Ekvtimishvili | Il campo delle pere | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 228 Seiten

Reihe: Amazzoni

Ekvtimishvili Il campo delle pere


1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-6243-545-1
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 228 Seiten

Reihe: Amazzoni

ISBN: 978-88-6243-545-1
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Un orfanotrofio alla periferia di Tbilisi nella Georgia postsovietica. Lo chiamano la 'scuola dei ritardati': nato per ragazzi con disabilità intellettiva, è ormai frequentato da orfani e figli di migranti, che vengono cresciuti tra abusi e negligenza. Tra loro c'è Lela, una giovane temprata dalla rabbia che, mentre progetta l'omicidio dell'insegnante di storia, sogna un futuro migliore lontano da lì, oltre il campo delle pere. Quando, ormai maggiorenne, può finalmente fuggire dall'incubo, Lela decide di restare, determinata ad aiutare chi è costretto a rimanere. Come il piccolo Irakli, convinto che la madre emigrata in Grecia tornerà per lui... Il libro è stato cofinanziato dal programma Europa creativa dell'Unione europea

Nata a Tbilisi nel 1978, è scrittrice e regista. Il campo delle pere, suo primo romanzo, è entrato nella longlist del Booker Prize 2021, ha ottenuto numerosi riconoscimenti letterari ed è stato tradotto in diverse lingue. Come regista, il suo lungometraggio In Bloom ha vinto premi ai festival di Berlino, Hong Kong, Tokyo, Parigi, Los Angeles e Sarajevo, ed è stato selezionato per gli Oscar 2014 come miglior film in lingua straniera.
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2


A Lela non è rimasto alcun ricordo del come e del quando ha avuto inizio la sua esistenza al Convitto. Dove e da chi è stata messa al mondo, da chi abbandonata o lasciata in quest’istituto di cinque piani in via Kerc. Neanche Tsitso sa molto riguardo alle origini della ragazza, né può dirle nulla di consolante sui suoi genitori. Eppure, più di una volta, su richiesta di Lela la direttrice ha tirato fuori e consultato i documenti che la riguardano: all’inizio pare abbia soggiornato all’orfanotrofio di Temka5 e, una volta raggiunta l’età scolare, sia stata trasferita qui. Questa la sua semplicissima biografia.

Ogni tanto Lela tenta di richiamare alla mente quella prima casa-famiglia. Infatti, le sembra quasi di ricordare una donna che suona il pianoforte, e poi un saggio di Capodanno dove lei bambina ha in testa un cappello di carta a forma di cono, tenuto con un elastico sottogola e con attaccate minuscole schegge di palline di Natale. Non rammenta nient’altro, né come sia stata portata via da lì, né alcuna delle persone legate a quel luogo, e a volte le viene il sospetto che quei pochi ricordi possano essere frutto della sua fantasia, e che né la pianista né il luccicante cappello a punta siano davvero esistiti nella realtà.

Ogni volta che Lela è fuori e rientra al Convitto, appena mette piede nel cortile viene sopraffatta da un odore molto familiare. Più si avvicina all’edificio principale, più l’olezzo diventa forte, e la ragazza ha la sensazione di essere accolta dal grembo fetido dell’istituto.

Nell’unità abitativa, a tutti i piani, in fondo a ogni corridoio c’è un gabinetto. I vetri sono rotti e le correnti d’aria portano all’interno un tanfo simile a quello dei gabinetti delle stazioni o dei treni. Di solito questo odore ristagna anche nei corridoi.

