Eremo | Il calcio e` musica | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 306 Seiten

Reihe: Fuori Collana

Eremo Il calcio e` musica


1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-5649-180-3
Verlag: Mattioli 1885
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 306 Seiten

Reihe: Fuori Collana

ISBN: 979-12-5649-180-3
Verlag: Mattioli 1885
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Se sei cresciuto nella Shanghai degli anni Venti e Trenta, dove tuo padre . stato ingaggiato come primo violino dell'Orchestra Sinfonica Municipale, non puoi che diventare un cittadino del mondo. Un vento impercettibile ti sospinger. in continuazione da un capo all'altro del pianeta. Sandro Puppo . stato un grande uomo di sport. Troppo avanti per il suo tempo, troppo diverso dai coetanei. Del resto, che c'entra un pianista con il mondo del calcio? A Torino lo chiamavano 'il filosofo, per quell'aria incantata e meditativa, per quello sguardo docile e buono, per la discrezione con la quale affrontava i problemi, per gli occhiali che lo facevano sembrare pi. un professore che un allenatore'. La sua vita . un caleidoscopio in cui la realtà supera spesso la fantasia. Cos., inseguendo un sogno, si passa da Hitler a Pelé, da Jesse Owens a Stalin, dai canti dei muezzin di Istanbul a quelli dei mariachi di Città del Messico, dai canali di Venezia alla taiga siberiana, dalle sinfonie di Giuseppe Verdi alle canzoni dei Beatles.

Matteo Eremo (Piacenza, 1986) . insegnante di Lettere e giornalista Pubblicista. Per Marcos y Marcos ha scritto e curato tre volumi dedicati al mondo delle librerie indipendenti: Il libraio suona sempre due volte (2013); La voce dei libri (2014); La voce dei libri II. Storie di libraie coraggiose (2015).
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II


Shanghai brucia


(1920-1934)


1


Sono diventato adulto il giorno del mio quattordicesimo compleanno, mentre i tacchi dell’esercito giapponese rimbombavano sul suolo di Shanghai. L’aria sapeva di polvere da sparo e di gasolio, la terra tremava, i vetri vibravano.

Era il 28 gennaio 1932 e stavo eseguendo al pianoforte una sonata di Aleksandr Nicolaevic Skrjabin. Di fronte a me, in una saletta del Teatro dell’Ambasciata, si stagliava Mrs Bolkonskaja, la mia anziana insegnante di musica. Teneva gli occhi chiusi e fendeva l’aria con le dita secche, indicandomi la via e il ritmo da seguire. Indossava un abito scuro che le faceva risaltare i capelli grigi, raccolti in uno chignon. Ogni tanto accennava qualche parola, in un inglese dal marcato accento russo. Emanava un forte profumo di lavanda e gelsomino.

Fino a quando non udimmo quel rumore crescente da nord, oltre il torrente Suzhou, non sapevamo nulla l’uno dell’altra. Ci eravamo sempre limitati a interloquire con la deferenza degli estranei. Lei era la mia maestra, io uno dei suoi tanti allievi.

Tutto cambiò al primo sparo, mentre le mie dita scivolavano sui tasti freddi del pianoforte invece di scartare i regali che ogni ragazzo sogna in un giorno tanto importante. Proprio in quel momento il frastuono sempre più forte dei tacchi delle giacchette blu iniziò a sovrastare le note di Skrjabin. I nipponici sfilavano nel quartiere di Hongkew, ma sembravano già dietro la porta della stanza.

Proseguii la sonata fino ai primi singhiozzi di Mrs Bolkanvskaja, poi mi fermai e osservai il suo viso rugoso solcato dalle lacrime. Pioveva nel deserto.

Non capivo che cosa stesse succedendo e, mentre fissavo quella scena, mi tremavano le mani. Nel frattempo, il frastuono dei soldati giapponesi aumentava sempre più, fino a quando proruppero in un fortissimo: “Banzai!”

