E-Book, Italienisch, 278 Seiten
Folgheraiter / Cappelletti Natural Helpers
1. Auflage 2013
ISBN: 978-88-590-0354-0
Verlag: Edizioni Centro Studi Erickson
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 278 Seiten
ISBN: 978-88-590-0354-0
Verlag: Edizioni Centro Studi Erickson
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Fabio Folgheraiter È stato professore di Metodologia del lavoro sociale all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove ha coordinato a lungo i corsi di Laurea triennali nonché i corsi di Laurea Magistrale in Servizio sociale nelle sedi di Milano e Brescia. Ha fondato e diretto il Centro di ricerca in Servizio sociale, di cui è stato Direttore, e il Dottorato di ricerca 'Social work and personal social services'. E' cofondatore della Casa editrice Centro Studi Erickson di Trento, dove ha supervisionato l'area del Lavoro sociale e delle Politiche sociali, curando collane di testi metodologici e manuali accademici, nonché le Riviste scientifiche 'Lavoro sociale' e 'Relational social work Journal'. Patrizia Cappelletti Laureata in Sociologia presso l'Università Carlo Bo di Urbino, ha conseguito il PhD in Scienze sociali presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ed è membro del Centro ARC (Centre for the Anthropology of Religion and Cultural Change) della stessa università. I suoi interessi di ricerca si concentrano sui processi di innovazione e di generatività sociale, e da alcuni anni coordina il progetto «Generatività.it» e l'Archivio della Generatività Sociale. Svolge attività di formazione e di consulenza in ambito organizzativo. Per Erickson ha pubblicato: Animare la città. Percorsi di community building (con M. Martinelli, 2010); Natural helpers. Storie di utenti e familiari esperti (con F. Folgheraiter, 2011) e L'Italia generativa. Logiche e pratiche del Paese che genera valore (2015). Suo è il saggio Generativity-driven organizations in M. Magatti (a cura di), Social generativity. A relational paradigm for social Change (Routledge, 2018).
Autoren/Hrsg.
Weitere Infos & Material
Introduzione
Terapie povere ma belle: oltre il tecnicismo clinico
di Fabio Folgheraiter
1. Le esperienze raccolte in questo volume, assieme a molte altre simili che aspettano anch’esse di essere narrate, ci restituiscono un filo di speranza. In questo duro periodo per i Servizi sociali, il più triste forse dagli anni Cinquanta, da quando il Welfare è venuto prendendosi cura di noi, vediamo il morale degli addetti ai lavori scivolare ogni giorno di più fin quasi sotto i tacchi. Questi piccoli segnali di vitalità societaria, però, ci confermano nel vecchio adagio che non tutto il male viene per nuocere. Anche i cataclismi più distruttivi offrono opportunità. L’incendio di una foresta è una tragedia per la vegetazione sviluppata e una liberazione per i semi in attesa nel terreno. I cosiddetti policy makers esperti di programmazione (coloro ai quali, a fronte di uno stipendio alto, abbiamo calcato sulle spalle la famosa governance sistemica) annaspano, soffocati dai troppi nodi giunti al pettine e disperano di trovare un bandolo. Ma ecco che, ai margini di quei sistemi ingolfati, si fanno avanti delle evidenze (e dico «evidenze» nel senso più nobile e alto del termine, evidenze della ragione intuitiva) di come le Istituzioni della cura potrebbero finalmente funzionare. Se quegli esperti avessero occhi, potrebbero vedere.
