E-Book, Italienisch, 142 Seiten
Reihe: Nichel
Gala Popoff
1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-3389-612-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 142 Seiten
Reihe: Nichel
ISBN: 978-88-3389-612-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
È notte fonda quando alla porta di Cimino, un vecchietto strambo e un po' smemorato, bussa un bambino che nessuno ha mai visto prima e che sembra essersi materializzato dal nulla. Con il viso protetto da una sciarpa, e imbacuccato in vari strati di giubbotti, ha una sola domanda per Cimino: «Mi scusi, signore, ha visto per caso mio padre?» In paese il cibo scarseggia, vecchi rancori mai sopiti sono sempre sul punto di eruttare in tragedia, antiche ingiustizie attendono di essere vendicate e gli abitanti diminuiscono giorno dopo giorno a causa di misteriose lettere di espulsione. Senza un nome e senza una casa, il bambino - ribattezzato Popoff - sa che i genitori sono lì da qualche parte e con l'aiuto dei pochi disposti a dargli una mano è determinato a trovarli. Con la stessa commistione di comico e tragico, realismo e fiaba, lingua letteraria e dialetto che ha fatto di Sangue di Giuda uno degli esordi più apprezzati degli ultimi anni, Graziano Gala racconta con incredibile delicatezza la storia del piccolo Popoff, che in un paesaggio umano vecchio di secoli si innamora delle candele votive, segue una dolce ninna nanna cantata nel cuore della notte dalle casse del supermercato, assiste impotente al terribile spettacolo della crudeltà umana. Senza mai stancarsi di ripetere la stessa, disperata domanda: «Ha visto per caso mio padre?»
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II
Gocce
L’infanzia è l’unico luogo che non riusciamo ad abbandonare.
Ennio Flaiano,
Ahi ahi ahi,
Pupù di pezza
chi ti prese pe’ na pupazza.
Na pupazza, na pupazzìa,
ahiahiahi,
Matonna mia.
Canzone che mi cantava la mamma
mentre se la mangiavano i tarli
Corrispondenza
Ti vedo.
Elena Giorgiana Mirabelli,
Il paese era nel buio: processione di candele. Qualche soffoco di luce riversava il lucernario, ma era luce malandata, forse a terza o quarta mano. Qualche morso di finestra aiutava come riesce, ma del sole poca traccia: serve ausilio della cera. Il soffitto era nel pianto, il pavimento una piscina: tutto quanto dentro al posto ti direbbe di scappare, ma nessuno muove un piede – dove andare non lo sanno.
È un mattino come tanti, fa ciascuno cosa riesce: Prisciandaro scatarìna mendicando un po’ di bene nell’attesa che una scritta gli riveli qualche cosa, CrociAto fa misura di porzioni nel vassoio per timore che la pancia un’altra volta si rinsecchi, Giollènnon si canticchia un motivetto a bassa voce pensando che il cantare è sempre meglio del silenzio. Cisti, come sempre, con le mani nell’impasto governa la farina per sfamare quel paese. Sono tutti indaffarati, ma a sudare solo uno, che lavora mica niente: fermo è al centro della piazza. Nelle mani ha della carta, una busta la contiene: sembra zuppa ma stavolta non è colpa del soffitto. Guarente sta nel vuoto, tra la pena e il sentimento: tiene gli occhi di pozzànga, la fronte fa le gocce. Bianco è nella faccia come, quanto e più di cera: al suo cospetto la candela nello sciogliersi è più lenta. L’ometto guarda tutti, poi con gli occhi tra le mani. Non dice molto a voce, rivela tutto il corpo.
«Guagliù», ha la voce che gli trema, «è arrivata ’a lettera».
Filippo è adesso al centro: gli satellita la piazza. Qualcuno lo carezza, qualche altro asciuga il pianto, bugiardo poi gli dice: . Ognuno sa già bene cosa porti quella busta, ognuno in cuore prega non averla tra le mani: il suo dio se lo ringrazia, che è toccata quella a un altro. A sparecchio di ogni dubbio una divisa bagnoschiuma che alle spalle di Guarente bassavòcia un : Bambace è triste il vero, questo è il brutto del mestiere. , gli tocca ancora dire, ma Filippo è già avviato: non è tipo da implorare. Sfarfalla tra le guance, porta busta come croce: sembrerebbe una via crucis a guardare chi lo segue. Potrebbe fare appello, in fondo non è aperta: nel fondo di quel giallo può esserci ogni cosa – una donna che lo ama, terni secchi su Venezia, un principio di amarezza che un amico gli confessa. Va Guarente fu Filippo, qui soltanto comparsata: molto il cuore ha dispiaciuto, è un guarente mai guarito. Più nessuno lo saluta, va diretto chissà dove: c’è un silenzio nella piazza che diresti funerale. Una tromba strombazzando va a spaccare l’atmosfera:
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Va l’uscente per la porta, uno spruzzo fa di luce: molto poca, molto offesa, molto buio dentro al posto.
Continuare
La lettera arrivata una specie di leggenda: mai nessuno ricevute, a eccezione di Guarente. Una storia si racconta, se ti arriva devi andare: questa cosa fa terrore come i mostri dei bambini. Il paese travagliava, non voleva mai pensarci. Con un poco di fortuna si potrà dimenticare.
