Fisher | Il nostro desiderio è senza nome | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 408 Seiten

Fisher Il nostro desiderio è senza nome

Scritti politici. k-punk/1
1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-3389-151-4
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Scritti politici. k-punk/1

E-Book, Italienisch, 408 Seiten

ISBN: 978-88-3389-151-4
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



l nostro desiderio è senza nome è il primo dei volumi che minimum fax dedica agli scritti di Mark Fisher apparsi sul suo leggendario blog k-punk e su diversi giornali e riviste. In questo volume sono raccolti gli scritti politici, tra cui anche «Comunismo acido», la fulminante e incompiuta introduzione a quello che avrebbe dovuto essere il suo nuovo progetto. Senza lacrimosa nostalgia Fisher guarda agli anni Settanta del secolo scorso per parlare agli anni Dieci: il disappunto nei confronti della «nuova» sinistra che, sempre più impantanata nelle logiche neoliberiste, ha ormai tragicamente interiorizzato il principio tatcheriano per cui «non c'è alternativa» al capitalismo; il nuovo assetto del mondo del lavoro, sempre più atomizzato, pervasivo e precario, che ha privato i lavoratori del tempo e delle prospettive; la piaga dilagante della malattia mentale; il progressivo smantellamento del welfare; la Brexit; la minaccia del terrorismo. In un fosco panorama cybergotico e postapocalittico, Fisher non concede nulla alla rassegnazione, e anzi cerca instancabilmente una via d'uscita da quel «realismo capitalista» che rende impossibile anche solo sognare una condizione migliore: una rivolta contro la mancanza di alternative economiche, sociali ed esistenziali che sembra il segno più forte del nostro presente. Si tratta di rifiutare l'atteggiamento depressivo a cui le logiche di mercato ci hanno educati, e «valutare in modo responsabile e pragmatico le risorse a nostra disposizione qui e ora, e riflettere su come utilizzarle al meglio e incrementarle. Di muovere - magari lentamente, ma con assoluta determinazione - da dove ci troviamo oggi a un luogo molto diverso».

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NON VOTATE, NON INCORAGGIATELI8


C’è stata un’epoca in cui le elezioni almeno significare qualcosa. Conservo ancora il ricordo viscerale dell’amara sensazione di vuoto e di sconfitta esistenziale, il giorno dopo che la sinistra radicale tragicamente guidata verso la disfatta da Michael Foot dovette soccombere alle forze d’assalto del Kapitale capitanate dalla Thatcher, mentre io, appena quindicenne, pensavo ad «altri cinque anni» di governo Tory. Anche se all’epoca non la conoscevo ancora, la canzone che mi riporta sempre a quel momento e a quella sensazione è «Welcome to Liberty City» di Mark Stewart: «».9

C’è ancora qualcuno che ama illudersi che un’amministrazione conservatrice sarebbe molto peggio del New Labour, al punto che degnarsi di votare per chiunque altro costituirebbe un «lusso». Scegliere «il meno peggio» non significa soltanto prediligere questa opzione in particolare, ma anche scegliere un sistema che ti costringe ad accettare il meno peggio come il massimo in cui tu possa sperare. Naturalmente i difensori della dittatura dell’élite, forse ingannando addirittura se stessi, fanno finta che quello cumulo di menzogne, compromessi e lusinghe che ci stanno spacciando è «solo temporaneo». Che in un qualche indefinito momento del futuro le cose miglioreranno, se oggi sosteniamo l’ala «progressista» dello status quo. Eppure una scelta tra prendere o lasciare non è una vera scelta, e l’illusione del progressismo non è un vezzo psicologico, ma l’illusione strutturale su cui si fonda la democrazia liberale.

Johann Hari tenta di difendere le ragioni di un voto riluttante per il New Labour, sostenendo che i conservatori sono l’unica alternativa realistica e sono chiaramente peggio del New Labour. Ma qual è la minaccia posta dai conservatori di Howard? Sospenderanno l’habeas corpus? Non possono, l’ha già fatto il vecchio Tony. Caleranno spudoratamente sul tavolo la carta dell’immigrazione per catturare l’elettorato di destra? Bene, d’accordo, ma è quello che il Joker dal Volto Isterico10 sta già facendo (non è stata la guerra in Iraq a farmi perdere ogni residuo attaccamento sentimentale al New Labour, ma il loro rivoltante e spregevole tentativo di assecondare la destra sull’immigrazione).

Sgombriamo il campo, una volta per tutte, da quest’idea che il New Labour abbia «migliorato» qualcosa. Il New Labour è il peggiore dei mondi possibili: il managerismo thatcherista senza l’attacco agli interessi costituiti. Negli anni Settanta pre-Thatcher ci volevano sei operai per fare il lavoro di uno: all’inizio degli anni Duemila post-Thatcher, ci vogliono sei consulenti per svolgere il lavoro di nessuno (visto che, tanto per cominciare, non valeva neanche la pena di scrivere il mission statement). Stessa inefficienza, beneficiari diversi. Il New Labour e i suoi sostenitori si fanno beffe del progetto dei Tory di tagliare trentacinque miliardi di sterline di spesa pubblica e nonostante ciò migliorare i servizi. Come individuo impiegato nel servizio pubblico, a me pare del tutto plausibile (ciò non significa credere che i Tory siano capaci di farlo, o di farlo in modo efficace una volta al potere). Tagliare burocrazia, funzionari e montagne di pratiche amministrative produrrebbe immediatamente due effetti positivi: eliminerebbe manager e amministratori i cui stipendi gravano in modo spropositato sul bilancio statale, e migliorerebbe le performance di coloro che , per il semplice fatto che non dovrebbero più perdere tempo a occuparsi dei continui promemoria che ricevono e di coloro che glieli mandano.