2. Osservando oggi i tradizionali servizi sociosanitari non solo psichiatrici, abbiamo l’impressione di un cataclisma in arrivo, anzi già forse arrivato. Sforziamoci di non pensare subito a quella sorta di bassa cucina che tanto ci dà pensiero, quel venir meno dei soldi, quei bilanci drasticamente tagliati per cui tutti a chiedersi come faremo a finanziare le prestazioni sociosanitarie che sembra ci spettino di diritto. Connesso alla caduta dell’opulenza, speculare come il rovescio di una medaglia, vi è una questione più sottile e insieme dirompente, come una crepa minuscola nel muro di una diga. È il nostro renderci conto che molte prestazioni cliniche specializzate comprate a caro prezzo sono sterili. Ma non parlo di una catastrofe materiale, di un mero spreco di soldi che non ci sono, bensì di un patatrac ideale o spirituale — per così dire, il collasso di una certezza, un solido vissuto che, come un muro di Berlino, d’improvviso frana. Frana una cultura intera, forse se possibile qualcosa di più fondo ancora. Frana l’ingenuità di presumere illimitatamente. Si sgretola la certezza che nella cornice delle tecniche — quei meccanicismi che promettono di trasformare «un mondo estraneo in un mondo la cui alterità si converte nella mia idea», per usare le parole di Lévinas (1998, p. 66) — noi possiamo fare tutto. Tutto fino al punto di credere di poterci «comprare», come una tra le tante cose che troviamo sulle bancarelle dei grandi magazzini, anche il vivere felici. Un velo si squarcia e mostra un re nudo, e oltretutto macilento. Il sogno della nostra cultura — quello di poter inserire un gettone in una macchinetta e tornare a vivere bene se stiamo male — si mostra a nudo per quello che è: una favola. E il tutto condito di sottile ironia: stiamo sprofondando nella massima ingenuità salvifica (escatologica, si dovrebbe dire con un parolone) proprio nel tentativo di fuoriuscirne, come quando si cade nelle sabbie mobili. Noi, fieri uomini di quell’Occidente che Magatti chiama «tecno-nichilista», siamo diventati sempre più scaltri e diffidenti verso le fedi antiche — uso una espressione di Hans Jonas — scettici verso i miti e le grandi narrazioni consolatorie della pre-modernità, addirittura trancianti verso le stramberie praticate dagli stregoni o dagli sciamani nei Paesi sottosviluppati, che ci strappano ormai solo stanchi sorrisini di superiorità. Ma mentre brindiamo all’esserci per sempre smaliziati, ecco che prendiamo gol in contropiede. Attaccando i miti, siamo finiti in bocca al mito dei miti: abbiamo creduto alla tecnologia dell’umano. Come fossimo allocchi, e non tutti in pectore quasi scienziati, ci siamo cascati.
3. Tecnologia dell’umano ho detto, ma che cos’è? Tale espressione comprende tutto ciò che promette di poter manipolare l’uomo come tale, di poter fare un uso strumentale di un essere umano a noi estraneo al fine del suo bene. Non mi riferisco al corpo, alla parte meccanica di noi uomini, al nostro essere «fisicità». Il corpo come sistema bio-psichico materiale è manipolabile in tanti modi e gradi: la medicina scientifica ci mostra di continuo questa possibilità. Non importa che le attuali manipolazioni mediche risultino spesso esagerate o anche insensate e che a volte, come ci spiegava inascoltato il grande Ivan Illich, esse tornino utili più ai medici che ai pazienti. Sempre manipolazioni esse sono — e spesso fior di manipolazioni, da togliersi il cappello. Lasciamo stare quindi la materia psicofisica, che venga pure consegnata per intero al determinismo, nulla osta a trattarla come un pezzo di natura oggettiva, quale senza dubbio è. Ma l’umano che ci contraddistingue come uomini — per usare espressioni di autori come Bronfenbrenner, Donati e Lévinas — non è il corpo, poiché molti animali possiedono una fisicità anche più efficiente e mirabile della nostra, ed è costruita pressappoco della stessa pasta. Ciò di cui parlo è l’esperienza umana e il suo senso, realtà come il vento inafferrabile, che si rifiuta di star nelle mani dell’homo faber (lo star saldo nelle mani è il prerequisito di ogni manipolazione). Pretendere di plasmare l’esperire umano senza aver capito che la materia non c’è, è una specie di pazzia che ci ha preso, un distillato, anzi, di pura pazzia. Che poi molti psichiatri siano in prima fila a praticarla, è un paradosso.
