Epicoco | Gesù veramente | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 146 Seiten

Epicoco Gesù veramente

Un itinerario attraverso le pagine del Vangelo di Marco
1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-922-3511-3
Verlag: San Paolo Edizioni
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Un itinerario attraverso le pagine del Vangelo di Marco

E-Book, Italienisch, 146 Seiten

ISBN: 978-88-922-3511-3
Verlag: San Paolo Edizioni
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Il Vangelo di Marco è sempre stato inteso come il più diretto, semplice, essenziale. Non propone molti insegnamenti di Gesù, ma prende il lettore per mano e lo conduce in un cammino teso a incontrare la persona di Colui che salva. Questo libro è, a sua volta, un viaggio dentro quel racconto: tra miracoli, silenzi, domande scomode e incontri che cambiano la vita, Luigi Maria Epicoco ci conduce, attraverso Marco, a scoprire un Gesù vero, umano, che si commuove, si arrabbia, ama; un Gesù che non cerca il successo ma cuori disposti a seguirlo davvero. In questo modo, il vangelo si mostra per quello che è: un percorso di conversione profondo ma concreto, con personaggi reali, vivi, che cadono e sono però in grado di rialzarsi; di lotta contro il nostro egoismo e scoperta della gioia nel lasciarsi amare. Con lo stile fresco e accessibile, ma ricco di riferimenti ed evocativo, che i suoi lettori gli riconoscono, Epicoco in queste pagine ci invita a leggere Marco come una vera mappa liberatrice per la nostra vita di oggi. Perché dietro ogni parola c'è un invito: vuoi davvero seguire il Signore, o solo l'idea che ti sei fatto di Lui?

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I


IL DIAVOLO IN CASA
O del perché non sempre la chiesa è un luogo sicuro e le periferie non sempre sono pericolose


A differenza di tutti gli altri evangelisti, Marco va all’essenziale. Più che raccontarci che cosa dice Gesù, Marco ci racconta Gesù. È come se ci mettesse alla sua sequela. Noi siamo chiamati a seguire Gesù che entra ed esce dalla sinagoga, che va in luoghi deserti, che entra in una città… è un Gesù in movimento. Dobbiamo seguirlo come discepoli che vedono e ascoltano questo maestro che agisce.

Per molti secoli Marco è stato considerato un vangelo di “Serie B”, perché non era elegante come Luca, né teologico ed ecclesiale come Matteo o profondo come Giovanni: era considerato un po’ rozzo, troppo corto, sbrigativo. In seguito ci si è accorti che, in realtà, il vangelo di Marco è il più antico di tutti: sono gli altri che hanno attinto da lui per poter ampliare le loro considerazioni e costruire le riflessioni successive.

Leggere Marco, quindi, è andare alla radice, al primo racconto. Alcuni esegeti lo collocano prima della distruzione del tempio di Gerusalemme.

È un testo che risale agli anni 65-70, scritto da una persona che non aveva nessuna autorità rispetto al collegio degli apostoli.

C’è un dettaglio che Marco inserisce all’interno di questo racconto, quasi a voler lasciare una propria firma:

Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono. Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo (Mc 14,50-52).

È l’ora cruciale della passione, il momento esatto in cui Gesù viene arrestato.

Alcuni esegeti suggeriscono che questo ragazzo possa essere Marco, unico evangelista a riportare questo episodio. Non aveva frequentato precedentemente Gesù, ma lo ha incontrato nelle sue ultime ore.

La tradizione ci dice che probabilmente Marco era il figlio di Maria, la donna di Gerusalemme che offriva la propria casa per le riunioni dei discepoli, che era l’assistente che Paolo portava con sé nei propri viaggi apostolici insieme a Barnaba, quello che poi sarebbe stato la causa del litigio tra loro. Probabilmente Marco è anche arrivato a Roma con Pietro e Paolo, per poi finire ad Alessandria, morire lì ed essere considerato una sorta di capostipite della Chiesa copta in Egitto.

La cosa interessante, però, è che questo discepolo “strano”, che non è tra quelli della prima ora, ha imparato ad abbeverarsi ascoltando i racconti di grandi testimoni come Pietro: probabilmente, proprio dopo la morte di Pietro, ha sentito l’esigenza di dover fissare, di dover raccogliere quello che aveva ascoltato, perché anche gli altri potessero in qualche modo avere un resoconto, un punto di riferimento, qualcosa che li aiutasse.

Nell’intento di Marco c’è un profondo scopo catechetico.

La prima comunità cristiana accoglie il vangelo di Marco come un catechismo. Chi vuole approcciarsi per la prima volta al cristianesimo trova in Marco il testo perfetto per farsi incontro all’esperienza di Gesù.

In passato, il testo di Marco veniva letto tutto d’un fiato la notte di Pasqua e accompagnava i catecumeni nell’iniziazione, ossia a iniziare la vita cristiana.

In questo senso, proprio il fatto che sia scritto in una lingua non elegante rivela il suo intento: Marco vuole essere “volgare”, nel senso alto del termine, cioè vuole farsi capire, dire cose che possano essere comprese subito da chiunque. Non si perde dietro allegorismi o in chissà quale raffinatezza. Deve parlare la lingua delle persone comuni, essere il più possibile comprensibile da tutti.

Nel leggere questo vangelo, noi dobbiamo essere profondamente grati a Marco, perché fa una cosa molto bella: non toglie a Gesù la sua umanità, come molto spesso gli altri evangelisti tendono a fare, eliminando aspetti che potrebbero essere un po’ problematici.

Leggendo Marco ci accorgiamo che Gesù si commuove, si arrabbia, si indigna, dorme, soffre, gioisce, cioè che Gesù è un uomo.

