E-Book, Italienisch, 154 Seiten
Reihe: Indi
Fillioley La Sicilia è un'isola per modo di dire
1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-3389-019-7
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 154 Seiten
Reihe: Indi
ISBN: 978-88-3389-019-7
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
«La Sicilia è un'isola per modo di dire è molte cose insieme»: un libro di raffinata e irresistibile comicità, un racconto lucido di una terra molto amata, un diario di viaggio curioso e impertinente, un manuale d'istruzioni per montare e smontare il mito della sicilitudine. Mario Fillioley sa bene di trovarsi davanti un luogo fin troppo raccontato, ammantato di una sua tradizione che - dal ciclo dei vinti fino alle fiction televisive - ha accumulato e inglobato una serie sterminata di versioni, sempre al confine tra topos e stereotipo. E sa che per raccontarlo, quel luogo, nelle sue infinite manifestazioni, ha una sola arma vincente: l'ironia. Evitando tanto le pose retoriche quanto quelle antiretoriche, Fillioley parla al lettore come fosse un amico, senza trucchi e senza ipocrisie. Riesce così in un'impresa apparentemente impossibile: dire qualcosa di nuovo sull'isola troppo grande, troppo complessa, l'isola per modo di dire. Raccontare, con leggerezza e amoroso disincanto, una Sicilia diversa, non definitiva e quindi tanto più vera e credibile.
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VILLETTE
Sono di Siracusa, città sulla cui costa nord, quella immediatamente accessibile per la balneazione, a un certo punto venne impiantato un polo petrolchimico. La prima conseguenza fu un improvviso arricchimento della popolazione: posto fisso, stipendio sicuro, tutti i mesi, e dunque possibilità concreta di indebitarsi. La seconda conseguenza furono i debiti e la villetta.
La villetta siracusana è un po’ anomala: seconda casa al mare, dista pochissimi chilometri dalla prima abitazione, anch’essa sul mare. Potendo scegliere, la villetta sarebbe stato il caso di costruirsela in montagna, sugli Iblei. Però il mare cittadino era diventato impraticabile: scarichi fognari a parte, sulla costa nord si accanirono anche i moli di attracco per le petroliere, con i relativi sversamenti, e soprattutto durante i primi anni le ciminiere poco regolamentate ci andavano giù pesante coi miasmi. Così a un certo punto non ci fidammo più di fare il bagno ai Piliceddi o a Fondaco Nuovo, e iniziò una specie di transumanza verso le acque cristalline di Fontane Bianche, costa sud.
Doppiato Capo Murro di Porco, ecco la Fanusa e poi l’Arenella: un primo tratto di mare vergine e di comode spiagge sabbiose (in città solo scogli) che da lì, superando Ognina, si estendono per tutta Fontane Bianche fino al gelsomineto della Marchesa di Cassibile. Distanza dall’abitato: circa sedici chilometri. Sedici chilometri si coprono in neanche un quarto d’ora di macchina. Perché spendere tanti soldi per costruirsi una villetta a un quarto d’ora da casa? Probabilmente intervenne il fattore status symbol: non sono più un contadino, adesso faccio l’operaio specializzato, l’impiegato di concetto, il bancario, posso permettermi i figli all’università e pure la casa al mare.
A dire il vero, le case di villeggiatura dei nobili, quelle ottocentesche o liberty, erano tutte in contrada Isola, di fronte al porto, e si chiamavano ville. Quelle di Fontane Bianche, Ognina, Arenella, Fanusa invece no: da subito (e per sempre) si chiamarono villette, anche quando superarono in numero e dimensioni quelle nobiliari dell’isola. Un sintomo linguistico, quindi, nel senso che sì, col petrolchimico avevamo più soldi, però in fondo nemmeno tanti. Meglio costruire a due passi da casa, allora. Perché magari così i muri li tiro su io stesso quando finisco di lavorare, la domenica mio fratello e mio cognato mi vengono a dare una mano con gli spioventi del tetto: piano terra, veranda coperta e primo piano; e poi, se la seconda casa è vicina, controllarla, gestirla, manutenerla sarà meno costoso e più pratico.
