Elkin | Il condominio | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 187 Seiten

Elkin Il condominio


1. Auflage 2012
ISBN: 978-88-7521-458-6
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 187 Seiten

ISBN: 978-88-7521-458-6
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
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Marshall Preminger, trentasette anni, un infarto e una carriera fallita come conferenziere alle spalle, viene raggiunto improvvisamente dalla notizia della morte del padre. Con il lutto sembra arrivare per lui anche un'insperata svolta economica: in quanto figlio unico, Marshall si appresta a entrare in possesso di un ingente patrimonio. A Chicago, dove viveva il padre, lo attende però una realtà ben diversa: della ricca eredità non resta che un appartamento in un condominio del North Side, sul quale grava per di più un debito di svariate migliaia di dollari, relativo a «spese condominiali» mai pagate - piscina, aria condizionata e altri extra di lusso. Tra loschi uomini d'affari ebrei determinati a riscuotere gli arretrati, vicini di casa sfrontati e impiccioni, onnipresenti comitati di inquilini, il condominio si rivela una vera e propria microcomunità strutturatissima, repressiva e follemente autarchica. Per il malcapitato Marshall la nuova residenza si trasformerà in una prigione dalla quale le possibilità di evasione si assottiglieranno sempre più.

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IL DEMONIO DI CEMENTO.
SOLDI, LETTERATURA, IMMOBILI


Ho letto di Stanley Elkin (uscito per la prima volta nel 1973) in due sessioni, ad aprile e a maggio del 2012, assediato da una pletora di impegni inessenziali e qualcuno pure essenziale, in un momento terribile dello sviluppo del capitalismo occidentale, cioè dell’Occidente per come lo conosco: è un racconto lungo, o , ed è particolarmente vicino a una sensibilità che considero sottovalutata nella storia del romanzo moderno, quella incentrata sull’: quella in cui lo spazio costruito e non costruito, naturale e artificiale, ma soprattutto artificiale, diventa soggetto attivo della macchina narrativa e della costruzione del senso. Si può dire che senza architettura questo libro non avrebbe potuto nemmeno essere concepito, e io non conosco alcun metodo di lettura o interpretazione o presentazione critica di un testo che non contempli una costellazione di idee generate alzando gli occhi una volta ogni tre righe.

Se non succede qualcosa del genere, la lettura di un romanzo o di un saggio è passata invano.

Nel caso di Elkin, prometto che non userò neppure una volta quell’aggettivo che inizia con e identifica in modo sommario l’idea di letteratura di Elkin e di altri autori apparentemente affini. Per me Elkin appartiene a quel ristretto numero di maestri che fanno narrativa con lo spazio, e con questo si conclude la mia timida incursione nella tassonomia letteraria. disegna una parabola abbastanza triste a partire dalla relazione complessa che l’uomo contemporaneo intreccia con i palazzi, gli edifici, i frammenti di città, e ciò che rappresentano in prima istanza: non rifugi, ma casseforti, capitale immobilizzato, denaro strappato all’immateriale – denaro toccante, che produce invariabilmente senso di sconfitta e infelicità, ma anche improvvisi scoppi d’ilare comicità.

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Il protagonista del è interessante, forse appena poco tridimensionale, nel senso che vorremmo conoscerlo meglio, vorremmo si nascondesse meno, ma probabilmente nella visione della letteratura di Stanley Elkin è previsto che i personaggi siano in fondo «funzioni del testo», secondo la classica analisi strutturalista, e perciò possiamo a volte solo intuire quanto sia stratificato e complesso Mr. Preminger, battezzato come uno dei più divertenti e drammatici e plastici registi dell’era dorata di Hollywood, . Ma qualcosa lo difende dalla nostra curiosità. È un personaggio vivacemente morto.

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L’architettura è narrativa calata nello spazio. È bene dirlo e ripeterlo, ma soprattutto è bene averlo chiaro prima di progettare un edificio o partecipare a un concorso, o mettere mano a un piano regolatore, o immaginare pezzi di città o piastre abitative. La narrativa di Elkin, in questo libro, è architettura calata nello spazio narrativo.

Per capirci, ecco la splendida descrizione dell’appartamento attorno al quale ruota l’intera vicenda (ricordiamo che nell’americano colloquiale non allude solo a una particolare forma giuridica di proprietà immobiliare, diversa e simile al nostro corrispettivo italiano/europeo, ma talvolta anche a un «pezzo di proprietà», cioè a un alloggio in sé):


A giudicare dal soggiorno l’appartamento di suo padre era diverso da come se l’aspettava. Non c’erano foto di sua madre né di lui, non gli parve di riconoscere nulla della casa precedente. Tutto era nuovo, costoso, raffinato, insomma, l’appartamento di uno scapolo vent’anni più giovane di suo padre (cioè lui, se se lo fosse potuto permettere?) o di una coppia senza figli. Poteva essersi ispirato all’atrio del condominio. Pelle, cromature, vetro. Mobili svedesi, finlandesi, la bassa geometria di paesi alti.

