E-Book, Italienisch, 149 Seiten
Reihe: Narrativa
Fortunato Beijing Story
1. Auflage 2010
ISBN: 978-88-7452-253-8
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 149 Seiten
Reihe: Narrativa
ISBN: 978-88-7452-253-8
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Ultimo tango a Pechino. Nella Cina ricca e spieiata degli anni recenti, un giovane capitano d'industria abituato a comprare tutto - anche l'amore di chi non lo ama -incontra un ragazzo quasi adolescente, che si prostituisce per necessità economica o forse per autopunizione, e con lui brucia per la prima volta nel fuoco di una passione erotica che cambierà la vita di entrambi. Scoppiato su internet, quasi fosse un moderno samizdat, il caso di 'Beijing Story' ha conquistato i lettori di tutto il mondo, pur rimanendo in patria un testo rigorosamente clandestino. Non a caso il suo autore è costretto ancora oggi a rimanere anonimo: contro la censura di Stato, la sua figura appare fragile e potente come quella dello studente inerme di fronte ai carri armati sulla piazza Tian'anmen. Dal romanzo, Stanley Kwan ha tratto nel 2001 un film premiatissimo, Lan Yu.
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2
La pista di bowling del Capitol mi è sempre piaciuta: spaziosa, poca gente, e soprattutto nessuno di quei brutti ceffi che si vedono in giro per strada. Avevo dato appuntamento anche a Wei Guo e alla signorina Zhang; quest’ultima era una donna molto ben inserita in società e con me aveva un eccellente rapporto. Notando che lanciavo occhiate impazienti verso la porta, mi chiese: “Chi aspetti?”
“Liu Zheng. Poi c’è un vecchio amico giú al paese che mi ha affidato il figlio appena sbarcato a Pechino, per frequentare l’università”.
“Certo che ne hai di responsabilità!” commentò lei ridendo.
Verso le sei o le sette arrivò Liu Zheng seguito dal ragazzo. Vedendolo da lontano, notai che non era affatto alto e non mi sembrò niente di speciale. Provai un’improvvisa delusione e tra me e me maledissi Liu Zheng.
“Signorina Zhang, Wei Guo,” Liu Zheng salutò tutti i presenti.
Il ragazzo era rimasto in piedi un po’ discosto e teneva gli occhi fissi su Liu Zheng.
“Ed ecco il signor Chen”. Voltandosi, Liu Zheng mi presentò al ragazzo.
“Questo è Lan Yu, Lan è il cognome, non si può dire abbia un nome troppo lungo”.
“Piacere”. Gli porsi la mano sorridendo.
“Piacere”. Lan Yu mi strinse la mano nervoso.
Nel preciso istante in cui mi stringeva la mano, alzò lo sguardo verso di me, uno sguardo che mi resterà scolpito nella memoria sino alla fine dei miei giorni, dovessi campare cent’anni: gli occhi luminosi traboccavano di malinconia, inquietudine, sospetto. Non sorrideva. Sul suo volto, nemmeno l’ombra di quel sorriso che si abbozza per compiacere gli altri e che avevo visto tante altre volte. Non si poteva dire di carnagione chiara ma il suo viso era perfetto. Lineamenti squisiti, il naso dritto, le labbra serrate in un’espressione indecifrabile. Ebbi un tuffo al cuore, un’emozione che non provavo da tempo.
In ogni caso, non essendo piú un novellino, mi affrettai a distogliere lo sguardo e mi voltai a osservare la signorina Zhang e gli altri, che giocavano a bowling.
“Ti piace il bowling?” chiesi con aria indifferente.
“Non so giocare”. Aveva un accento settentrionale.
“Vieni dal Nord?”
“Sí”.
“Probabilmente non ha ancora cenato,” mi sussurrò Liu Zheng all’orecchio.
“Bene. Nemmeno io ho mangiato”.
“Signorina Zhang, ora ho da fare, devo invitare a cena mio nipote, non vorrei mai che mio fratello si arrabbiasse, per non essermi preso cura di suo figlio. Se volete venire, offro io,” dissi ad alta voce rivolto agli altri.
“No. Vai pure e buon divertimento”.
Mi parve di scorgere un’allusione nelle parole della signorina Zhang, ma non feci caso.
Andammo in macchina al ristorante dell’albergo Xiang Ge, perché là avevo una suite.
La sezione del Xiang Ge dedicata alla cucina cinese era molto grande, luminosa e decorata con lusso ed eleganza, peccato che i piatti cantonesi non fossero granché, anche se sempre meglio di quelli italiani o francesi.
“Quanti anni hai?” gli domandai, una volta che fummo seduti al tavolo. Per strada non ci eravamo scambiati una parola.
“Quasi diciassette”.
“Come mai cosí giovane e già all’università? Io avevo diciannove anni, al momento di iscrivermi”.
“Sono andato a scuola un anno prima, e poi ho anche saltato una classe”. Sul suo viso non si vedeva ancora l’ombra di un sorriso, mi guardava negli occhi quando parlava, evidentemente aveva ricevuto una buona educazione. Il suo sguardo malinconico quasi mi faceva perdere il controllo, non facevo altro che fantasticare di rovesciarlo sul letto.
“Ti stai abituando a Pechino?” gli chiesi cosí velocemente che la parola “abituando” rimase amputata, risultando incomprensibile.
