E-Book, Italienisch, 378 Seiten
Fitzgerald Racconti dell'età del jazz
1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-3389-241-2
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 378 Seiten
ISBN: 978-88-3389-241-2
Verlag: minimum fax
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Durante la sua carriera, Francis Scott Fitzgerald fu autore di oltre duecento racconti, che gli garantirono enorme popolarità e gli offrirono spesso un utile terreno di sperimentazione. Questa è la più celebre delle sue raccolte: scritti originariamente per varie riviste e poi pubblicati nel 1922, i Racconti dell'età del jazz sono undici ritratti dei «ruggenti anni Venti», un'epoca fatta di scanzonatezza, balli sfrenati, sogni di successo, liberazione dei costumi; ma nascondono anche una dolente riflessione sul rapporto tra fantasia e realtà e sulla natura della felicità umana.
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Prefazione
La parola nella sua evoluzione verso la rispettabilità ha significato prima sesso, poi ballo, poi musica.
F.S. Fitzgerald,
«Echoes from the Jazz Age»
Nel gennaio del 1922, dopo aver concluso , Francis Scott Fitzgerald (1896-1940) inizia a pianificare un secondo libro di racconti. Il primo, (1920), lo aveva reso celebre in tutto il paese e in particolare tra gli adolescenti bianchi più spensierati, i quali, apprezzato il suo esordio in (1920), avevano continuato a riconoscersi sia negli stili di vita oggetto dei racconti che nel loro autore. Poiché Fitzgerald era giovane, elegante, irriverente, finanche spericolato (non era lui il giovanotto che, in una notte di eccessi alcolici, si era gettato, vestito di tutto punto e insieme all’inseparabile Zelda, nella fontana dell’Hotel Plaza?), esattamente come loro avrebbero desiderato essere. Più in generale, egli possedeva quelle qualità fondate su ricchezza e successo che riviste patinate come il o diffondevano a una classe media che, in tal modo, partecipava al progresso solo apparentemente senza attriti – in questi anni si consumano le lotte più aspre tra capitale e sindacato – della nazione e della sua plutocrazia, uscite entrambe vittoriose dalla prima guerra mondiale.
Oltre al , Fitzgerald poteva naturalmente contare anche su doti più solide. Senza la necessaria determinazione e un talento originale non sarebbe mai riuscito a pubblicare libri importanti come quelli appena menzionati, per di più in successione tanto rapida. Fin dagli anni formativi, a St. Paul, in Minnesota – e in seguito a Hackensack, in New Jersey, dove andò per frequentare il liceo, quindi a Princeton, per il college, e ancora in Kentucky, Georgia e Alabama, per fare il servizio militare, infine a New York, per lavorare come pubblicitario – Fitzgerald aveva sempre coltivato l’ambizione di diventare scrittore. Nonostante le false partenze, le battute d’arresto e i fallimenti, egli scrisse, corresse e quindi riscrisse numerosi racconti, commedie e una galassia di primi romanzi; cesellò parole e frasi; perfezionò indefessamente trame, temi e personaggi fino all’incontro con un editore disposto a scommettere su di lui. Nel 1922, ad appena venticinque anni, egli godeva pertanto di una posizione unica e meritata: aveva una vita privata invidiabile (nel 1920 aveva sposato la Zelda Sayre e nel 1921 era diventato padre di Scottie), una carriera evidentemente più che lusinghiera e un futuro promettente.
Nonostante oggi possa sembrarci strano, a tanto benessere avevano contribuito innanzitutto i racconti. Basti pensare che nel corso della sua carriera professionale, tra il 1919 e il 1940, Fitzgerald ne scrisse ben 178, ricavandone complessivamente 250.000 dollari: metà della cifra che avrebbe guadagnato, nello stesso periodo, dalla vendita dei romanzi, dei diritti d’autore cinematografici e delle sceneggiature. Del valore economico di questa produzione egli fu ovviamente sempre consapevole, al punto di dichiarare, ricorderà Ernest Hemingway in (1964), che per lui scrivere racconti «era come prostituirsi e che doveva farlo perché era dalle riviste che ricavava il denaro che gli consentiva di dedicarsi ai romanzi». Negli ultimi trent’anni la critica letteraria è fortunatamente riuscita a correggere l’intransigenza di questo giudizio, tanto che oggi è finalmente possibile riconoscere alla letteratura breve di Fitzgerald il peso che merita anche dal punto di vista estetico. Uno sguardo alla cronologia delle opere dello scrittore mostra, per esempio, che a eccezione di brevi periodi la stesura dei racconti è avvenuta sempre a quella dei romanzi e che, ancor più significativamente, i temi (il contrasto tra illusione e realtà, la prosaicità della vita matrimoniale ecc.) e le tecniche (modulazione dei toni, uso del punto di vista) adombrate dai primi hanno spesso trovato collocazione compiuta nei secondi; ovvero, in opere come , (1925) e (1934).
