E-Book, Italienisch, 259 Seiten
Friedenthal Le api
1. Auflage 2015
ISBN: 978-88-7091-428-3
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 259 Seiten
ISBN: 978-88-7091-428-3
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
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Avvolto nel suo lungo mantello, con un baule da viaggio e un curioso pappagallo, il giovane studente Laurentius Hylas approda in Estonia un freddo giorno di fine Seicento. In fuga da un oscuro passato e sospettato di eresia, è diretto a Tartu, la «città delle muse», piccolo centro ai margini dell'allora regno di Svezia, ma sede di una vivace università, dove circolano già le idee rivoluzionarie di Newton e Cartesio, si inaugurano i primi teatri anatomici e si segue la nuova moda dell'opera sulla scia di Molière. In quel fermento scientifico e filosofico che porterà al secolo dei lumi, Laurentius cerca ossessivamente una cura per il male che lo tormenta e che i suoi contemporanei chiamano malinconia. Ma più si addentra nelle domande cui non sa dare risposta - Da dove viene l'anima? Che rapporto ha con il corpo? - più è attratto dal mondo di istinto, superstizione e magia dei contadini nelle campagne. Un mondo che ha già conosciuto da bambino, quando è stato coinvolto nella caccia alle streghe, e ora ritorna a perseguitarlo in sogni e visioni che cominciano a confondersi fatalmente con la realtà. Attraverso il vivido affresco storico di un inedito angolo d'Europa e la vicenda di un intellettuale che sembra dare corpo alle contraddizioni del suo tempo, Friedenthal si cala nelle viscere del secolo di Shakespeare per raccontare il travaglio della modernità e l'avvento di una nuova epoca della ragione, quando la medicina si fa strada tra umori, paure e l'antica fede nell'alchimia, e il buio Nord sogna la radiosa antichità, i simposi in giardini mediterranei avvolti dal dolce ronzio delle api, l'armonia di un mondo che può forse guarire una nostalgia di luce, di oro, di miele.
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Non smetteva di piovere. Il raccolto marciva nei campi, le pareti di legno delle case si coprivano di muffa, i ponti delle navi erano viscidi come alghe. Per mesi Laurentius aveva mangiato pane rancido e vissuto in case putride, e da una settimana scivolava sul ponte di coperta. Una bile nera gli si era raccolta dentro come la schiuma sporca che si forma intorno a un pezzo di legno gettato nel fiume. Ora che da una barca traballante scendeva finalmente sulla banchina, mettendo piede sulle assi viscide inchiodate ai pali conficcati nel fondale limaccioso, si guardò intorno esitante. Dal cielo basso le raffiche di vento gli soffiavano in faccia spruzzi d’acqua, mentre cercava di capire che posto fosse quella terra in cui aveva liberamente deciso di venire. La striscia di costa piatta con la sabbia bianca e i ciuffi dei canneti gli ricordava da vicino il porto dove si era imbarcato. L’albero della nave postale aveva lo stesso aspetto sullo sfondo del cielo plumbeo, e le vele issate apparivano grigie e insulse proprio come quando era partito. Accanto al molo si allungava nell’acqua torbida un pontile che terminava con una vecchia guardiola accucciata sul mare. Era evidente che da tempo nessuno la utilizzava più. Edifici in rovina se ne trovano in ogni porto e quell’immagine, pur desolante, riuscì per qualche strana ragione a infondere in Laurentius un certo conforto. Anche lì i porti erano stati ricostruiti, anche lì li avevano allargati per accogliere le nuove navi, abbandonando la vecchia guardiola.
Sospirò e sistemò nervosamente la stoffa gocciolante che copriva la gabbia.
Non aveva dovuto impegnarsi troppo per raccogliere le cose da portare con sé: una cassa di assi inchiodate era bastata a contenere tutto il necessario per l’università. Ora era stata portata alla dogana insieme alle altre merci della stiva e probabilmente non l’avrebbe avuta indietro prima di sera. Il carico della nave, compreso il bagaglio personale dei passeggeri, veniva controllato minuziosamente per registrare tutto quanto poteva in qualche modo essere tassato. Laurentius non aveva in realtà di che preoccuparsi, perché non possedeva nulla di prezioso, nessuno dei suoi pochi libri personali era vietato e quanto ai preparati medicinali, ne aveva preso il minimo indispensabile. L’unico problema era piuttosto la gabbia con il parrocchetto. A casa lo avevano avvertito che il trasporto poteva rivelarsi complicato, e che all’arrivo condizioni avverse rischiavano di essergli fatali. Ma lui non intendeva separarsi dal fedele compagno e aveva deciso di sfidare la sorte. Per questo ora la sua preoccupazione principale era portare al più presto l’uccello in un posto caldo, al riparo dalla pioggia.
Si asciugò l’acqua che gli era piovuta sugli occhi nonostante le ampie falde del cappello, diede un’occhiata, sotto il mantello, all’orologio da taschino, e cercò qualcuno che potesse indicargli una locanda, e magari più tardi portargli il baule dalla dogana. La gabbia, invece, non si azzardava ad affidarla ad altri. Doveva affrettarsi, perché le strade erano già piuttosto mal ridotte e per nessuna ragione al mondo voleva perdere altro tempo prima di lasciare la città e continuare il viaggio. Le piogge autunnali si erano fatte sempre più fitte e battenti, scavando i solchi già molli delle strade e rendendone sempre più arduo l’attraversamento. L’aria andava raggelando. Il pappagallo rischiava di prendere freddo. Bisognava trovare subito un carro o una carrozza che li portasse a Tartu.
«Ehi!»