Villeggiare dietro casa, a pensarci bene, non è un’idea cretina: conviene. Qua fa caldo fino a novembre, e visto che la villetta è così vicina possiamo usarla per la scampagnata del giorno di Pasquetta, la grigliata del Primo Maggio e anche per il ponte di Ognissanti. Quando si chiudevano le scuole, le mogli casalinghe degli operai, insieme ai figli, si godevano mare e giardino per ben tre mesi, e il marito poteva rincasare la sera, a fine turno, giusto qualche chilometro di macchina in più, nell’attesa che arrivassero le ferie d’agosto.
Il piano regolatore non esisteva. La Regione siciliana ci metteva un bel po’ ad approvare norme e deroghe sul demanio marino, la distanza dall’arenile, la tutela del paesaggio, e intanto nel vuoto normativo io mi tiro su la villetta direttamente sulla spiaggia. Oppure mi recinto questo tratto di scogli qua e ci faccio una scala in cemento che mi porta direttamente a mollo. La discesa a mare privata. Lo scivolo per il gommone. Un cancello sulla sabbia. Poi, a un certo punto, la normativa regionale sulla distanza dalla costa arriva: centocinquanta metri, la metà di quella prevista in Continente. E a ruota arrivano anche le prime sanatorie: Hai visto? Te l’avevo detto io: costruisci, che niente ci fa.
Risultato: Fontane Bianche non ha un lungomare, una piazza, un marciapiede. Solo villette, da un lato e dall’altro della statale 115, l’unica strada che la attraversa (al punto che in quel tratto la chiamiamo Viale dei Lidi).
L’idillio ci mise però un attimo a trasformarsi in nevrosi, e la vicinanza della seconda casa giocò un ruolo fondamentale: se la villetta è a dieci minuti di macchina, non c’è nessuna cesura tra lavoro e ferie estive, e finisce che continui a fare la spola tra il mare e la città, in continuazione e per i motivi più futili. E così eccoli là i siracusani, motorizzatisi da poco, in coda sulla via Elorina per andare a comprare il pesce al mercato di Ortigia e poi ritornare a grigliarselo nel giardino di Fontane Bianche. Su e giù, anche più volte al giorno.
Gli anni in cui io sono stato bambino e poi giovane, a ricordarseli adesso, furono pura schizofrenia. I divertimenti notturni, per esempio. Se ci trasferivamo in villetta, facevo sedici chilometri in motorino ad andare e altri sedici a tornare per una semplice passeggiata al Duomo. Allora i miei genitori, per evitare che io ogni notte rischiassi l’osso del collo su strade extraurbane poco illuminate e peggio asfaltate, decidevano che l’estate prossima basta, si rimaneva in città. Ma in un anno la moda cambiava, e la stagione successiva il posto in cui bisognava assolutamente essere ogni sera era il centro commerciale Frisio di Fontane Bianche. Motorino, trentadue chilometri, su e giù. Mettiti il casco altrimenti ti scippo la testa, diceva mio padre.
Vabbè, poi si cresce. Vai a fare l’università fuori, e quando torni per l’estate decidi che quest’anno invece no, te ne starai in villetta e non ti muoverai da là: sdraiato sull’amaca tesa tra i due pini (com’è rasserenante l’ombra dei pini, pensano i tuoi guardandoti leggere beato). La villetta, però, mentre tu fai l’università, invecchia. Non è tanto che mostri segni di cedimenti strutturali (un po’ sì: nel frattempo ha già i suoi vent’anni, e oltretutto l’ha tirata su tuo padre, nei ritagli di tempo, col fratello e il cognato) quanto che è un po’ trascurata. I tuoi ci vanno di meno, perché tanto voi figli tornate giusto un paio di settimane in agosto: e allora per due settimane che fai? Non vale neanche la pena di mettersi a ridipingere le tapparelle. E se all’angolo del soffitto si forma un poco di muffa, pazienza, ci pensiamo l’anno venturo.