Tony Blair non è un mentitore occasionale, ma come tutta la nuova generazione di politici carrieristi da lui capeggiata è un mentitore . Da bravo avvocato convertito alla politica, Blair prevedibilmente tratta la realtà come una distrazione dalle PR. Ha contribuito a creare una situazione in cui la democrazia parlamentare significa semplicemente «battere l’avversario», come in un dibattito organizzato dalle associazioni studentesche di Oxford. Il suo bigottismo morale, la convinzione di possedere una bontà innata, è più che altro una testimonianza dell’istruzione ricevuta nelle scuole private e dei suoi studi universitari a Oxford e Cambridge: nel luccichio dei suoi occhi si coglie la certezza irremovibile dell’autentico imbecille. Blair ama considerarsi un politico «di principi», ma a parte la sua intransigenza imperialistica (anche quella sintomo di una fede nella propria innata superiorità), su cos’altro ha preso posizione? È significativo che l’unica volta che si è mostrato pronto a sfidare l’opinione pubblica è stato per prendere parte alla guerra in Iraq.

Il suo slogan «istruzione, istruzione, istruzione» è stato una delle beffe più amare, e ciò non solo perché Blair ha guidato il più stupido schieramento governativo della storia parlamentare, altra testimonianza delle meraviglie di Oxbridge.11 Certo, può darsi che abbia «pompato più soldi» nell’istruzione, ma la cosa è del tutto inutile se poi i fondi finiscono a enti inutili, amministratori incompetenti e «iniziative» superficiali destinate a fallire, oltre che prive di senso anche in caso di successo.

La «soluzione» per l’istruzione superiore escogitata dalla «Terza Via» è una tipica catastrofe blairiana. I college vengono oggi finanziati in base al numero degli studenti, con il risultato che gli studenti concepiscono se stessi come «consumatori»: non a caso i più furbi si accorgono in fretta che a dispetto di qualunque comportamento violento e offensivo difficilmente saranno espulsi dal college, dato che questo per l’istituto comporterebbe una consistente riduzione delle entrate. Non è giusto risolvere i problemi di comportamento degli studenti semplicemente allontanandoli dai college, ma non è neppure corretto lasciare che continuino a frequentare i corsi come se nulla fosse. Questo equivale a venir meno ai doveri istituzionali nei confronti di quel particolare studente, e anche degli altri studenti, la cui istruzione e il cui ambiente educativo rischiano di essere danneggiati se non si mette freno a simili comportamenti. Ma le modalità di finanziamento inaugurate dalla «Terza Via» blairiana avranno come unico risultato il cinismo istituzionale. Imporre vari «obiettivi» e assegnare i fondi in base al loro raggiungimento (sarebbe ciò che gli economisti chiamano «riforme», ossia ideologia travestita da realismo) porterà soltanto a una situazione in cui burocrati e individui dalla mentalità burocratica l’avranno vinta. La chiave per migliorare l’istruzione, e ogni altro servizio pubblico, è quella di accettare l’ovvia verità (anche se contraria all’ideologia): la maggior parte della gente che lavora in questo genere di servizi in realtà non è affatto venale, non è motivata esclusivamente dagli interessi «propri e della propria famiglia». Sarebbe quindi opportuno restituire il potere a loro. Certo, anche intervenendo se le cose vanno male, ma è assurdo dare per scontato che tutto funzionerà meglio fin quando sarà gestito da burocrati (la realtà è una confutazione in blocco di questa tesi ridicola).

Devo ammettere che dal punto di vista emotivo e sentimentale domani sera, quando si sapranno i risultati delle elezioni, mi ritroverò a sostenere i partiti «di sinistra». Sì, voglio che George Galloway12 dia una bella legnata a Oona King, sì, mi piacerebbe vedere il conservatore Oliver Letwin perdere il seggio. Ma soltanto con cui desidero vedere il concorrente X battere Y al : fingere che un simile spettacolo abbia qualche conseguenza pratica è puro sentimentalismo. Sarà sempre così nei casi migliori della democrazia liberale, specie in un paese con un sistema elettorale radicalmente corrotto e iniquo come il nostro. Hari ha ragione quando sostiene che negli anni Ottanta il 56% dell’elettorato votava per partiti di sinistra, ma siccome il voto era diviso tra partito laburista e quello liberaldemocratico i Tory sono riusciti a conservare il loro regno di terrore. Questo è però un argomento a favore di una riforma urgente del sistema elettorale, non del voto per il New Labour.

Come giustamente sostiene I.T.,13 affermare che «c’è gente che è morta per difendere il diritto di voto» è un ragionamento davvero semplicistico. Anche i soldati della Wermacht sono morti per la gloria della madrepatria: significa forse che dovrei diventare nazista? I cattolici furono mandati al rogo per la loro fede nella transustanziazione: dovrei per questo pentirmi e andare a messa tutte le domeniche? E poi, sul serio, penso di trovarmi su un terreno piuttosto solido nell’affermare che nessuno, ma proprio nessuno, è morto per difendere la possibilità di «scegliere» tra Blair e Howard.

8. Da , 4 maggio 2005.

9. «Farò un cenno di saluto ai mercenari del management / [...] Non sono così carini nei loro vestiti lindi? / Poi cerco di svegliarmi dagli agi della schiavitù».

10. Riferimento a «Joker Hysterical Face» dei Fall.

11. Contrazione di «Oxford» e «Cambridge».

12. Parlamentare laburista espulso dal partito nel 2003 per la sua...



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