Sulla banchina scivolosa del porto c’erano solo alcuni curiosi che sfidavano il maltempo per vedere le barche in arrivo. Evidentemente non nutrivano nessuna speranza di trovare chi gli offrisse un lavoro e non reagirono ai richiami di Laurentius. Erano i marinai a sbarcare il carico davanti all’edificio della dogana, ed erano gli scaricatori pagati dai mercanti a indaffararsi con annoiata noncuranza per issare le casse scivolose e le sacche umide sui carri. I doganieri registravano le merci.
Laurentius chiamò ancora.
«Ehi, tu!»
Quando il curioso con un pastrano consunto e lacero sollevò lo sguardo inespressivo, Laurentius gli fece segno con la mano di avvicinarsi, caso mai non capisse la sua lingua. Sembrava una figura uscita dai dipinti degli oscuri artisti dell’età di mezzo che aveva visto in Olanda: dal copricapo di feltro afflosciato spuntavano ciocche di capelli di colore indefinito, aveva il naso arrossato e gibboso, sotto la barba rada si intuiva un volto butterato dalla malattia. Laurentius pensò che al suo collo sarebbe stato perfetto un cartello con la scritta . Ceffi simili si aggirano in tutti i porti e l’istintiva repulsione che il loro aspetto non manca di suscitare è di solito giustificata. Personaggi del genere conoscono però a menadito tutte le taverne e le locande della città, e possono quindi rivelarsi molto utili. Imbrogliano sempre e comunque, si tratta solo di limitare il più possibile i danni.
«Portami in una buona osteria», tagliò corto Laurentius, e l’uomo si mise in cammino senza proferire parola. Non rimaneva che sperare che capisse la sua lingua, o che avesse quantomeno un buon intuito.
Sollevò prudentemente la gabbia con il pappagallo e seguì lo sconosciuto in direzione della città. L’uccello gracchiò agitato.
«Ssst, Clodia! Silenzio!»
Scendeva il crepuscolo e Laurentius si sforzava di non far oscillare la gabbia. Nel cielo della sera si disegnavano minacciose le dritte e spesse mura di pietra massiccia, le tonde torri medievali e quattro alti campanili, mentre gli edifici più bassi erano inghiottiti dall’oscurità viscosa che trasudava dalle nuvole. L’uomo davanti a lui camminava con passo inaspettatamente spedito e sembrava sapere perfettamente dove voleva arrivare. Laurentius invece risentiva sempre più del suo vecchio male. Quell’umidità infinita che si insinuava ovunque sortiva ora effetti più devastanti che in passato. Di solito l’eccesso di bile nera che fermentava nell’intestino non gli provocava spossatezza e insonnia prima dell’autunno inoltrato, ma quell’estate le piogge erano cominciate già intorno a San Giovanni e quell’interminabile gocciolio gli aveva avvolto cuore e cervello in una nebbia appiccicosa. Per di più, ora che finalmente era sceso dalla nave e camminava su lucide pietre piatte, il ricordo del dondolio delle onde gli provocava la sensazione di arrancare su un terreno paludoso. Ogni passo richiedeva uno sforzo.
«Be’», mormorò tra sé. «Manca poco.»
Guardò la schiena curva dello straccione che lo precedeva e pensò che forse avrebbe dovuto mandare qualcun altro a recuperargli il baule. Con quella gentaglia che si aggirava per il porto era difficile evitare guai. Magari l’oste l’avrebbe aiutato. Si sforzò di ricordare quali monete si usavano a Tallinn. Sulla nave aveva chiesto informazioni a qualche viaggiatore, per poi concludere che fosse impossibile farsi un’idea precisa del posto in cui era diretto. La letteratura dell’, con tutti i suoi consigli di viaggio, non si soffermava quasi per niente sull’Estonia e la Livonia. Dava solo qualche indicazione generale sulle località degne di nota e sul modo migliore per visitarle. Città e regioni minori rimanevano apodemeticamente sconosciute. I viaggi di piacere avevano di solito altre mete, nel meridione, in terre con una storia e una cultura. Non riusciva a ricordare nulla di utile. Aveva la mente annebbiata.
«E va bene», decise infine. «Un sesto di dovrebbe senz’altro bastare.»
L’oscurità era quasi totale quando si fermarono sotto la lanterna gialla che illuminava una locanda dall’aspetto sorprendentemente ordinato, quasi a ridosso di una porta delle mura. L’uomo allungò la mano. Laurentius vi posò la piccola moneta che aveva tirato fuori di nascosto e abbassò lo sguardo. L’altro la esaminò per un momento e poi si abbandonò a un largo sorriso.
«Maledizione», pensò Laurentius. «Gli ho da-to troppo.»
Infilò la gabbia nell’uscio.
«Il signore desidera ancora qualcosa?» chiese lo straccione in un tedesco inaspettatamente corretto.2
Laurentius indugiò. Avrebbe preferito liberarsi di lui alla svelta, perché quelli che ti si attaccano addosso in quel modo sono di solito piuttosto pericolosi.
«Ho bisogno di arrivare a Tartu», rispose poi stupendosi di se stesso. «Al più presto.»
A recuperare il baule avrebbe comunque mandato qualcun altro, ma a informarsi sulla strada non c’era nulla di male. Sapeva di dover prendere una carrozza e sulla nave gli avevano detto che quasi ogni settimana partiva una comitiva per Tartu. Gli avevano perfino mostrato su una mappa due tragitti possibili. Entrambi richiedevano alcuni giorni di viaggio, che potevano aumentare per le cattive condizioni della strada.
L’uomo lanciò...




