Gentile | I vivi e i morti | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 506 Seiten

Gentile I vivi e i morti


1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-7521-945-1
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 506 Seiten

ISBN: 978-88-7521-945-1
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
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A Masserie di Cristo, lungo le pendici del Monte Capraro, nel cuore di un Sud viscerale, fantasmagorico e magico, i vivi e i morti s'incontrano, talvolta senza riconoscersi. E non sono né vivi né morti. In questo luogo inesistente e remoto, la giovane Assuntina è scomparsa, e tutto il villaggio non si dà pace. Tebaldo costringe la piccola figlia Italia a ucciderlo, e la madre la punisce rinchiudendola in una cantina. In un infernale carcere sotterraneo un Custode meticoloso e malinconico assegna punizioni terribili a rei e innocenti e scrive lettere amareggiate a se stesso, mentre la guerra fra le fazioni del paese disarticola l'ordine già precario del mondo. Il tempo ricomincerà ancora una volta - ma si tratta di Genesi o Apocalisse? - e un Noi collettivo, transitorio e ipnotico, potrà narrare finalmente la follia degli uomini. Esiste solo il movimento infinito, il racconto che si racconta sempre di nuovo, per i vivi e per i morti. In questa storia ogni luce danza con le ombre, ogni spiegazione semplice e razionale dei fatti precipita in uno strapiombo di colpe oscure e inconfessabili che ci interrogano profondamente e ci scherniscono. Con una scrittura visionaria e sapienzale, Andrea Gentile incanta, stupisce e scuote il lettore e, con sicurezza di sciamano, disgregando lo spazio-tempo narrativo, sposta il confine di quello che è possibile fare con la forma romanzo.

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3
Sparizione


Che cosa accade in questo luogo ignoto? Qui ci sono crateri, caverne e vallate ispide: ossa di un altro secolo. Ci sono molte foreste: lì risiede, secondo i saggi del paese, la verità.

Beberto è nella casa cantoniera. È umida e grigia la stanza dove si mangia e dove, all’angolo, sta un letto dal materasso sottile e dal cuscino di porfido. Un letto per gli ospiti. Non ci sono mai ospiti. Una volta, tempo fa, vi dormì un fidanzatino di Assuntina. Poi sparì. Ora sul letto giace una coperta di lana ferlandina colore avorio. È infeltrita, è lì da sempre.

Va verso la cucina, all’angolo, deposita il piatto sulla stufa di ferro e ghisa. Ci sono ancora i residui di zuppa di cicerchie, un suo amico contadino le coltiva. Gliene porta una buona dose in estate. Poi sparisce.

«Sparecchia bene!», si sente dall’altra stanza.

Non è un’altra stanza, non completamente. Una parete divide la camera da letto dal soggiorno, ma la parete non giunge fino al soffitto. Non ci sono finestre in camera da letto, e questa è l’unica possibilità per farvi arrivare un po’ di luce. Si distende, per il riposo pomeridiano, la donna di casa: Concetta. Acciottolata tra le coperte, come sempre a quest’ora, sembra una ninfa pesante. Esoftalmo arrossato, sembra una foca spiaggiata.

Consideriamo anche questo, riflettendo su ciò che accade a Masserie di Cristo. Quando si entra in paese, il cartello recita: , ma nessuno è mai stato ben accolto qui. Al pari dei paesi attorno, d’altronde; si pensi a Taverna Soffocata, dove gli abitanti si dilettano, in estate, all’antico gioco della ruzzola.