Finisci l’università e la villetta adesso è proprio malandata. Pure i tossici si sono accorti che ci andate poco. Subite qualche furto. L’arredamento, già poco ricco di suo, ora è diventato spartano. Il forno in pietra ha la canna fumaria otturata dagli aghi di pino (che alberi infestanti, i pini, pensa tua madre mentre la pizza si brucia). La stufa a legna ha lo sportellino rotto. Anche la pavimentazione del vialetto d’ingresso è saltata per via delle radici (mai piantare pini in una villetta, spiega il piastrellista – sfregandosi le mani – a tuo padre che gli sta firmando il preventivo). Tutto sommato però, ogni tanto riesci a portarci una ragazza: l’umidità che qui, d’inverno, fa tanto bohème, il rumore delle onde, niente tv perché se la sono rubata i ladri, giusto un plaid per avvolgervi stretti e non morire di tisi, insomma: se non volevi combinare niente me lo spieghi che ci siamo venuti a fare tu e io qua in pieno gennaio?
La villetta assolveva così la funzione demografica di contrasto alla nascita zero. E ne assolveva pure un’altra: fare da sfogo per il nervoso di tuo padre. Perché in tutto quello stato d’abbandono una sola cosa era in perfetto ordine: il giardino. Tuo padre usava la villetta per scaricare le tensioni su piante e alberi, gli esseri viventi più inermi del creato. Non appena aveva un minuto libero, via in villetta a decespugliare, tosare erba, usare la sega a scoppio per tagliare rami (mai della dimensione giusta per la stufa: fu tentando di introdurvi uno di questi tronchi che si ruppe lo sportellino) e potare.
Grazie a lui, almeno il giardino è curato, sì, ma come lo è la testa di un bambino quando si teme possa prendere i pidocchi. La macchia mediterranea, un tempo lussureggiante su aiuole e vialetti, adesso è il monte di Venere glabro di una pornostar. Le siepi di oleandro, che seppero essere potenti schermature per gli sguardi del vicino, tuo padre, questo estroso coiffeur del verde, ha deciso che quest’anno si portano corte, a spazzola: più moderno, ti dice.
Ma in questo eccessivo nitore del giardino la decadenza della costruzione risalta ancora di più. Bisogna correre ai ripari. Un piccolo investimento iniziale, allora, giusto una rimessa in sesto, e poi via, darsi subito alle locazioni stagionali. Affittasi, anche per brevi periodi. Funziona. Coi soldi si riescono ad ammortizzare le spese di restauro e quelle di manutenzione. La villetta rinasce a un certo splendore (mitigato dal fatto che tuo padre continua a occuparsi del giardino). Solo che non è più casa tua. L’hai prima svuotata e poi riempita di suppellettili che non ti sono mai appartenute. Hai dipinto le pareti di un colore diverso. Sotto ai pini, al posto dell’amaca, c’è un salottino in teak scuro coi cuscini bianco écru che hai visto su Case e giardini e comprato in offerta. E se nei periodi in cui è sfitta ti sogni di portarci quella che nel frattempo è diventata tua moglie, l’ansia di sporcare, rovinare o rompere qualcosa condanna il bambino concepito in quel famoso gennaio a rimanere figlio unico.
La vita è andata avanti, la villetta ha cambiato funzione, ma per fortuna è ancora lì, solida: il mattone che mai tradì la famiglia italiana. Però tuo padre s’è fatto un po’ anziano, si stanca. Il sabato ti obbliga ad andare lì insieme a lui, si siede sul muro a secco e inizia a impartirti ordini, affinché...




