E-Book, Italienisch, 297 Seiten
Reihe: Indi
Fisher Scegli le tue armi
1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-3389-341-9
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Scritti sulla musica K-Punk/3
E-Book, Italienisch, 297 Seiten
Reihe: Indi
ISBN: 978-88-3389-341-9
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Nel percorso tragicamente interrotto che ha fatto di Mark Fisher il critico culturale forse più influente delle ultime generazioni, la musica ha sempre rappresentato un interesse primario, quasi che le evoluzioni della scena pop e rock a cavallo del millennio rappresentassero lo specchio ideale per riflettere sulle dinamiche sociali e psicologiche della contemporaneità. Dopo aver sviscerato le ragioni di tale convinzione in Spettri della mia vita, nei saggi di Scegli le tue armi Fisher approfondisce le proprie riflessioni spaziando dal post punk alla jungle, dai Joy Division agli Scritti Politti. E disegna uno scenario complesso e affascinante, nel quale l'incapacità di immaginare il futuro, la rappresentazione di una metropoli «digitalizzata» e ostile, la catatonia e lo spegnersi delle pulsioni sessuali che caratterizzavano la grande stagione del rock vengono spiegati attraverso i cambiamenti traumatici che hanno investito il mondo intero: la globalizzazione del lavoro, l'ansia generalizzata, il crollo di tutte le certezze novecentesche. Una raccolta fondamentale per chi, attraverso la musica, cerca prospettive sorprendenti e spietate che illuminino il mondo postcapitalistico nel quale siamo costretti a vivere.
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ART POP, MA SUL SERIO13
Se proprio vogliamo discutere di art pop, dimentichiamoci dei Franz Ferdinand e degli Scissor Sisters e parliamo invece dei Moloko.
Li ho visti suonare ieri sera al Common Ground di Clapham, un festival fiacco con un programma moscio quanto il nome.
Per inciso, confermo con piacere che il Common Ground ha immediatamente avvalorato ogni mio pregiudizio sui festival (oltre a qualcun altro): musicisti sul palco che tentavano disperatamente di accendere un po’ d’entusiasmo nel pubblico annoiato, spettatori che bighellonavano apatici sotto un sole nemico della mistica pop, con un bicchiere di Strongbow in mano e i bambini sulle spalle. A un certo punto ci siamo seduti per terra anche noi e abbiamo cominciato a leggere il giornale.
Il programma era deprimente. Sembrava di trovarsi a uno di quegli eventi gratuiti dei Council, dove gli organizzatori sono convinti di essere cool perché ingaggiano strazi sottoproletari dance con nomi come Dub Pistols e Freestylers (candido questi ultimi al ruolo di mia peggior band di ogni epoca: insomma, almeno gli Stereophonics non disonorano rap e dancehall). Le loro maldestre riappropriazioni bianche di hip hop, drum’n’bass e dancehall sono apparse scoraggianti, del tutto prive di funk e sinistramente maschiliste (anche quando prevedevano vocalist femminili). Se il diabolico intento era quello di convertire alcune delle musiche più eccitanti e originali degli ultimi anni in un noioso tonfo da emicrania, non potevano ottenere un risultato migliore.
Poi sono arrivati i Moloko, capeggiati da Róisín nel suo elmo assurdo e meraviglioso, novella Boadicea alla riconquista di Londra.
Róisín è una popstar dalla testa ai piedi. Le popstar sono sempre state merce rara, ma oggi scarseggiano al limite dell’estinzione (anche se naturalmente abbiamo più cantanti e celebrità pop di quelle che si riescano a contare...). Si tratta di una questione che in parte riguarda lo stile e il fascino, ma che ha soprattutto a che vedere con il carisma.
Nel suo significato originario, significa «dono di Dio». Giusto. Perché il carisma si distribuisce tra la popolazione in base al capriccio arbitrario del fato. Róisín ce l’ha. Nessun dispendio di parole, sudore o forza fisica consentirà mai a gente come i Freestylers di procurarselo, anche se lo spirito risentito e livellatore dei tempi pretenderebbe altrimenti.
Perciò arriva Róisín e la novità si avverte nell’aria. Se un attimo prima il palco era un vortice in grado di risucchiare ogni libido (riguardo al dj sul palco: solo una domanda: ma ) ora sprigiona energia, eccitazione, elettricità. Il carisma è quasi una sensazione fisica.
Róisín irradia un glamour che racchiude anche un’attrattiva sessuale, ma che non è interamente riconducibile a essa. Il termine , in origine, indicava un sortilegio praticato dalle donne per incantare gli uomini: Róisín è senza dubbio ammaliante, ma non per gli uomini.
Se (come dice Foucault) il sesso è ubiquo e obbligatorio, il glamour, il fascino, è oggi sottilmente proibito. Secondo il Baudrillard di , un libro che potrebbe rappresentare la bibbia del glam, è persino possibile arrivare a vedere il sesso – con tutta la sua immediatezza e la sua presunta mancanza di occultamento – come mezzo per eludere l’ambiguità del glamour.
Molto più efficaci di imitatori stupidi e noiosi come i Suede, oggi grazie al cielo del tutto dimenticati, i Moloko si ricollegano al dis-continuum glam, che a fine anni Ottanta si era apparentemente estinto a causa della «cultura dell’equità» dell’acid house. Ma il glam si è estinto anche per un motivo completamente diverso: la cultura dell’ dell’hip hop, con il suo sfarzo vistoso, che ha registrato uno dei suoi effetti collaterali più infelici nel successo dell’abbigliamento sportivo (senz’altro uno degli spettacoli più deprimenti di oggi, e non solo per la sua implicita minacciosità: un gruppo di adolescenti maschi abbigliati in tuta e cappuccio).