In piazza Santa Maria Assunta, proprio davanti al sagrato della cattedrale, ogni domenica, i giovani di Taverna Soffocata si incontrano. Si abbracciano. Un primo gruppo, tenendosi stretto con le braccia, crea un primo cerchio. Su di loro si arrampicano altri uomini, e poi altri ancora fino a formare una torre. Poi, l’uno sulle spalle dell’altro, la torre inizia a ruotare su se stessa, al ritmo di strofe di una cantilena tipica: «Il pericolo è in agguato, tu ragazzo lo hai imparato. Nella torre intorno a te, guarda un po’ che cosa c’è. C’è la fiamma che cucina, quanti guai chi si avvicina. C’è il balcone e il davanzale, se ti sporgi ti fai male. Prendi pure lo sciroppo, se ne è tanto ciao purtroppo. Guarda pure sotto al ponte, se ti tuffi vai a monte». E si ruota, si ruota. Nel continuo ruotare, coloro che sono di sopra devono reggersi stretti per non cadere, così come chi è di sotto deve reggere con forza chi è sopra. Ecco, nessuna persona che non sia di Taverna Soffocata è mai stata invitata al gioco della ruzzola.

La stessa ostilità si ritrova a Masserie di Cristo. Su questo angolo di terra si ripudiano le longitudini, si vive oscillando tra gli aliti d’aceto, le cirrosi epatiche, gli interstizi tra i denti gialli e scheggiati degli uomini nelle locande. Molti degli abitanti soffrono di eritrosi, la malattia dovuta alla perdita di elasticità dei capillari. Sfoggiano volti rubicondi mentre bevono grappe secche nella piazza del paese. Sembrano trote in un acquario in dismissione. Come Beberto.

Beberto apre il cassetto più basso della madia in legno di cipresso. Accarezza i fregi intagliati, che rappresentano un uomo con una maschera da cervo, antico culto di Masserie di Cristo. Lì, così in basso, Concetta non dovrebbe arrivare. È pesante, ha sempre mal di schiena. Estrae dal cassetto un sacco avvoltolato, lo apre: gli gnummareddi. Già cotti! Ne prende uno in mano, lo gusta. Lo gnummareddo, l’involtino di interiora, è uno dei suoi cibi preferiti. Scarti di interiora di agnello, in particolare fegato, polmone e rognone, il tutto legato da un alabastrino budello di agnello. Concetta ne è troppo ghiotta. Non lo deve sapere. È dunque il suo secondo pranzo, il suo pranzo più vero, proprio in assenza di Concetta. Beberto guarda fuori dalla finestra, guarda la sua Masserie di Cristo, accompagna gli gnummareddi con un po’ di pane. «Il pane è ciò che distingue l’uomo dal bruto», dice alla sera alla moglie. «Il pane è indice di civiltà. Va mangiato come fanno i ragazzi di montagna: così come loro gustano il loro primo pezzo di dolce della vita, così va gustato, sempre, il pane. Senza toccarlo con le labbra, tagliandolo a morsi, con un movimento della bocca, e va inghiottito con gli occhi fermi. Chiudere gli occhi, masticare. Aprire gli occhi, inghiottire».

Fuori è vento e gelo, qui, a Masserie di Cristo. Cosa c’era prima di questo insediamento? Un secolo è un dente da latte di cane smarrito tra un rosicchiamento e una falcata. Cosa c’era qui fuori, qui, davanti agli occhi di Beberto, barba non curata, bianca, nel luogo in cui, timida, scorre una fontanella grigiastra, con un po’ di ruggine? Beberto stacca con i denti, lievemente incancreniti, un altro gnummareddo. Pensa alla sua vita di cantoniere. Tutta una vita a pensare alla manutenzione delle strade. Quelle quattro strade che da Masserie di Cristo portano a Torre di Nebbia, a Vallecupa, o a Gola Secca. Tutta una vita in quella casa cantoniera, rosso pompeiano. E fuori è l’asfalto, e le strade brecciate, e certamente la nebbia e i roveti, e le bacche incastonate tra le radici di alberi antichissimi e tutte quelle capanne attorno alla contrada Acqua Sulfurea. Soffia ora un vento indomito e non si vede il cielo, se non nella forma di una distesa ardesia. Il sole sembra, come si dice, essere più lontano da qui che gennaio dalle more. Bussano alla porta. L’uomo si è avvicinato, con un impermeabile nero, e ha sbattuto, con una certa virulenza, il battente, con il fregio raffigurante un cervo.