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Cosa ci insegna ? Che la proprietà è un accadimento: prima non c’è e poi all’improvviso c’è, ed essendoci, . Avete mai osservato le persone che possiedono tanti appartamenti? Sono diverse da Preminger: emanano un’aura di strana non-colpevolezza, e sapete perché? Perché ogni mese sul loro conto corrente vengono versati dei soldi che non corrispondono a delle azioni commesse – o lavoro svolto: sono , appunto, e i soldi non li giudicano, chi li paga non emette sentenze, un affittuario non dice al padrone di casa: «Questo mese hai lavorato bene, questo mese no». I sono fantasmi senza catene economiche dietro le spalle. Sono diversi da me e da te. A volte viene voglia di ucciderli, o di diventare come loro. In Europa, nel secondo Novecento, quando l’economia era in espansione, le persone in gamba diventavano una volta su due. Preminger non è un , ma potrebbe diventarlo. A volte proviamo uno sfrenato desiderio che i personaggi dei romanzi che amiamo abbiano impennate di carriera improvvise, grandi successi, svolte fortunate e imprevedibili. Non andrà così, a Preminger.

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Di cosa parla ? Di un signore, americano del medio-tardo ventesimo secolo, che eredita da suo padre un bell’appartamento in un condominio di semilusso, e anziché godersi l’eredità in modo più o meno felice e distaccato, si muta comicamente e drammaticamente in un ingranaggio perduto del sistema che dovrebbe governare, di cui per diritto di proprietà dovrebbe beneficiare, ed essere responsabile – diventando il bagnino per la piscina del comprensorio condominiale, al termine di una serie di vicende talvolta meccaniche, scritte benissimo, piene di idee per altri cento libri possibili.

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Di chi è erede, letterariamente parlando? A mio parere, del protagonista di uno dei miracoli della narrativa americana del dopoguerra, il malinconico Tommy Wilhelm della di Saul Bellow, uscito una dozzina d’anni prima, prima che il paese conoscesse Kennedy e gli anni Sessanta e la Luna. (Come Preminger, Wilhelm è un diretto discendente di Zeno Cosini della , e si potrebbe discettare per ore di come il dna etnico e letterario – l’ebraismo – si frammenta e sfila e riannoda in contesti anche diversissimi tra loro.) Ma ciò che accomuna Wilhelm e Preminger è impressionante: problemi con il padre, con i soldi, vizi persistenti e difficili da abbandonare, una linea d’ombra che si affronta con piglio depressivo anziché avventuroso. E poi una vicinanza di contesto «urbano» nell’America del dopoguerra, l’uno a New York l’altro a Chicago: i fiumi di auto, le strade, l’architettura, i taxi, l’affiorare di marchi che nel giro di pochi anni sono entrati nella storia dell’arte come icone pop. Entrambi, Wilhelm e Preminger, si muovono nella vita – e nella città – come uomini svuotati, deprivati di qualcosa che nemmeno riescono a focalizzare, buffi, incapaci di reagire: maschi che ti viene da abbracciare, perdonare, schiaffeggiare, capire – tagli potentissimi di ciò che siamo, in parte, tutti.

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Io credo che l’ossessione per l’invenzione formale sia una specie di perversione, e non c’è nulla di male in sé nelle perversioni, ma questo romanzo – che poteva librarsi come una vera stazione lunare di potenza descrittiva, narrativa, lirica – rimane meravigliosamente prigioniero di certe perversioni: la perversione dell’inizio, per esempio, che è un fantastico profluvio di informazioni ed emozioni e idee che poteva essere condotto in modo meno cerebrale e invece si presenta in questa strana veste molto intelligente, ma nel contempo inintelligibile. Ma non è , non voglio dire che sia complesso come la parete verticalissima di di Faulkner. Lì ci troviamo di fronte a una modalità di trasmettere informazioni che mette davvero alla prova, ma dopo tanta prova c’è uno scoppio emotivo intenso, come alzarsi dopo una notte insonne e affacciarsi al terrazzo e vedere correre una maratona alle cinque del mattino, una maratona che blocca i primi autobus, con tante persone che si rivolgono agli autisti dicendo: «Non è autorizzata», «non è autorizzata», come se fosse un particolare vanto. È poesia più conoscenza, poesia nascosta e restituita da una tecnica ardua e faticosa usata per produrre conoscenza. Questo non accade con Elkin, o meglio: non accade nelle prime pagine, che sono un interessante esempio di prosa «a nube», in cui non si comprende mai se a parlare sono i personaggi, il narratore, qualche perso nelle spirali di una conferenza, o la voce anonima di un intero periodo storico. È un esperimento significativo e a tratti eccitante, ma forse un avrebbe potuto tagliarlo di qualche paragrafo, riducendolo a un gesto inventivo e perfetto, perfettamente inventivo e perfettamente riuscito perché isolato e , – come tutti i gesti d’avanguardia annegati in contesti più tradizionali, che emergono soprattutto quando sono di «lunghezza conta e acconcia», per usare gli aggettivi di una nota frase di Roberto Longhi. Già. Perché , infine, è una abbastanza tradizionale – e comincia proprio quando l’effetto nebbia iniziale si dirada, lasciando spazio a una narrazione più piana.

è forse uno dei più scorrevoli e «semplici» tra i testi di quella cosiddetta «scuola» definita con quel noto aggettivo che mi sono ripromesso di non usare mai più. C’è una ovvia unità...



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