E-Book, Italienisch, Band 358, 171 Seiten
Reihe: Gli Iperborei
Ekman Essere lupo
1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-7091-878-6
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, Band 358, 171 Seiten
Reihe: Gli Iperborei
ISBN: 978-88-7091-878-6
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Ho visto un lupo: è la frase che Ulf, cacciatore ed ex ispettore forestale ormai settantenne, rimugina ma non riesce a confessare a nessuno da quando, all'alba del primo giorno dell'anno, appostato nella sua vecchia roulotte, ha avvistato un maestoso esemplare. Qualcosa scatta dentro di lui e Ulf, uno degli uomini più rispettati nel villaggio della Svezia profonda dove vive, avverte una connessione sempre più forte e intima con l'animale. Sono entrambi cacciatori, entrambi solitari, ma allora perché lui si sente un intruso? Perfino il ricordo delle prime esperienze nei boschi insieme al padre, un tempo fonte di gioia, cambia sapore, così come svanisce l'orgoglio per i suoi diari di caccia, che ora sembrano solo una lista di uccisioni. E non bastano l'empatia asciutta e pratica della moglie, la loro confortevole quotidianità fatta di amore e abitudini, non bastano la fedele compagnia del suo cane Zenta e i tanti inseguimenti fatti con lei nella neve: Ulf si sente smarrito fra i suoi trofei impagliati come fra le tradizioni e consuetudini di una comunità di cui ora percepisce la violenza. Una comunità che, scoprirà a proprie spese, è facile inimicarsi, quando non si è allineati con i suoi valori più radicati. La tensione degli appostamenti, la contemplazione dei boschi nelle lunghe attese, l'eccitazione di una traccia da seguire, i profumi e i suoni di un ambiente selvatico in cui ognuno è solo di fronte a se stesso: Essere lupo racconta di un predatore in armonia con il suo mondo e dell'umano che vi si ispira per mettersi in discussione e ripensare il proprio posto nella natura.
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Inga entrò mentre ero seduto a guardare la litografia del cigno canoro in uno dei volumi dei fratelli Von Wright.1 Non voleva che stessi da solo troppo a lungo, perciò cercava di riempirmi di attenzioni. Mente ammirava l’immagine del cigno non potei fare a meno di commentare:
«Lo sai che abbattevano gli uccelli che poi ritraevano?»
«No, accidenti. Non ci credo.»
«Sì invece. Erano abili cacciatori fin da ragazzi.»
Mi alzai e andai a prendere un libro che parlava della loro vita, dove c’era anche un’immagine del loro studio, o laboratorio, non so come si possa definire quel locale: si vedeva sia un bancone da falegname sia un ceppo con tanto di scure. Il fratello più giovane è seduto al suo tavolo da lavoro, con in mano una penna o un pennello. O forse si tratta di un bisturi, visto che davanti a lui c’è qualcosa che può essere un uccello morto, di piccole dimensioni. Difficile distinguere la specie. Il fratello più grande è in piedi al suo fianco e osserva. Il cane da caccia dorme accanto al bancone da falegname. E sulle assi di legno del pavimento giace un cigno canoro morto, con le ali distese. Sul petto candido spicca una macchia rossa di sangue. Un colpo preciso.
Inga esclamò che non poteva essere vero. Un episodio isolato, forse?
«Guarda la ghiandaia a fianco del cigno.»
Lei non replicò.
«I tre fratelli amavano gli uccelli e li abbattevano con il fucile, poi li mettevano in posa per ritrarli. Bruno Liljefors,2 amabile pittore e gran cacciatore, faceva lo stesso. Aveva un capanno dove teneva dei rapaci in gabbia. Sparava agli uccelli che doveva dipingere e poi li sistemava, per esempio su un albero con le ali spiegate e una piccola preda sul ramo. C’era tutta una struttura di filo di ferro, assicelle di legno e bastoncini appuntiti per tenere in piedi l’illusione, ma questo nei quadri non si vede. Lì occhi e livree luccicano, pellicce e neve scintillano. Ecco tutto. È arte.»