Beberto va verso la porta, dalla camera da letto si sente russare. Osserva, alla parete, il ritratto di suo cognato. Non l’ha mai conosciuto. Morto in guerra, sfoggiava in questa foto antica un doppiopetto un po’ troppo largo, forse prestatogli appositamente per lo scatto, e una lobbia, che invece gli calzava a pennello. Alla bocca: un sigaro. Nella mano destra: un bastone di faggio con un fregio, in resina, raffigurante un levriero. Nella mano sinistra: un orologio da tasca, un modello dei più sobri. Ha una cicatrice all’altezza del mento.

Continua a bussare, l’uomo, è ostinato, «Arrivo!», urla Beberto. Accarezza, bene esposto in un angolo, il pesciolino rosso. Pietra su pietra su cadavere. Un suo passatempo: la pietrificazione. Nelle notti gialle di scarlattina e arsura, iniziava a lavorare con ardimento. Così, soltanto così, un esserino acquatico poteva essere sconfitto dall’artigianato dell’uomo. Allo stesso tempo, era vincitore. Pronto per sfidare l’eterno. Aveva approfondito negli anni, da autodidatta, lo studio delle antiche tecniche egiziane di mummificazione. «Tutto quello che io scolpisco è tanto meschino in vita da apparire meraviglioso in pietra», andava dicendo alla moglie. Passa Poldo, con il suo muso dolce. Scodinzola. Era di là, nella stanza di Assuntina. È agitato perché bussano alla porta. Beberto lo accarezza. Bussano alla porta.

Apre. L’uomo nero. Ha il volto delle incolte brughiere, dei detriti dove la brina dà sudori di ghiaccio nel buio. Tutti riceviamo un dono inaspettato. L’uomo dall’impermeabile nero sorride.

«Ecco il cantoniere», dice.

«Mi dica».

«Lei è il cantoniere? Dobbiamo parlare di confini».

«Lei chi è? Si presenti».

«Il suo nuovo vicino di casa».

«Conosco tutti in paese. Io non l’ho mai vista».

«Lei ha la faccia in fiamme. È malato?»

Beberto chiude la porta. Bussano alla porta. Ancora, dall’altra parte, l’eco del roncheggiare di sua moglie. Apre la porta.

«Come posso esserle utile?»

«Lei, Beberto, non rispetta i confini».

«Non capisco».

«Lei non pensa che al futuro. Non pensa che a rosicchiare millimetri. È davvero malizioso. Lo sanno tutti».

«Sta vaneggiando. Se ne deve andare».

Si porta, l’uomo, l’indice al naso, come a dire zitto.

Beberto non parla.

«Seguimi», dice l’uomo.

Tanto è grigio questo cielo che non si vede che la sagoma del monte Capraro. Il vento infuria come un cavallo impazzito. Ci sono molte crepe e molti tarli nelle case di questo luogo. I tarli rosicchiano i mobili in formica con la stessa costanza con cui i serpenti mordono, con il loro siero, i topi. Poi un boccone e via, senza masticare.

Vanno sul retro della casa cantoniera, verso l’orto.

«A mio parere le campagne sono infettate, come un tempo. Ci sono insetti voraci che infetteranno queste campagne e che divoreranno tutto. Anche i coltivatori. Ci saranno malattie particolari. I grilli, a Masserie di Cristo, d’estate, stanno sopra ai camini e fanno continui canti, e questo, devo dire, è un ostacolo per me, che sono un forestiero. Comprendo, invece, che quelli del paese vi sono avvezzi».

«Parli meno, per cortesia».

«È lei a parlare troppo poco. Si diletta con quelle sue opere. Lei chi si crede di essere?»

«Mi dica che cosa vuole mostrarmi e vada via».

Lo guarda negli occhi. Il cappuccio dell’impermeabile sulla testa impedisce a Beberto di intuire il colore dei suoi capelli e alcuni tratti del suo volto. Sembrerebbe un vecchio per la sua postura, pressoché ingobbita, ma ha una voce da giovane. Non ha nessuna ruga! Ha il volto di chi non è mai entrato in un tribunale. Sul mento: una cicatrice.

L’uomo si china, prende una foglia in...



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