4. Noi psichiatri, psicologi e psicoterapeuti moderni — non tutti, ovviamente, ma chi si volesse chiamar fuori scagli la prima pietra — fatichiamo a comprendere la linea di demarcazione tra aiutare (ciò che è nostro dovere fare) e manipolare (ciò che non possiamo fare). Un aiuto che non passi attraverso un accorto manipolare non pare concepibile. Per afferrare il distinguo, dobbiamo debellare inconsce difese nella nostra personalità (siamo maestri in questa arte: abbiamo di continuo demolito le difese dei nostri pazienti resistenti, ora dobbiamo demolire le nostre). Dobbiamo prendere atto che, mentre a parole siamo bravi a rigettare l’idea di una manipolazione diretta e plateale, in pratica manipoliamo. Nella retorica gergale delle nostre narrazioni professionali, parliamo di autodeterminazione, autonomia, empowerment, rispetto delle persone, ecc. e però, nel pronunciare queste alte parole, rischiamo di gonfiare il petto e di bearci in esse, dando così via libera alle nostre personalità per andare a fare l’esatto contrario. Diciamo empowerment e intanto manipoliamo, addirittura manipoliamo per creare empowerment, senza senso alcuno dell’ironia. Fatichiamo a penetrare questa intuizione come se fosse la stessa cosa «aiutare» e «armeggiare nei meccanicismi delle teste altrui». A maggior ragione fatichiamo a concepire l’inaudito, e cioè la possibilità che le persone che stiamo aiutando a cambiare, possano loro cambiarci in vari modi. Manipolo ergo sum, questo è il sentire profondo di ogni terapeuta convenzionale, cresciuto a pane e scienza malintesa. Così inabissato è tale sentimento che ci è divenuto invisibile agli occhi, e persino negato. Se un ipotetico Tribunale della storia ci mettesse alle strette chiedendoci «Perché manipolate così tranquilli mentre lo negate?» balbetteremmo come bambini. Ma subito dopo, se realizzassimo che quel Tribunale non esiste — anzi, che è solo un modesto vezzo retorico per abbellire questo scritto — contrattaccheremmo con le seguenti fiere parole: «Primo, noi veri terapeuti formati alle alte Scuole giammai manipoliamo; secondo, se davvero insistete a dire che in fondo lo facciamo senza accorgercene, e più in generale se davvero siete così radicali da spingervi a negare legittimità al nostro operare sulla psiche altrui — suvvia però, signori, com’è possibile ragionare in questo modo? — insomma, se davvero ci togliete il volante dalle mani, cosa possiamo noi davvero fare? Per far cosa abbiamo tanto studiato?».
5. Da sentimenti e ragionamenti di cotale ovvietà si sono prodotti cumuli e cumuli di macerie, in svariati campi: quello delle tossicodipendenze, della riabilitazione dei devianti incarcerati, degli abusi intra-familiari, della rieducazione dei disabili, degli inserimenti socio-lavorativi, per finire infine nel grande mare della psichiatria. In tutti questi ambiti, dove è alta o altissima l’integrazione sociosanitaria, monta l’esigenza di una seria riflessione. Che cosa ci ha portato ad accecarci fino a sopravvalutare a tal punto l’efficacia della tecnologia clinica? Per rispondere non in modo sommario ma andando alla radice, proviamo a lasciarci andare omeopaticamente a un esercizio di pura fantasticheria: immaginiamo la possibilità che dall’oggi al domani qualcuno di quei Servizi di cui sopra, dove da sempre la logica tecnico-sanitaria prevale e tiene schiacciata sotto il calcagno quella sociale, venga — diciamo così — bombardato a napalm da una potenza straniera ostile, e così su due piedi scompaia dal nostro orizzonte. Ipotizziamo: ieri c’era quel tal presidio clinico, in quella tal località, e oggi all’improvviso essi non ci sono più, sono spariti dal nostro spazio-tempo: sono rimasti solo gli edifici ma non le relative attività. Terrificante tragedia, certo, ma chi si accorgerebbe e protesterebbe? A...