“Eh?” fece lui arrossendo. Doveva avere qualche difficoltà a comprendere il mio accento pechinese.
Scoppiai a ridere: “Anch’io facevo una gran fatica a capire cosa dicevano gli altri, i primi tempi che stavo a Pechino. Specialmente gli uomini: è disgustoso il modo in cui parlano, girandosi e rigirandosi in bocca la loro linguaccia,” dissi, ripetendo quello che avevo sentito dire da un certo Fang Jian che era nel mio dormitorio ai tempi dell’università[1].
Le sue labbra si mossero leggermente, come per abbozzare un sorriso.
Aveva spazzolato due ciotole di riso fritto, lasciando quasi intoccati i piatti con le altre pietanze: era proprio affamato.
“Studi Architettura? Ottimo! Sicuramente in futuro non ti mancheranno i soldi. Una volta avevo due amici che studiavano Architettura, al terzo anno cominciarono a dipingere su commissione e diventarono talmente ricchi da far schiattare d’invidia noi poveracci di Lettere”. Lo stordivo di chiacchiere, uscendo dal locale.
“A quale istituto sei stato ammesso?” gli chiesi poi.
Non rispose, gli occhi fissi alla porta dell’ascensore. Ne fui un po’ stupito, non aveva intenzione di rispondere a questa domanda. Le altre cose che aveva detto: erano vere? Probabilmente no, stando alla mia esperienza.
In ascensore restammo in silenzio. D’un tratto mi tornò in mente la ragazza “di campagna” che mi ero portato lí diversi mesi prima: non era affatto vergine, era una prostituta alle prime armi. Esperienza con le puttane ormai ne avevo da vendere, ma con un maschio sarebbe stata la prima volta.
Solo allora osservai il suo abbigliamento: un paio di pantaloni di cotone blu scuro, una T-shirt bianca a girocollo. Tutto molto pulito e ordinato, anche se i pantaloni erano un po’ corti e decisamente vecchi. Mi accorsi che continuava a studiarmi, con occhiate furtive, quasi impercettibili.
Una volta in camera, parve farsi ancora piú guardingo, rimanendo immobile accanto alla porta.
“Fai come a casa tua. Questa è una suite: di là ci sono soggiorno e sala da pranzo, qui c’è la camera da letto”.
Lan Yu se ne stette in piedi, sulla porta.
Accesi il televisore e con disinvoltura gli passai il telecomando.
“Guarda la televisione, ci sono un sacco di programmi sul canale via cavo”. Poi mi fermai, guardandolo dritto negli occhi: “Come vuoi. Se non ti va lascia perdere, non obbligo mai nessuno a fare qualcosa. Possiamo anche limitarci a mangiare insieme, chiacchierare e diventare amici,” dissi con un sorriso.
Lui prese il telecomando e, posando quel suo sguardo malinconico sul mio viso, si affrettò a dire: “Va bene, la televisione va bene”.
“Come vuoi tu. Io ho corso qui e là tutto il pomeriggio. Ho bisogno di farmi una doccia”. Mi diressi verso il bagno.
Nel mese di luglio a Pechino c’è un’umidità soffocante e per di piú le giornate sono lunghissime; si era appena fatto scuro ed erano già le nove di sera. Sedetti sul divano da solo, con addosso l’accappatoio, a pensare al modo migliore per domare al piú presto quel ragazzo. Lui nel frattempo era andato in bagno. Ordinai due bevande alcoliche, di quelle che vanno giú facilmente ma che poi si fanno sentire. Misi una cassetta pornografica nel videoregistratore. Era tutto pronto e io ero in preda all’eccitazione e anche a un certo inevitabile nervosismo.
Uscí dal bagno con addosso un pigiama azzurro che gli stava un po’ largo (tenevo sempre pigiami e accappatoi nuovi di zecca sul posto) e i capelli bagnati che gli cadevano scomposti sulla fronte.
“Vuoi un drink? È molto rinfrescante,” gli dissi porgendogli un bicchiere.
Lo prese e se ne restò lí tutto impacciato.
“Siedi”.
Si sedette e parve segretamente sollevato. Sullo schermo, una bella ragazza occidentale completamente nuda stava energicamente leccando la fica a un’altra, mentre quest’ultima si palpeggiava i grossi seni gemendo lascivamente.
Seduto immobile, le mani strette attorno al bicchiere, pareva spaventato. Capii che non aveva mai visto un film porno prima di allora.
“Hai mai avuto una ragazza?” ripetei, non avendo ottenuto risposta la prima volta.
“No”.
Dal tono di voce si capiva che era turbato.
Mi volsi a guardarlo: aveva il viso in fiamme, sembrava agitato. Gli infilai piano una mano tra le cosce e presi a sfregarlo attraverso la stoffa. Lui rimase rigido, immobile come una statua, ma il suo uccello divenne durissimo.
Per prima cosa spensi il televisore. Lui si volse verso di me. Gli occhi timidi, sperduti. Mi slacciai l’accappatoio, rivelando muscoli forti e lucidi. I suoi occhi indugiarono a lungo sul mio corpo. Mi chinai e senza fretta gli sfilai i pantaloni del pigiama, mentre lui deglutiva silenziosamente. Aveva un membro né troppo grosso né troppo piccolo, e il corpo di un adolescente non ancora del tutto sviluppato, piuttosto magro. Cominciai a...