Nella “stanza della tv”, nel dormitorio e nella sala giochi diversi tipi di esalazioni si mescolano tra loro, e creano un insieme tanto maleodorante impossibile da attenuare o allontanare con una corrente. Il primo è l’odore dei bambini, i quali se non sanno proprio di sudiciume – che colpirebbe subito l’olfatto di un visitatore – sanno sicuramente di vestiti lavati con lo stesso detersivo. A questo si aggiunge l’odore della biancheria sporca e delle trapunte vecchie, dei materassi, dei cuscini e delle coperte di lana, che passano in eredità da una generazione all’altra del Convitto. Si sente anche il puzzo del fornello a cherosene, della stufa di ghisa a legna in inverno; delle poltrone fruste della “stanza della tv”, del nastro adesivo con cui sono tappati gli spifferi alle finestre, a cui si aggiunge quello delicato, salubre e un po’ acidulo delle piante di malva assiepate sui davanzali.

Lela conosce a menadito ogni angolo e anfratto del Convitto, e anche tutti gli odori che vi aleggiano, sovrastati ogni tanto da folate provenienti dall’estremità del corridoio. Quando la ragazza entra nell’istituto, viene assalita da un senso di tristezza per via di questo puzzo. Forse perché le ricorda un po’ la madre del guardiano Tariel, che prima di morire arrancava lungo le strade così, senza una meta. Nel quartiere la individuavano subito, impregnata com’era del fetore di piscio. Non riuscendo a trovare la propria casa, spesso si intrufolava nel Convitto e si fermava nel cortile. Non riconosceva più il figlio, né il nipote. A suo tempo pare fosse stata una donna in gamba, una lavoratrice dalle mani d’oro, una che ne aveva passate tante. Quando le era morto il marito, si era vestita di nero e la salute e la memoria le aveva consumate in quel modo, avvolta in gramaglie. Ogni volta che entra nel Convitto, a Lela torna perciò in mente la madre di Tariel, ma appena si abitua all’odore del luogo il fantasma della donna sparisce.

Nel territorio dell’istituto c’è un posto in cui la ragazza ama fermarsi e gingillarsi proprio per via del suo odore. Si tratta della scala antincendio di ferro, stretta e color ruggine, a spirale, fissata dall’esterno dell’edificio, dalla parte dei bagni. In estate s’arroventa per il calore e sprigiona un effluvio strano, dolciastro, seducente. Fin da piccola a Lela piace arrampicarsi lì sopra, nonostante le vertigini da cui viene colta puntualmente: non ha ancora finito di fare il primo passo che deve già svoltare e fare il successivo, e così fino alla cima.

Anche se la scala si trova fuori, all’aria aperta, l’odore è sempre quello. Afferrata la ringhiera al primo gradino e arrivata all’ultimo, quando si porta il palmo della mano al naso, Lela ogni volta si convince della persistenza di quell’aroma.

La scala si allunga fino alla sommità e termina al quinto piano, in un pianerottolo recintato con una balaustra. Dall’alto si può spaziare con lo sguardo sul campetto, oppure piegarsi un po’ in avanti e afferrare il ramo di un abete sottile, slanciato precocemente verso il cielo.

Lela ha passato molte ore e molti giorni della sua vita in cima a queste scale. Sale, discende, risale, e così via. Ogni volta è come se la ragazza si intrattenesse in un gioco, credendo che questi gradini possano dare accesso in un altrove, e invece terminano lassù, in un muro liscio, senza porte, e allo stesso modo svaniscono le sensazioni della sognatrice.

Quando una forte pioggia batte non soltanto sulle scale ma su tutto ciò che si trova all’esterno, le gocce ticchettano sul ferro rovente. La superficie le fa rimbalzare, lanciandole in alto, come a volerle rispedire al mittente. Quando dalla finestra Lela osserva la pioggia ininterrotta cadere dal cielo, immagina che da qualche parte, nel territorio del Convitto, ci sia la madre di Tariel, immobile, bagnata fino al midollo, intirizzita. Dalla punta del suo naso raggrinzito cadono, una dopo l’altra, gocce di pioggia, ma la donna continua a stare lì imperterrita, in attesa del sole, per esporre al suo calore i cenci neri inzuppati.