«Ero venuta per dire che è l’ora del caffè», disse Inga, e si sentiva che era arrabbiata. Non so se con me o con i grandi artisti. Comunque sia, non voleva parlarne più né vedere altre immagini.
Non fu facile riprendere la conversazione, quando fummo seduti davanti a caffè e panini dolci al cardamomo. Alla fine comunque Inga disse:
«Ha telefonato Marianne, di ritorno dal loro viaggio in Sicilia. Hanno visitato così tanti posti, girato il mondo in lungo e in largo. Perù, Giappone e chissà che altro. Diceva che a Palermo avevano visto colonne vecchie più di duemila anni che stavano ancora diritte in piedi.»
E noi invece ce ne stiamo seduti quassù, era questo che intendeva? No, sicuramente no. Sa molto bene che il mondo c’è anche qui. Perciò azzardai:
«I grandi abeti che abbiamo noi stanno lì perfettamente diritti. Sono stati loro a farci decidere per questa casa. Possono arrivare anche a quattrocento anni, se tutto va bene. Anche se non è un tempo altrettanto lungo.»
Non dissi quello che pensavo: che si innalzano ai due lati del cancello e che quelli che verranno dopo di noi forse penseranno che si finisce per portare in casa troppi aghi sotto le scarpe. E allora addio abeti. Non va bene se ci sono troppe foglie e aghi, alla gente non piace. E non ci sono molte soluzioni, a parte abbattere gli alberi e lastricare.
Inga aveva posato la tazza del caffè ed era passata al giornale, per cui potei lasciar liberi i miei pensieri di concentrarsi sugli abeti. Il loro ciclo vitale: prima c’è il seme che germina, poi arrivano loro. Ma che Iddio li protegga se crescono troppo belli: ogni singolo anno, la settimana prima di Natale ho tagliato un abete. Per non parlare di ciò che ho fatto come burocrate forestale. Ma adesso preferivo pensare al loro ciclo vitale, al loro crescere per decenni, sempre tendendo verso la luce, magari arrivando fino a sessanta metri d’altezza. Be’, questo succedeva di rado, ma non importa. Una volta feci la triangolazione per stimare l’altezza di uno degli abeti accanto al cancello, e ottenni una misura di ventotto metri, più o meno. Se un abete non viene abbattuto, dopo un certo numero di decenni finisce per crollare, e resta steso sul terreno. Marcisce e diventa rifugio per una quantità di insetti. Funghi, muschi e licheni se ne nutrono. È pieno di molta altra vita, diversa dalla sua. E infine diventa lettiera, terriccio per nuove germinazioni.
Spesso si legge che l’abete arrivò dalla Siberia quando lo strato di ghiaccio allentò la presa e l’acqua di fusione cominciò a scorrere sopra letti di ghiaia. Qualche esemplare era sopravvissuto, curvo e contorto, su un nunatak, una di quelle cime che sporgono al di sopra del ghiaccio. Una vita non facile, direi.
Tra l’altro, «arrivò»? Come se gli abeti fossero venuti fin qui camminando spediti in fila indiana. In realtà arrivarono dalla regione meridionale di quella che oggi chiamiamo Russia. Su questo argomento avevo tenuto delle conferenze e non era facile far capire alla gente per quanto tempo ciò che adesso è terra solida sotto i nostri piedi era stata ricoperta da ghiaccio e poi da acqua di fusione, e che l’abete ha viaggiato sotto forma di seme sopra il ghiaccio in un mare di acqua salmastra, o sopra il lago Ancylus.
Mi piaceva pensare al tempo in cui i semi di abete si erano radicati. Quale tempo poi, tra l’altro? Non c’era nessun tempo, visto che non c’era nessuno che lo misurasse. Mi piaceva pensare a come avessero messo radici, espandendosi dapprincipio in orizzontale. Ma alla fine erano diventati tantissimi e si erano protesi verso la luce, dando vita a enormi foreste.