I nostri, se ti chiedi, sono arredo nella stanza: stanno chiusi nella casa e di uscire poca voglia – sono troppe le vergogne da legarsi ai pantaloni. Una lampada con l’olio porta luce come riesce: quando quello si esaurisce c’è un rabbocco di Don Ato che srosaria nel paese e va temendo a ’pocalisse. Cimino parla poco, è più perduto di altre volte: il bimbo lo asseconda quando nomina la Cietta. È giusto che gli creda come quello gli ha creduto fin da quando a notte fonda fatto ha un busso alla sua porta. Il cane è in una cuccia che ti tocca immaginare: aspetta lo si prenda, nel cammino poco riesce, consuma ancora meno e non vuole disturbare. In un angolo di stanza è sdraiato nell’attesa.
Il lutto non muoveva i quattro dalla casa: nei quattro pure Cietta, se conti il suo fantasma. Diremmo pure cinque, col padre Gam balunga, sei con sora Liu-cce che brillare non voleva e sette con coperta che non si sente più tovaglia: insomma, a stare attenti, sembra un sovraffollamento. Otto con Don Ato, ma sua venuta è momentanea: giusto il tempo di dar olio e qualcosa per la pancia. Preoccupato sembra il prete, vede un male che si ingrossa: sta spuntando in questo posto una gran disperazione. Qualche cosa andava fatto per cercare un cambiamento: genitori non trovati, sempre meno luce in cielo e una lettera a cacciare un membro del paese. Nella barba spunta un fatto, una foglia di speranza che quel saio si barluma presentandosi alla porta. Cimino caccia mano: né pane e manco olio, ma il faccione dell’amico che si infila per il legno.
«», urla, il vecchio non capisce. Soltanto gli fastidia che quel saio urli sempre.
«Ce cazzu dici», la risposta del povero Cimino, che la lingua del signore neppure a pentecoste.
«».
«’A Cietta?», un fuoco dentro agli occhi: il vecchio ha mal compreso un suono familiare. Torna presto a disperare: ben altro dice quello.
Don Ato benedice un respiro di narici: la barba è tutta storta, si attorciglia di fatica. La cosa ha un’altra strada per trovare soluzione: lo spiega al vecchio un viso affacciato dalla porta.
«Tu ’a mamma la tieni?»
«E ci se la ricorda».
«Perché tu sì viecchiu. Ma ’u piccinnu no. Amu cercare ’a mamma ’e Popoff».
Stabbene, dice quello, e nessuno se lo aspetta. Richiude a sette chiavi: precauzione per la Polio. Il prete resta fuori, processiona per la chiesa: il vecchio mai capisce, pare adesso abbia capito – Don Ato prega questo a Immacolata Concezione, e se lui si appella ai santi vuole dirsi disperato.
Sapere chi trovi
Don Ato nel suo posto parlocchiava a bassa voce: non capisci se preghiera, se bestemmia o imprecazione. Alla croce innanzi agli occhi richiedeva un’alleanza: il dio delle tempeste aiutasse dove piove. Non è tempo mica questo di discutere di fede: il prete crede e screde, non tutto lui professa – ma c’è il fatto di un bambino da risolvere lì in mezzo e i bimbi, lo sa bene, han precedenza da Betlemme.
Con la mano tremolava sulla polvere di carta: lui di studi aveva poco, quanto serve a celebrare. Certe pagine di certo ritagliare non poteva, altre sono molto blande, riempimento della bibbia. Cerca lettere a fatica, sconsonanta le vocali: dalle pagine del Libro lui ricava volantino. Forse impresso ha qualche errore, ma il suo succo è molto chiaro: ora barba va nei posti ad attaccare quel cartello. Si comincia dalla piazza, ci si mette grande cura: dei coriandoli di bibbia sopra al petto delle mura. Nessuno indifferente di lì potrà passare, la scritta molto chiara va dicendo:
CECCO MATRE
Don Ato soddisfava nel vedere quel santino: non molta precisione, ma un messaggio chiaro dietro. La madre è del bambino, lui dirlo non voleva: temeva suo fratello, arrabbiato dalla mensa, temeva inopportuno qualche scherzo della Polio. La gente a cento occhi si avvicina ben curiosa: capire non può certo, le scuole non le tiene, domanda a cielazzurro che si trova di passaggio. Rocco ha l’istruzione, ma è colpito dalla scritta: la legge ben due volte, scappella nella lana. Sfrigola a chi chiede che cercano una madre, ma rispondono più voci. Bambace ha già intuito che la storia è più complessa e le pagine di bibbia lo aiutano non poco: si cerca una radice per giustificare il seme, la faccenda di Popoff abbisogna di una madre. Appoggia un sigarillo mezzacceso tra le labbra, il fumo che lui scialba improfuma mezza piazza. La lettera a Guarente, l’acqua dai soffitti, la luce che bislacca ora splende ed ora muore: capiva che Filippo l’inizio era del gioco, che presto nuove buste finiranno in altre mani. Capiva che baracca a fatica baraccava: sperava galleggiasse, resistesse a tutto il vento. Nel dubbio fumacchiava, stava fermo sul cartello, sembrava Catarino quando guarda fisso i muri.
La piazza si svuotava nelle ore della sera: la luce tanto poca che sembrava della luna. Un piedino tacchettava con quel complice di buio: sgranava sul cartello, svaniva negli abissi.
Quel piedino si allontana nel suo zitto tacchettare: ora dici non ricordo e vuoi leggere più avanti, ma una sera nella chiesa ne hai sentito anche...




