

Reihe: Nichel

ISBN: 978-88-7521-772-3
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Ogni giovedì Caterina va a trovare Aurelio, il suo ragazzo, nel carcere di Rebibbia. Sono entrambi figli dell'estrema periferia romana, e in passato hanno provato a costruire un sogno insieme: gestire un night club. Ma le cose sono andate diversamente dai loro progetti e Caterina, ex ballerina di danza classica, si è ritrovata a lavorare come spogliarellista proprio nel locale di Aurelio. Adesso lui è in prigione, ed è convinto che lo abbiano incastrato. Come reagirebbe se sapesse che, una volta uscita di lì, la sua ragazza si infila tra le lenzuola del poliziotto che lo ha arrestato? Cleopatra va in prigione è un romanzo struggente, duro, pieno di colpi di scena, ambientato in una Roma molto più vasta e sconosciuta di ciò che si potrebbe immaginare. Claudia Durastanti scatta una fotografia vivida e accorata della periferia urbana, il vero luogo dove in questi anni nascono le storie, e soprattutto racconta chi, nonostante le delusioni e i sogni infranti, continua a vivere e ad amare. «Claudia Durastanti è fatta per raccontare». Alfonso Berardinelli, Il Foglio

Durastanti Cleopatra va in prigione jetzt bestellen!

Autoren/Hrsg.


Weitere Infos & Material


1


Ogni giovedì Caterina va a trovare il suo ragazzo in prigione.

La visita è dalle due alle tre di pomeriggio; di solito prende un autobus e percorre un tratto a piedi fino al reparto detenzioni segnalato da un cartello, ma lei a Rebibbia non si è mai persa.

Per Caterina l’odore del penitenziario è quello del ferro scrostato dei cancelli e del dopobarba dei funzionari seduti sotto i calendari con i pastori tedeschi, per questo esagera con il profumo sperando che Aurelio riesca a sentirlo attraverso lo spazio che li separa durante i colloqui.

In realtà gli scrive anche delle lettere brevi che arrivano in prigione dopo un paio di giorni; spruzza i fogli di profumo fino a renderli quasi trasparenti e ci stampa dei baci pastosi sopra come faceva per i cantanti che le piacevano quando andava alle scuole medie.

Aurelio dice che i compagni di cella lo prendono in giro, ma se non le riceve ci resta male.

Rebibbia è sovraffollata, Caterina se ne accorge dal rumore simile a quello di una mensa elementare. Aurelio le ha descritto la sua stanza – non la chiama mai cella – e i ragazzi con cui la condivide, tre spacciatori che parlano una lingua rinforzata da troppe consonanti e che si considerano dei professionisti perché non si drogano.

Prima cucinavano insieme, poi Aurelio si è offerto di farlo per tutti e sua madre ha iniziato a spedirgli conserve di marche diverse. Le latte di cibo dovrebbero essere confiscate subito dopo i pasti, ma i detenuti le usano come posacenere: in prigione è tutto metallico, pure la noia.

Dopo aver superato i controlli, Caterina si accomoda nella postazione riservata agli incontri con i familiari; Aurelio fa un sorriso flaccido appena la vede.

Per fare visita al fidanzato ha dovuto sostenere un colloquio speciale con il direttore della prigione, un uomo sovrappeso e gentile che le aveva spiegato la sua riluttanza a fare uno strappo alla regola.

«Sarebbe ingiusto verso tutte le ragazze non sposate nella tua condizione, non faccio eccezione neanche per gli stranieri e per gli orfani».

Era tardo pomeriggio e il direttore si era scusato per le luci spente nell’ufficio, l’illuminazione artificiale gli procurava l’emicrania. Caterina aveva annuito continuando a fissare la foto del Presidente della Repubblica appesa dietro la scrivania: le macchie solari che gli ricoprivano le guance e il cranio lo facevano sembrare già morto.

«Io sono un’eccezione: non sa da quanti anni vengo qui dentro», gli aveva risposto con un sorriso.