Adesso la pensavo così, ma quando lavoravo ragionavo in termini di superfici di taglio e di strade forestali con contributo statale. Non pensavo alla frammentazione dei boschi. Non così tanto, almeno. E quando sono tornato dalle mie parti c’erano ancora galli cedroni in abbondanza. Noi non li cacciavamo durante la danza dell’accoppiamento, mai. Invece ai tempi del nonno lo facevano.
Non volevo stare lì senza parlare intanto che prendevamo il caffè, era scortese. Avrei dovuto dire qualcosa su quelle colonne di Palermo.
«Vorresti andare da qualche parte?»
In fondo, forse non era un’idea stupida essere via nel periodo della caccia, dal momento che non avrei partecipato. Ma non se ne fece niente, non ci decidemmo. L’autunno è così bello, qui.
Non prendere parte alla caccia di ottobre fu comunque strano, come un senso di vuoto. Evert non si fece mai vivo per raccontare come stava andando, dannazione a lui, anche se credo che in realtà lo facesse per una qualche forma di riguardo. Ma non era divertente, dopo tutti questi anni, gironzolare per il giardino facendo cose da vecchi con l’aiuto di Kennet e senza sapere niente. Foglie gialle di betulla cadevano volteggiando. Una parte cadeva e basta, altre roteavano tutt’intorno in una sorta di sfida alla legge di gravità prima di toccare terra. Zenta stava stesa sul poggiolo e dormiva. Eravamo vecchi, io e lei. Dentro di me c’era un peso che nulla poteva rimuovere.
Il secondo giorno di caccia, alle sette e mezza del mattino ricevetti una chiamata sul cellulare.
«Sono Erik», disse qualcuno.
Non capii chi fosse prima che borbottasse qualcosa d’incomprensibile e io riconoscessi la voce. Era Erik Abrahamsson. Lo chiamavamo sempre Abis, lui stesso si presentava con quel nomignolo. Stavolta però aveva detto Erik. Doveva trattarsi di qualcosa di serio.
«Abis! Che cosa succede?»
Ma lui aveva perso la lingua. Dovetti ripetergli la domanda più volte e alla fine disse:
«È successa una cosa orribile.»
«Dove sei?»
«Su alla casa di Lasse. Non potresti venire? Vieni, per favore. Io non so cosa fare.»
Adesso stava gridando.
«Dimmi che cosa è successo.»
Abis restò in silenzio un momento, respirando in una maniera così strana che sentivo il rumore attraverso il telefono. Sembravano singhiozzi.
«Su, racconta», insistetti. «Con calma e in modo chiaro. Ti prometto che verrò, anche se non capisco perché telefoni a me. È Ronny il capocaccia, adesso. Io non caccio più.»
Allora lui disse:
«La caccia non c’entra. È qualcosa di peggio.»
Poi la storia arrivò, anche se a piccoli pezzi interrotti.
«Lasse non è venuto al raduno.»
«Lasse Karlsson?»
«Sì… sì, lui. O forse…»
«Racconta, Abis, poi vengo su da te più in fretta che posso.»
«Dopo che abbiamo deciso da quale area cominciare, Ronny ha detto che non dovevamo aspettarlo ancora. “Probabilmente dorme”, ha detto. “Ieri magari si è ubriacato.” E così sono partiti.»
Adesso Abis tirava su col naso.
«Continua», gli dissi. «Ma con calma.»
«Io però pensavo che non fosse così», seguitò lui fra i singhiozzi. «Non è da Lasse prendersi una sbornia la sera prima di andare a caccia. Non è mai successo che non si presentasse. E che non avesse avvisato, anche quello era strano. Ci doveva essere qualche problema. Ho cercato di chiamarlo sul cellulare ma non l’aveva nemmeno acceso....