Il messaggio di Marco vuole farci percepire che Gesù è il Figlio di Dio, ma che per conoscerlo bisogna apprendere la sua umanità. Potremmo dire che è talmente uomo da poter essere il Figlio di Dio. Tutte le sfaccettature umane che troviamo nel racconto di Marco sono un suo ritratto bellissimo. In questo senso, Marco non manomette le cose. Ci propone anche dettagli che sembrano inutili, come, ad esempio, il fatto che quando i primi discepoli se ne vanno, lasciando il padre, ci sono anche dei garzoni sulla barca (cfr. Mc 1,20). Tutto ciò non ha nessun significato teologico: sta a significare che Marco non vuole barare, non sta scegliendo che cosa dire o che cosa non dire; ci sta raccontando le cose così come le sa, anche quando possono sembrare inutili. Ma l’umanità di Gesù non è mai inutile.

Chi sei, Gesù?


Dire che quello di Marco è un vangelo scritto come se fosse un catechismo, un racconto pasquale o un manuale di evangelizzazione è un po’ come voler affermare che, più noi lo leggiamo, più in qualche maniera entriamo in quella che è un’esperienza viva di sequela del Signore.

Nei primi capitoli c’è una domanda che, costantemente, gli scribi, i farisei e il popolo si pongono quando incontrano Gesù; una domanda che Gesù stesso propone su di sé: “Chi è Gesù?”. Il modo di rispondere di Marco non è astratto. Egli risponde a questa domanda con delle azioni.

Noi possiamo capire chi è Gesù guardando che cosa fa, come vive, qual è la sua testimonianza. Questo è il motivo per cui tutta la prima parte del vangelo è attraversata dal cosiddetto “segreto messianico”. Gesù non vuole una fama che nasca da qualcosa di sbagliato, come quella che gli viene dai miracoli, dagli esorcismi… Gesù non permetterà che qualcuno possa dire chi Lui è. Non lo permetterà ai demoni (è interessante: il primo che, nel vangelo, fa professione di fede su Gesù è proprio un demonio, e viene messo a tacere (cfr Mc 1,24): non lo permetterà ai suoi discepoli, non lo permetterà a tutti i graziati che incontrerà durante il suo cammino. Chi è Gesù lo potrà dire solo un pagano sotto la croce:

Avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era figlio di Dio» (Mc 15,39).

È nel momento di massima debolezza di Gesù che la professione di fede va fatta.

Per questa ragione, idealmente, noi possiamo dividere il racconto di Marco in due grandi parti:

– la prima è incentrata sulla potenza di Gesù (i miracoli, i segni…), ed è il momento in cui non bisogna fare la professione di fede;

– la seconda riguarda la passione e morte di Cristo, è il tempo della debolezza di Gesù. È lì che bisogna fare la professione di fede.

Marco, a differenza degli altri evangelisti, non si perde in grandi approfondimenti o descrizioni. Se, ad esempio, analizziamo l’episodio delle tentazioni, vediamo che, in lui, si riducono a un versetto:

E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano (Mc 1,12-13).

Dopo aver ricevuto il battesimo, Gesù viene sospinto nel deserto: non ci sono dialoghi, non ci sono le tre tentazioni così come le conosciamo dagli altri evangelisti (cfr Mt 4,1-11 e Lc 4,1-13). Eppure, in questa brevità, c’è qualcosa di molto interessante: lo Spirito conduce Gesù nel deserto per essere tentato.

Dentro di noi non ci sono soltanto angeli, abbiamo anche bestie. Tutti noi abbiamo sia demoni che angeli. Abbiamo i nostri punti di forza e i nostri punti di debolezza. Siamo sempre stati abituati a pensare, erroneamente, che maturiamo nella misura in cui riusciamo a estirpare da noi le bestie selvatiche. Gesù, nel vangelo, lo esplicita, affermando però che il voler separare il grano dalla zizzania è una grande tentazione. A volte, infatti, per togliere la zizzania si fa del male al grano. È bene, invece, che crescano insieme. Noi dobbiamo vivere semplicemente, come Gesù, i nostri drammi e problemi. Lui sta in mezzo, accetta di dimorare sia con le bestie selvatiche che con gli angeli che lo servono.

Fra angeli e demoni


La vera maturità della vita spirituale si vede dalla serenità con cui noi stiamo accanto anche ai nostri demoni, da come non ci lasciamo togliere la pace dai nostri demoni, da come riusciamo a convivere anche con le cose che non ci piacciono di noi, ma che ci faranno compagnia per tutto il resto della nostra esistenza.

Così come abbiamo presso di noi delle bestie selvatiche, abbiamo anche degli angeli. Il Signore ci dà il suo aiuto, la sua grazia. Certe volte, per la smania di tenere a bada i leoni arrabbiati che ci portiamo dentro, non ci accorgiamo che ci sono anche gli angeli, che ci sono degli aiuti.

Sarebbe bello educarci a questa pacificazione, che non è la guarigione ma l’accettazione del nostro stato: sapere che tutte le volte che entriamo dentro il nostro cuore noi incontriamo bestie selvatiche e angeli. E avere il coraggio di fare questo, perché è lo Spirito stesso a condurci in questa esperienza. Se ci andassimo da soli, avremmo tutto il diritto di avere paura, perché non abbiamo gli strumenti per poter fronteggiare i mostri che abitano in “cantina”. Non basta che ci analizziamo, che riflettiamo, che usiamo tutti gli strumenti umani possibili per poter entrare serenamente dentro di noi. Possiamo trovare il coraggio di affrontare noi stessi perché è...



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