Pochi istanti dopo si sentirono spari di avvertimento e cannonate dimostrative. A quel punto le ultime resistenze della mia insegnante crollarono.

“Ancora quel rumore che sogno ogni notte! Che cosa vogliono portarmi via? Non ho più niente!”

Si era messa a farfugliare parole confuse. Le lacrime scendevano da occhi di vetro. Infine, si ricompose e, asciugatasi il viso, mi raccontò la sua storia.

“Sono la principessa Elisabeta Evgenievna Bolkanvskaja.”

Me lo disse con una ritrovata fierezza, aggiungendo che era stata costretta all’esilio da un manipolo di mascalzoni senza cultura né ritegno.

A causa loro, aveva dovuto abbandonare i fasti della propria reggia nel cuore della Russia occidentale e cercare rifugio in un appartamento di Shanghai tra gente poco raccomandabile. Con lo scoppio della rivoluzione bolscevica, il mondo lussuoso da cui si era fatta cullare per quasi tre quarti di secolo era svanito da un giorno all’altro, spazzato via dall’Armata Rossa e dai soprusi dei proletari che le avevano sottratto ogni cosa, irridendola.

A settant’anni e agli sgoccioli della guerra civile tra rossi e bianchi, aveva dovuto sfidare i rigori dell’inverno russo del 1920 per non finire ammazzata. Si era camuffata da serva ed era scappata da Mosca a bordo di un treno che percorreva la Transiberiana con destinazione Pechino. Da lì aveva raggiunto Shanghai e si era stabilita insieme ad altre migliaia di esuli nel cuore della Concessione francese, nei pressi di Avenue Joffre. Ma nemmeno in quel luogo l’incubo era finito.

Senza un soldo, la principessa era stata costretta a vivere in una stanza infestata dai topi e a cercare lavoro per mangiare. Proprio lei, che aveva pranzato più volte con i Romanov e che non si era mai cambiata d’abito senza l’aiuto di una domestica! Mi sussurrò l’ultima frase con la morte negli occhi.

Ai primi morsi della fame si ricordò di saper suonare il pianoforte e cominciò a impartire lezioni ai figli degli europei che giungevano a Shanghai per suonare nell’Orchestra Sinfonica Municipale. Gente di un certo livello.

Era un compromesso accettabile: lavoro, sì, ma intellettuale, senza alcuno sforzo fisico e nessuno che la comandasse. Solo ragazzi educati e di buona famiglia a cui insegnare un’arte ben lontana dalla grettezza dei bisogni terreni.

Credo che non si rendesse conto di parlare a un ragazzino di quattordici anni appena compiuti. Il muro che tratteneva da anni le sue parole era crollato e queste uscivano dalla sua bocca come un fiume in piena.

Parlò a lungo, anche se a un certo punto smisi di seguirla. Con gli occhi osservavo le sue labbra muoversi, eppure il mio cervello vagava altrove, intento a raccapezzarsi in un mondo nuovo.

In precedenza, avevo già sentito parlare di guerre e persecuzioni, sui libri di storia o in racconti che iniziavano sempre allo stesso modo: c’era una volta…

Favole, appunto. Nella realtà, mai un combattimento era esploso a pochi passi da me, né uno sparo di arma da fuoco era risuonato nelle mie orecchie. Come potevo continuare ad ascoltarla con quello che stava accadendo?

Tremavo, aveva paura e intuivo che neppure i miei genitori sarebbero stati di grande aiuto. Era in corso qualcosa ben al di là anche delle loro possibilità.

Quella sera faticai a godermi il regalo che mi avevano lasciato sul letto. Uno spartito di Mozart che papà mi osservò scartare senza riuscire a trattenere un sorriso di compiacimento.

Non avevo ancora preso sonno quando la battaglia entrò nel vivo e le urla dei feriti iniziarono a risuonare in lontananza. Le parate dimostrative erano finite, sul suolo giacevano già le prime vittime.