«Hai dovuto fare tanta fila?», domanda il suo fidanzato accasciandosi sulla sedia.

Caterina scuote la testa – da quando ha smesso di sfoltirsi le sopracciglia, Aurelio ha un aspetto più dimesso e bello.

«Hai le labbra screpolate, devo ricordarmi di portarti un burrocacao».

«Non serve, me le mordo sempre».

Durante le visite parlano di come stanno le loro madri, lei si arrabbia solo quando Aurelio si scusa per essere finito in prigione.

«Che bel rossetto».

«Me l’hanno prestato, si chiama ».

«Ho pure un profumo che si chiama . Non ti fa ridere?», insiste quando lui resta in silenzio.

«Pare un film di 007... Fammi vedere le mani».

Caterina distende i palmi e allarga le dita. Ha i polpastrelli spellati, i detergenti chimici le fanno venire bolle e rossori. Le unghie che un tempo dipingeva con ricami capaci di farle guadagnare l’ammirazione delle bariste sono corte e impoverite da ammanchi di calcio.

Aurelio è stato arrestato durante un’operazione per ripulire alcuni quartieri di Roma da giri di droga e prostituzione; lui e il suo socio Mario gestivano un night club in cui, stando all’accusa, le ballerine concedevano servizi non inclusi nel tariffario.

Dopo la chiusura del locale, Caterina era rimasta senza lavoro e adesso fa la receptionist in un albergo in fondo alla Tiburtina.

«Hai detto che non ti facevano fare le pulizie».

«Carenza di personale».

Lei cambia argomento per evitare la sua tristezza appiccicosa.

«Giù al garage hanno portato una Seicento, che nostalgia».

«Ma ancora girano?»

Il padre di Caterina aveva gestito una delle officine più rispettate di Pietralata e in un periodo di espansione aveva assunto due meccanici a tempo pieno.

«Non si sa perché, ma i meccanici sono sempre fratelli», le aveva spiegato il giorno in cui li aveva reclutati; Caterina aveva otto anni e lo aveva aiutato a fare i colloqui.

Quei due signori le erano piaciuti perché si erano presentati con una tuta blu e gli occhiali da sole come se dovessero partecipare a un Gran Premio. Erano stati loro a rilevare l’officina quando suo padre era tornato a vivere in Abruzzo, ma non ne avevano cambiato il nome in segno di rispetto.

Lei qualche volta ci passa ancora e loro si divertono a lasciarle sbaffi neri sulle guance.

«Tuo padre era matto, ti ha fatta guidare che eri piccola così», le avevano raccontato di recente, indicando le ginocchia a beneficio di un cliente che voleva solo sapere quanto gli sarebbe costato il danno, «ti ha presa in braccio e ti ha lasciato lo sterzo».

Caterina se lo ricordava, era una delle poche volte in cui suo padre l’aveva spaventata.

Quando gli lasciavano in affido un’auto importante – di Porsche non se n’erano mai viste, ma di berline ne erano passate molte – le diceva di montare su, poi azionava il montacarichi finché la macchina non sfiorava il soffitto e lei restava sospesa a giocare con i tasti e le manopole sul cruscotto fingendo di trovarsi in una navicella spaziale.

Era arrivata ovunque in quell’officina, aveva superato Giove e colonizzato Marte, portato Barbie sulla Luna e spiato fuochi artificiali alimentati dalla fiamma ossidrica.

«Aveva un orecchio speciale per il motore», incalzavano i meccanici con dei sorrisi, poi subentrava sempre l’imbarazzo, perché il pensiero andava a dove il vecchio titolare era adesso, al talento che non poteva usare più. Dopo il suo arresto per l’adescamento di una minorenne, il motto dell’officina era diventato .

A diciannove anni Aurelio aveva una Seicento azzurra, una macchina per topi.

