E-Book, Italienisch, 1222 Seiten
Folgheraiter Orsola
1. Auflage 2021
ISBN: 979-12-5982-017-4
Verlag: Il Margine
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 1222 Seiten
ISBN: 979-12-5982-017-4
Verlag: Il Margine
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
È stato professore di Metodologia del lavoro sociale all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove ha coordinato a lungo i corsi di Laurea triennali nonché i corsi di Laurea Magistrale in Servizio sociale nelle sedi di Milano e Brescia. Ha fondato e diretto il Centro di ricerca in Servizio sociale, di cui è stato Direttore, e il Dottorato di ricerca 'Social work and personal social services'. E' cofondatore della Casa editrice Centro Studi Erickson di Trento, dove ha supervisionato l'area del Lavoro sociale e delle Politiche sociali, curando collane di testi metodologici e manuali accademici, nonché le Riviste scientifiche 'Lavoro sociale' e 'Relational social work Journal'.
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Premessa terza
Parte epistemologica, con vere note a fondo pagina, dove si precisa qualcosa in merito alla necessità di toccare con mano le cose prima di parlare. Ma se quelle sfuggono?
Dal giorno in cui sono venuto per caso a conoscenza di questa storia, parlando con una guardia forestale in un eccellente villaggio trentino nel mezzo del Parco Adamello Brenta in cui è ambientata, un uomo di nome Luigi, taciturno e con il barbone incolto, particolare che di per sé rende tutto più credibile (come può uno così inventarsi le cose?), sento una specie di fuoco che mi spinge a raccontarla subito, anche se essa manca ancora, come dicevamo, di una propria ragion d’essere. Sappiamo che cosa è successo, non il perché e il per come. Metto le mani avanti e dico che né io, che pure non mi sento l’ultimo arrivato, né i molti miei amici scienziati di prestigiose scienze naturali, soprattutto etologi e neuropsichiatri,3 cui mi sono rivolto per imbastire un minimo di spiegazione, siamo riusciti a capirci qualcosa. Questo libro non è un giallo, e ciononostante il mistero è fitto.
Se io fossi una persona raziocinante ed esperta divoratrice di grandi opere letterarie, come lo siamo senz’altro tutti noi qui, mi chiederei perché il sottoscritto Autore, con tali dubbi incorporati vuoi nella storia stessa, vuoi nell’armamentario concettuale chiuso nel suo cranio, non se ne stia buono e zitto.
Qui si vede in realtà la tempra del vero romanziere. Secondo Calvino deve essere per natura un poco filibustiere. Se scrivesse solo quello che sa, come fanno i semplici saggisti, sai che cosa digiterebbe. Lo diceva anche Cromwell:
Un uomo non arriva mai così lontano come quando non sa dove sta andando.4
Ci affascina lo stile dei pionieri americani. Andavano, poveretti, anche se non sapevano dove. Speravano di capirlo man mano che il carro li trasportava sballottandoli per chissà quanti giorni e mesi. Peraltro, ci viene da dire: attenzione. Andiamo pure spavaldi verso il West, noi cari pionieri, ma consideriamo anche ciò che ci dice a questo proposito la antica saggezza orientale.
L’uomo che vuole andare sempre più lontano verso Occidente finirà in Oriente.5
Ebbene, con tutto ciò in testa, narreremo sperando che la stessa storia, lo sforzo d’intelligenza e fantasia che dovremmo fare tutti assieme per renderci convinti, ci aiuti a capire. Se poi nessun Lettore si farà avanti con consigli e dritte, noi ci faremo furbi. Costringeremo l’Opera stessa ad aiutarci. Troppo comodo per il bel tomo, che incomincia ora a crescerci sotto le mani, comportarsi come un classico mattone che pretende di godersela come tutti i libri fortunati, cioè facendosi generare dalla bravura solitaria di un semplice autore. Il nostro non avrà la pappa pronta. Non potrà starsene lì buono ad aspettare di essere scritto già fatto e finito. Non potrà scaricare ogni responsabilità, o per meglio dire ogni colpa, sullo sciocco malcapitato che ci metta il nome in copertina. Perciò. Vuole essere un libro accettabile? Vuole che si parli bene di lui? Che si dia da fare! Andrà così. Ogni pagina, appena finito che avremo di scriverla, non si metterà a pancia all’aria a riposare, in attesa che si facciano tutte le altre, per poi alla fine essere stampata e rilegata. Appena scritta, dovrai, caro foglio, come si dice, attivarti. Dovrai guadagnarti la pagnotta e suggerirci come andare avanti verso la successiva. L’ultima frase al fondo della pagina innescherà un’altra frase, che sarà la prima della nuova pagina a venire, e così via. Che il soggetto stesso si aiuti, dicono sempre gli assistenti sociali.
Un conto tuttavia è dirle, queste cose. Altro è farle. Il pioniere, metafora che così tanto piace, dobbiamo farlo noi.
Consentiamoci di spiegare meglio di come abbiamo fatto nelle pagine precedenti, quando ci siamo aperti in tutta sincerità ma non completamente, quale è davvero il punto che più ci cruccia. Sono in una fase della vita, della mia vita professionale intendo, in cui, così almeno pare, i fondamenti belli e chiari di una volta non li trovo più.
Tutto ciò mi è capitato in capo dopo aver letto, e poi meditato, senza averla mai condivisa con nessuno ancora, la seguente frase di Musil.
In ogni professione esercitata non per denaro ma per passione arriva il momento in cui il passare degli anni sembra condurre al nulla.