2


Vivevo a Shanghai dall’età di due anni, da quando mio padre Valentino era stato ingaggiato come primo violino dell’Orchestra Sinfonica Municipale.

Avevamo lasciato Piacenza nel 1920, mentre l’Europa faticava a uscire dalle distruzioni della Grande Guerra e l’Italia era sconquassata da scioperi e proteste. I miei genitori colsero al volo l’offerta del Maestro Mario Paci, che in Asia stava creando un’orchestra tutta europea di cui si diceva un gran bene. Fu così che ebbi la possibilità di sperimentare in prima persona quello che i miei coetanei leggevano nei libri di Emilio Salgari.

Shanghai, a quei tempi, era la città più cosmopolita del pianeta. Una miscela inebriante di culture che mantenevano i propri connotati. I britannici giocavano a cricket e passeggiavano per i parchi come a Londra, né mancavano mai il tè delle cinque. Si erano inoltre costruiti una cattedrale gotica da far invidia a quelle inglesi e festeggiavano le principali ricorrenze della madrepatria.

Gli americani si ritrovavano per un gelato al Chocolate Shop di Bubbling Well Road, compravano i giornali a stelle e strisce da Kelly & Walsh, nota libreria gestita da un loro connazionale su Nanking Road, e mandavano i figli alla American School, simile alla Indipendence Hall di Philadelphia.

Poi c’erano i russi, sempre più numerosi dopo la rivoluzione bolscevica. A poco a poco colonizzarono la zona francese, trasformandola in una piccola Mosca. Nelle sue strade svettavano cattedrali ortodosse con cupole a cipolla ricoperte d’oro e ci si imbatteva in piccoli negozi che vendevano scodelle di borscht, terrine di manzo alla Stroganoff e blinis. Non mancavano nemmeno i suonatori di balalaika e i violinisti che intonavano valzer viennesi o motivi malinconici.

Tutti gli stranieri vivevano nelle Concessioni internazionali, una serie di quartieri passati sotto il controllo delle principali potenze mondiali in seguito alla Prima guerra dell’oppio e al Trattato di Nanchino. La divisione era netta: europei e americani da un lato, cinesi dall’altro.

Da una parte la marea dei quartieri asiatici, autentici formicai. Dall’altra l’enclave occidentale con palazzi allineati su viali monumentali che ricordavano Vienna, Parigi e Berlino. Boutique e banche di qui, catapecchie e pezzenti di là.

Anche nelle vie più trafficate dei quartieri europei sopravvivevano però minuscoli angoli di Cina. Sulla caotica Nanking Road, non lontano da un grande magazzino europeo, un piccolo tempio resisteva da migliaia di anni. Oltrepassando un muro cadente, si entrava in un cortile dove monaci rasati incensavano l’aria e i devoti accendevano candele davanti a un altare.

Nei giorni di festa quel luogo si riempiva di gente di ogni tipo: venditori ambulanti, cuochi, cavadenti, trafficanti di uccelli, scrivani di lettere d’amore o fatture per analfabeti in cambio di qualche soldo.

Sempre in Nanking Road sfrecciavano i portatori di risciò, pronti a fare a gara per accaparrarsi più clienti, ricorrendo a qualsiasi mezzo. Il vicino fiume Huangpu era invece un mare solcato da ogni tipo di imbarcazione: zattere, barchette di legno, sampan, giunche cinesi con le vele formate da stuoie di canne, navi da guerra, immensi transatlantici.

Il mio luogo preferito era il Public Garden. Si trovava al termine del Bund, un miglio di hotel, banche e dimore di lusso che si specchiavano nell’acqua. Occupava una posizione mozzafiato, alla confluenza del torrente Suzhou nel Huangpu. Dalle sue panchine si poteva studiare il viavai delle navi e ascoltare il brontolio del Garden Bridge, la cui struttura in acciaio sferragliava al passaggio dei veicoli. Sulla sponda opposta spiccava la mole dell’Astor House, mentre a destra iniziavano gli edifici del...



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