Questo funzionalismo quotidiano è l’equivalente attuale dell’organicismo agrario che aveva provocato la rivolta stilistica glam degli anni Settanta. Il glam ripudiava la «natura» hippie in nome dell’artificio, ne respingeva l’idea stantia e confusa di uguaglianza in nome di un’enfasi nietzschiana-aristocratica sulla gerarchia, rifiutava le barbe ispide per coltivare l’Immagine. (Immagine e pop di alto livello sono indissolubili. Forse il ruolo centrale dell’Immagine è l’elemento che contraddistingue il pop dal folk. Senza dubbio l’art pop, dai Roxy Music a Grace Jones fino ai New Romantics, è inconcepibile al di fuori della moda.)
Madonna trasferì tracce dell’estetica glam nel mainstream pop degli anni Ottanta, ma il precursore più evidente di Róisín è Grace Jones (di cui k-punk dovrà scrivere in modo approfondito nel prossimo futuro). Al pari di altri personaggi dell’art pop come Bryan Ferry (di cui rifece una nota versione di «Love Is the Drug»), Jones aveva un approccio al pop essenzialmente concettuale. Al tempo stesso però sapeva che i concetti che mancano di una rappresentazione sensuale sono del tutto privi di valore, nel pop come nell’arte (una lezione di cui certi nostri «artisti» contemporanei farebbero bene a tenere conto). La comprensione del concetto, sia detto per inciso, è una delle tante cose che mancano ai Franz Ferdinand e che era invece presente nei loro ispiratori. (I Franz Ferdinand in effetti sembrano una copia prodotta da una razza aliena, che riproduce tutti gli aspetti superficiali dell’originale senza afferrarne l’essenza.)
Róisín mostra il dualismo paradossale tipico del performer di successo: cura in modo ossessivo la sua immagine, mentre al tempo stesso appare indifferente al proprio aspetto. Ciò emerge con evidenza dal suo modo di danzare. Che non ha niente del ballo supercoreografato delle marionette di . Come nel caso di Jagger e Ferry, i movimenti di Róisín a tratti appaiono addirittura goffi e sgraziati. A volte si ha quasi l’impressione di coglierla mentre si pavoneggia davanti allo specchio.
Ciò contribuisce a conferirle una distanza dall’immagine che non è eccessivamente teatrale e costruita, o perlomeno non nel senso in cui lo è Kylie Minogue. Qui si percepisce un piacere (è uno dei tanti aspetti che la differenziano dalla cantante australiana: la professionalità da assistente di volo di Kylie trasuda determinazione feroce, mai piacere). Tale piacere essenzialmente le appartiene, ed è un piacere che deriva in parte dall’essere l’oggetto dell’attenzione, ma va anche oltre. Come tutti i grandi performer, durante i concerti Róisín entra in una sorta di trance da palcoscenico e raggiunge l’innocenza del «fanciullo che gioca», per riprendere l’espressione superba e profondamente evocativa coniata da Nietzsche. I suoi cambi d’abito, con tanto di stivali fetish e berretto militare indossati in «Pure Pleasure Seeker», mostrano la giocosità turbata della ragazzina che fruga in un baule pieno di costumi.
I Moloko smentiscono il luogo comune che la musica dance dev’essere prodotta da tizi anonimi incappucciati, e al tempo stesso rivelano la fragilità dell’alibi offerto dai Franz Ferdinand al conservatorismo indie: l’idea che l’art pop debba essere per forza retrò. Il legame dei Moloko con house e techno richiama i trastulli dei Roxy Music con il funk e il magnifico dubfunk elastico costruito da Sly & Robbie per conto di Grace Jones. Il funk contenuto nei Franz Ferdinand al contrario è tutto di terza mano, l’appropriazione di un’appropriazione.
Il terzo luogo comune demolito dai Moloko è l’idea che la musica dance non si possa suonare dal vivo. Se ve ne foste andati prima del loro concerto sareste tornati a casa anche voi con la stessa convinzione, visto che sul palco le band si avvicendavano senza riuscire a catturare l’eccitazione millimetrica del rap o della drum’n’bass prodotti in studio. Non è stato così per i Moloko.
I componenti del gruppo sembrano in generale tanto restii a occupare il centro della scena quanto Róisín si mostra felice d’immergersi nel riverbero dei riflettori. Forse per questo motivo costituiscono una macchina sonora mutagena incredibilmente efficiente, dilatando le tracce in plateau anti-climax con la stessa abilità di un grande produttore nel sequenziare una extended version in studio. Ti rendi conto di aver raggiunto il plateau quando hai l’impressione che il pezzo potrebbe continuare all’infinito o terminare di colpo. Ieri sera quella sensazione si è ripetuta a ogni brano. Senza dubbio ciò avviene perché i pezzi forniscono una robusta base per l’improvvisazione. Quale altro gruppo pop del momento, con la possibile eccezione delle Destiny’s Child, ha sfornato una sequenza di singoli di livello tale da essere in grado di rivaleggiare con la produzione dei Moloko che va da «Sing It Back» a «Forever More» dello scorso anno? Come bel caso dei Junior Boys, l’intera esistenza dei Moloko indica che innovazione ritmica e songwriting da brividi non devono per forza escludersi a vicenda. (Com’è che ci siamo convinti che fosse così?)
Anche se è fuorviante focalizzarsi su momenti particolari dell’esibizione, il set è costruito con abilità in modo da condensare l’impatto maggiore negli ultimi tre pezzi: «Forever More», con il suo inesorabile basso house, dove Róisín coglie e disperde i petali di un enorme mazzo di rose e diffonde il suo splendido lamento blues; «Sing It Back», che il gruppo ha espanso in una lussuosa suite, una canzone...