Nel bagno aleggia il tanfo acre del detersivo, e anche del sapone per bucato e dei muri umidi, smangiati agli angoli dalla muffa. Se quel giorno la testa di qualche bambino è stata cosparsa di polvere antiparassitaria, al bouquet degli odori se ne aggiunge uno nuovo, così forte da far venire l’emicrania.

Lela ama essere sola quando si lava, di solito a inizio settimana, dopo che le donne hanno già fatto il bucato e anche i bambini sono stati lavati. E poi, appena uscita dalla doccia, si rimette i vestiti sporchi e ha la sensazione di rientrare nella vecchia pelle.

La mensa è perennemente intrisa dal puzzo di grasso, e da quello immutabile, ostinato, che emanano le enormi, unte stufe a gas. A questo si aggiunge l’odore della pietanza del giorno – per lo più zuppa d’avena, boršc, patate fritte con le cipolle, oppure le “finte polpette”, fatte con pane stantio e patate.

Nell’edificio amministrativo non c’è quasi nessun odore, se non si tiene conto di quello del cuoio, sconosciuto e da far venire il capogiro, di cui sono rivestite le porte. Potrebbe esserci anche un po’ dell’effluvio dei bambini, visto che dall’unità abitativa si spostano qui per le lezioni. Di quando in quando si unisce anche il profumo forte di cui si cosparge la direttrice, che può colpire le narici non meno del puzzo degli educandi sudici, bisognosi da tempo di una ripulita.

Alcune porte tappezzate di cuoio che si susseguono lungo il corridoio recano segni di coltellate, e da questi squarci si intravedono le budella di spugna gialla dell’imbottitura. I bambini passandoci accanto la pizzicano e ci giocano con le mani.

Ovviamente nella guardiola c’è l’odore di Tariel, visto che in uno spazio così ristretto nulla può avere la meglio sul tanfo dell’uomo, composto da: vestiti intrisi di naftalina, puzzo di tabacco acre e a volte di cibo, qualora, per esempio, vada a trovarlo al lavoro la moglie e gli porti il pranzo.

Tra la costruzione che ospita i bagni e quella abitativa c’è un luogo da cui tutti, grandi e piccoli, cercano di tenersi alla larga. Si tratta di un vasto campo, a prima vista alquanto gradevole, dove fioriscono dei peri dal fusto basso. Finora non c’è stata una sola annata che questi alberi non abbiano dato frutti. Eppure, tanto il campo quanto i frutti, sono senza visitatori o estimatori. Il fatto è che il terreno di quel posto è costantemente impregnato d’acqua. È probabile ci sia una perdita da un tubo rotto, che va avanti ormai da anni, e perciò il campo ne risulta così intriso, oppure può darsi che l’acqua sgorghi direttamente dalla terra e magari fa persino bene alla salute. Nessuno lo sa.

A prima vista, questo campo verde ha un aspetto invitante, specie per i bambini appena arrivati al Convitto, poiché il pantano, ricoperto d’erba com’è, non si vede. Più di una volta qualche novellino si è messo a correre con l’intento di attraversare il prato, ma i suoi piedi sono sprofondati in modo lento, sgradevole, un po’ funesto, nella vegetazione, nella terra.

I peri si stagliano così, abbandonati dagli umani, coi loro tronchi tozzi, robusti e nerboruti, e i loro rami lunghi, avviticchiati, che arrivano quasi a toccare il suolo. Ogni estate questi alberi producono pere grandi, verdi, rilucenti. Nessuno le tocca, magari perché non fanno in tempo a maturare prima della stagione fredda, oppure per il fatto che la strana umidità permea anche il frutto, annacquandone il sapore. Se qualcuno ne coglie una e l’addenta, la sente dura come la pietra, e se per caso riesce a intaccarne la superficie, constata che non ha alcuna dolcezza.

Se Lela nel salire le scale antincendio pensa di ritrovarsi in un altro mondo, quando attraversa per caso e di corsa il campo delle pere ha il battito accelerato e l’assale la paura di non poterne uscire....



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