Strumenti per far soldi, come li giudicava l’autore, ma anche luogo d’elezione per sperimentare, come ora concorda anche la critica. E i lettori? Come già accennato, i suoi contemporanei accolsero i racconti sempre positivamente; con il passare del tempo, tuttavia, anche il loro interesse – come il nostro – ha finito spesso per convergere sui romanzi, genere narrativo abitualmente ritenuto il più compiuto e indicativo delle effettive capacità di uno scrittore. Tutto ciò, nonostante il ruolo cardine che la ha sempre rivestito nella storia della letteratura statunitense.
Oggi, complice la grande diffusione dei corsi universitari in , il formato breve tende a essere considerato innanzitutto una vetrina: un’occasione, per l’autore, di dispiegare la propria personalità stilistica o la precipua eleganza nel costruire intrecci e personaggi. In passato, in virtù della sinteticità con cui presumibilmente raggiunge un effetto presso i suoi lettori, la è stata invece la forma che capillarmente – per via della diffusione delle riviste letterarie – ha cercato di rappresentare la novità culturale degli Stati Uniti. I racconti di Washington Irving, Lydia Maria Child, Henry James, Mark Twain ci colpiscono ancora per come sanno farci apprezzare le tante varietà di una lingua colloquiale, paesaggi inediti, una cittadinanza (democratica), una tipologia di personaggi (individualisti) e vicende locali. Che la fosse importante ai fini dell’elaborazione di una letteratura autoctona era stato sempre chiaro a tutti. Lo dimostra, tra i tanti esempi possibili, il dibattito critico che accompagnò l’uscita dei racconti di Nathaniel Hawthorne: vi parteciparono Edgar A. Poe, Herman Melville e Margaret Fuller, ognuno di loro con l’intenzione di definire meglio il genere e la sua declinazione americana.
Fitzgerald, ammiratore di un maestro del racconto arguto e divertente come Twain e sempre consapevole dell’ambiente culturale entro cui si andava collocando, questa tradizione la conosceva bene; ed era altrettanto consapevole che molti dei suoi stessi racconti fossero di ottimo livello. Come spiegare altrimenti il senso di soddisfazione provato nei riguardi di alcuni tra quelli che faranno parte dei ? «“Primo maggio” e “Il diamante grosso come il Ritz” [...] e “Lo strano caso di Benjamin Button” sono tremendamente originali [...]», scrive nel marzo del 1922 al suo editor, Maxwell Perkins, «possiedono tutti qualcosa di nuovo e i critici ne andranno pazzi». Quindi, sempre a Perkins, ma qualche mese più tardi: «Strutturalmente [...] “Tarquinio di Cheapside” è quasi perfetto e [...] mi piace più di qualunque altro mio racconto». In parole così entusiastiche si stenta a riconoscere l’autore che nel 1925 avrebbe paragonato i racconti alla prostituzione. Si contraddice? Si sarebbe tentati di rispondere di sì; ma sarebbe pure utile ricordare l’immagine pubblica di Fitzgerald, il quale di sé amava offrire un ritratto svagato, come di chi componesse capolavori per gioco. E dunque – perché no? – parlando con amici scrittori come Hemingway, i racconti potevano trasformarsi in trastulli, in passatempi ingegnosi che un autore brillante e scavezzacollo a volte si concedeva di scrivere semplicemente per il guadagno, ove non lo scialo: «[“Il posteriore del cammello”]», scrive nel gustoso indice dei , «di tutte le storie che ho scritto [è] quella che mi è costata meno fatica e che forse mi ha procurato il maggior divertimento. Quanto al lavoro che ha comportato, venne scritta in una sola giornata nella città di New Orleans, col preciso scopo di comprare un orologio da polso in platino e diamanti che costava seicento dollari».
Come si vede, poco lavoro, molto divertimento e lusso abbondante. E nel caso tanta disinvoltura non bastasse, ecco una chiosa, se possibile ancor più sfacciata: «Tra le storie di questo volume è quella che mi piace meno». Se non gli piace perché includerla? Per di più in un’antologia che annovererà anche quelle che egli considera le sue prove migliori? Diremmo proprio per questo: perché la presenza di un racconto del 1920 avrebbe fatto apprezzare quanto egli fosse cresciuto. Per il secondo volume di racconti, in breve, Fitzgerald aveva in mente un disegno forse contraddittorio, ma certamente ambizioso.
«Verrà acquistata dal mio pubblico personale, cioè quelle innumerevoli e quegli studenti universitari che in me vedono una specie di oracolo», scriveva a Perkins nel maggio del 1922. E in ragione del suo «pubblico», dopo aver scartato titoli quali («spettacoli», ma di secondaria importanza), («un rullo», la lunghezza, in pellicola, di una comica hollywoodiana) e , tutti evidentemente pensati per suggerire un’esperienza di lettura divertente e leggera, sceglierà di chiamare il suo libro . Le stavano passando di moda – di ciò era consapevole – ma un titolo così avrebbe attratto l’attenzione necessaria a vendere almeno 15.000 copie. Seguendo lo stesso ragionamento non ebbe mai alcun dubbio riguardo la copertina. Sarebbe stata quella in cui John Held Jr., il...