Nel merito fatico a comprendere se i fondamenti in questione non ci fossero già prima, e però io invece a causa della gioventù li vedevo, come Don Chisciotte vedeva Dulcinea in ogni baldracca, granitiche certezze sempre lì piantate in mezzo a noi per dare un senso allo scorrere del nostro tempo limitato. Oppure al contrario. Se prima davvero ci fossero e adesso invece (dato che ogni cosa va degenerando per l’intrinseca sua natura) se ne siano fuggiti via inorriditi da chissà quale cosa nel frattempo successa. Insomma, facciamola breve. Confesso che io ero, e vorrei esserlo ancora con tutto il cuore, un positivista classico al cento per cento. Senza tanti infingimenti. Uno studioso concreto, spiccio, senza fregole in testa. Quelli di una volta, sì. Sono in compagnia di tanti stimati colleghi. A noi piacerebbe ancora, bando alla malizia, toccare con mano. Godiamo a trovare evidenze e dimostrazioni certe per ogni cosa. Vogliamo prove di tutto. Dati alla mano. Il patrono di noi positivisti è Tommaso apostolo. Uno tosto, dotato di personalità. Incurante del dolore, non esitava a mettere le mani nelle ferite altrui pur di avere contezza empiriologica di una propria ipotesi. Noi scienziati moderni a lui ci ispiriamo. Disposti a qualsiasi cosa pur di dire «ecco qui, dico questo per questo motivo e con queste prove» e quindi «voi tutti ora per favore zittitevi su questo punto!». È evidente la disgrazia. Proprio tra il nostro capo e il nostro collo doveva capitare il mistero di questa storia. Per chiarirlo servirebbero assieme un positivista e un esorcista. Per quanto tante persone potrebbero essere empatiche con il nostro soverchio imbarazzo, non so quanti ci capiranno davvero.
Nella precedente premessa, abbiamo bleffato. Dicemmo a destra e a manca che di sicuro, magari al fotofinish nell’ultima pagina, daremo una spiegazione scientifica, canonica, da manuale, della vicenda che ci intriga. Siamo quindi in una posizione che ci differenzia — ohibò — da tutti gli altri scrittori finora conosciuti. Non solo non sappiamo dove andare a parare. Questo passi. Abbiamo detto che tutti iniziano a scrivere e poi si vedrà. Il fatto è che purtroppo il micidiale, sfuggente, fastidioso e intollerabile pressapochismo insito nell’oggetto del presente studio, cozza a testate contro i sacri principi cui abbiamo dedicato la nostra esistenza. Personalmente, io mi sento uno studioso tetragono e perfino mezzo teutonico. Ma ecco che così all’improvviso, siamo costretti a fare, spinti da chissà quali forze, ciò che nessun positivista vorrebbe. Dobbiamo andare a toccare con mano l’intangibile. Dobbiamo studiare il tremolante, impallidito bagliore del «non esserci».6 Ci dovessimo riuscire, sarebbe peraltro il grande trionfo — quello finale — della suddetta corrente epistemologica tutt’ora dominante ma ormai sfiancata da critiche corrosive che le piovono addosso da destra e da manca. E dunque, caro il mio positivismo. In fondo, toccare le cose che si lasciano prendere è una soddisfazione, per conseguire la quale tanti disgraziati come noi lavorano ogni giorno fino alle dieci di sera trascurando la famiglia. Ma ovviamente più grande ancora, amici, sarebbe la soddisfazione di dare una strizzatina alle cose che, essendo invisibili agli occhi,7 ci sfuggono. I «gradi del sapere», ci dice Maritain, sono tanti8 e impilati l’uno sull’altro.
Il tratto è dado. Ormai il libro è iniziato. Anzi, prendiamo atto che il tempo fugge pazzescamente e che ogni futuro è già realizzato. Non siamo più in condizione di fermare le rotative per la stampa. Anzi, ecco che l’Opera è già stampata. Da qualche parte la si starà piano piano già leggendo. Avanti dunque. Inutile opporci all’ineluttabile. Le cose già avvenute sono dati di fatto. Benissimo. Dovessimo peraltro fallire, manteniamoci solidali. Se la storia risultasse divertente e gradevole ma non dimostrata, non alziamo gli occhi dandoci di gomito. Avremmo voluto vedere altri al posto nostro.
Un grande autore, di cui ora non ricordo il nome, da qualche parte scrisse un giorno «anche uno storpio non va indietro».9 L’importante in ogni battaglia è uscirne. Diamoci solo un po’ di respiro. Concediamoci di non dover andare dritti al sodo. Lasciamoci tergiversare. Lasciamoci indugiare con antefatti, inquadramenti, reminiscenze e pertinenti amenità. Lo facciamo per prender tempo, così da arrivare preparati quando dovremo sciorinare, amici, le parti serie.
Ci pensavo giusto ieri. Cenavo e pensavo. Ci mancano, dicevo a me stesso imbambolato, l’esperienza e la tranquillità dei maturi, scafati e agili narratori di semplici storie. È più facile per noi scrivere saggi pesanti. Messi su carta e trasportati nello zaino ci rendono scoliotici. Che gragnuola di disperazione ci viene addosso a tratti pensando alle pagine da riempire! Sempre ci proiettiamo a guardare avanti, a pensare e a dirci: e che caspita! Vediamo l’intreccio di tanti episodi e di tanti ragionamenti, tutti necessari e belli, ed ecco che essi all’improvviso ci si arruffano tra le mani. Altro che intreccio. Vediamo tale impasto finire esposto...