Dentro avevano ascoltato musica elettronica, e a Caterina piaceva fare giri sulla tangenziale chiusa al traffico dopo mezzanotte, scendere lungo il tratto che sfiorava certi palazzi vicini a Largo Preneste e quasi ne sfondava le finestre, mentre il cruscotto tratteneva le impurità illuminate dai lampioni e i riflessi degli edifici verdi e ramati – quando la sua felicità era un bagliore dato dall’attrito del cielo contro carta moschicida di cemento.

Poi Aurelio aveva lasciato la Seicento in eredità a suo fratello che si vergognava di andarci in giro e della verginità persa su quei sedili non sapeva che farsene.

«Ho ripreso a fare esercizi».

«Si vede», commenta Caterina anche se non è vero.

«Faccio le flessioni contro il muro come i buddisti».

Lei ride. «Figurati se qui dentro non diventavi religioso. Che ne sai che fanno i buddisti?»

«Ho preso un libro in biblioteca. Sai che mi ha detto Raul quando mi sono lamentato che non posso usare il sacco da boxe? “Usami”, ha detto. Quello è matto».

Caterina pensa alle volte in cui si era sdraiata sulla schiena e gli aveva sussurrato la stessa cosa, quando erano ragazzini con le ossa e i nervi appena formati e stare a letto significava mettere alla prova qualsiasi potere il corpo avesse appena scoperto.

A un certo punto, durante i colloqui, Aurelio le chiede chi può averlo incastrato.

«Senti, ci ho pensato stanotte...»

«Dovresti dormire», gli dice Caterina toccandosi le occhiaie. «Poi finisci così».

«Che c’entra, tu ci sei nata con gli occhi viola. Ci ho pensato ieri, dev’essere stata una delle ragazze, qualcuna che ce l’aveva con Mario».

«Ti servono soldi? Tua mamma ha detto che può mandartene altri».

Aurelio fa una smorfia. «Non vuoi mai parlarne».

«Sono cose che devi chiedere a lui». Ma il socio di Aurelio è in Venezuela e non manda cartoline.

«Non mi servono soldi», risponde massaggiandosi i capelli puliti e folti.

Caterina pensa alle sue docce, vorrebbe chiedergli se sono diverse da quelle che faceva con i compagni di palestra, ma ha paura della possibile sfumatura della sua voce.

Aurelio si passa le labbra sul palmo della mano.

«Mi manca», dice mostrando i denti e lei emette un gemito.

«Manca anche a me». Caterina si avvicina, grata di non dovergli toccare il torace così magro.

Aurelio era sempre stato secco e la sua pelle si ritirava dalle ossa come la carta velina riesumata dagli armadietti per le feste scolastiche, più pallida degli acquerelli a un mercato dell’usato.

Le gare di kick boxing fatte in passato lo avevano irrobustito, ma dopo sei mesi di carcere aveva di nuovo l’aspetto del ragazzo spavaldo e rovinato che l’aveva aspettata fuori da scuola con le braccia conserte davanti a una Seicento, quello che le aveva chiesto se voleva guidare, ma prima si era lagnato perché non l’aveva mai vista ridere.

Caterina sventola una mano per lamentarsi della mancanza d’aria; la prigione è una microstazione climatica incapace di mitigare la temperatura esterna – d’estate la carne si scioglie, d’inverno il respiro si congela e va in frantumi....



Ihre Fragen, Wünsche oder Anmerkungen
Vorname*
Nachname*
Ihre E-Mail-Adresse*
Kundennr.
Ihre Nachricht*
Lediglich mit * gekennzeichnete Felder sind Pflichtfelder.
Wenn Sie die im Kontaktformular eingegebenen Daten durch Klick auf den nachfolgenden Button übersenden, erklären Sie sich damit einverstanden, dass wir Ihr Angaben für die Beantwortung Ihrer Anfrage verwenden. Selbstverständlich werden Ihre Daten vertraulich behandelt und nicht an Dritte weitergegeben. Sie können der Verwendung Ihrer Daten jederzeit widersprechen. Das Datenhandling bei Sack Fachmedien erklären wir Ihnen in unserer Datenschutzerklärung.