E-Book, Italienisch, Band 6, 320 Seiten
Reihe: Altrecose
Dingfelder Ci siamo già visti?
1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-81729-15-5
Verlag: Altrecose
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Come ricordiamo e riconosciamo (o no) le facce, le persone e il mondo intero
E-Book, Italienisch, Band 6, 320 Seiten
Reihe: Altrecose
ISBN: 979-12-81729-15-5
Verlag: Altrecose
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Sadie Dingfelder è una giornalista scientifica americana. Ha pubblicato su National Geographic, sul Washington Post e sulla rivista Washingtonian. Ha collaborato con Monitor on Psychology scrivendo di nuove scoperte nel campo delle neuroscienze, delle scienze cognitive e dell'etologia per i membri dell'American Psychological Association.
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Introduzione
Quando mio marito mi lascia davanti all’ingresso del parco, mi sento come una bambina al primo giorno di scuola. «Divertiti!» mi dice andando via. Un gruppo di donne pronte per l’escursione mi sta fissando, e so perché: ho quarantadue anni e per muovermi in macchina dipendo da mio marito. Sono qui per stringere nuove amicizie, ma adesso vorrei solo andare a nascondermi.
Invece mi presento ostentando sicurezza. Appena le altre mi dicono i loro nomi, tento di collegarli a qualcosa del loro aspetto. Jean ha i jeans, ma è improbabile che li indossi sempre. Sandy ha i capelli biondo sabbia, ma ci sono almeno altre cinque bionde. Una si chiama Dale: è un vero peccato che non abbia gli incisivi sporgenti o le guanciotte da scoiattolo.1
Sto partendo male e sono molto delusa. Eppure ho studiato! Prima di venire qui, ho cercato tutte queste donne su Facebook e ho sbirciato i loro profili. Ho perfino preparato delle flashcard, come quelle che si usano a scuola: davanti la foto, dietro il nome e i dettagli. Potrei tirarle fuori dallo zaino per ripassare, ma sembrerei una maniaca.
Finalmente vedo una persona che si distingue dalle altre: Kathy. È una settantenne minuta con capelli lunghi e arruffati. Nella sua foto profilo di Facebook suona un flauto di bambù a un festival rinascimentale.
«Hai un viso familiare», dico, e tecnicamente non è una bugia. «Per caso suoni il flauto? Sei una musicista?»
«No», risponde lei un po’ seccata (più tardi scopro che quella con il flauto era soltanto una foto in posa).
Ormai ho il cuore a mille e mi sento avvampare, malgrado l’aria frizzante d’inizio primavera. In fondo al parcheggio c’è un bagno prefabbricato… potrei avvicinarmi facendo finta di niente e nascondermi lì dentro finché non se ne vanno tutte. Chi se ne accorgerebbe?
Sono anche tentata di incollarmi un sorriso ebete sulla faccia e tenermi sul vago, evitando di usare i nomi quando parlo. Ma mi sono ripromessa di non farlo più. Ho intenzione di confessare la mia disabilità.
«Giusto per informarti… ho questa cosa per cui non distinguo le facce», dico a Sandy (sarà Sandy?) mentre ci inerpichiamo su una collina ripida.
«Anch’io! Sono un disastro con i nomi».
Dentro di me sospiro esasperata. I miei problemi sono molto, ma molto più complicati di così. Io non dimentico i nomi, dimentico . E a causa della mia particolare combinazione di disturbi neurologici e stranezze, dimentico anche : non solo come si chiamano, ma proprio che esistono. Poi, quando riesco a ripescare dalla mente il nome di qualcuno, mi entusiasmo a tal punto che ho bisogno di dirlo a tutti. Quando faccio le presentazioni, però, spesso mi si ritorcono contro, perché tendo a dimenticare i rapporti tra le persone («Sadie, guarda che Josh lo conosco. È mio fratello»).
Ho sempre saputo di essere un po’ stramba, ma per quarant’anni e passa non mi ero resa conto di avere difficoltà a fare cose che per gli altri sono semplicissime. Dal mio punto di vista, se siete come il 98 per cento della popolazione, siete campioni di riconoscimento dei volti. Grazie a una zona specializzata del cervello detta area facciale fusiforme o FFA (), guardando un viso riuscite a percepire un insieme di tratti – occhio sinistro, occhio destro, naso, bocca, sopracciglia, guance, lentiggini, fossette, attaccatura dei capelli e mille altre cose – e a coglierne le caratteristiche particolari, e intanto a capire in che rapporto stanno tra loro. Poi di quel viso create un modello tridimensionale che vi permette di riconoscerlo da angolazioni diverse e in tutte le condizioni di luce.2 Nella vostra testa generate un’immagine in modo più veloce e preciso di quanto potrebbe fare il computer più all’avanguardia, e senza il minimo sforzo.
Perciò, anche se magari ogni tanto dimenticate il nome di qualcuno, scommetto che non avete problemi a seguire un film, nemmeno quando la protagonista indossa un cappello o – peggio che mai – quando si trasforma da brutto anatroccolo a cigno. (Io mentre guardo : «E quella chi è? Che fine ha fatto la prostituta?»)
Tutte queste cose io non le so fare, e solo di recente ho scoperto perché. Sono affetta da prosopagnosia, detta anche cecità per i volti. In pratica mi manca una parte di quel software specializzato nel riconoscimento dei volti, così mi tocca ripiegare sul programma generico, quello che la maggior parte delle persone usa per riconoscere un bel sasso, per esempio, o un simpatico riccio che ti si è piazzato in giardino.
Faccio un respiro profondo e mi preparo a spiegarlo a Sandy. Poi però esito. Forse io e lei stiamo davvero parlando della stessa cosa. Prima di venire a sapere della prosopagnosia, anch’io dicevo sempre che ero pessima con i nomi. Forse nemmeno lei distingue le facce, o magari ha un disturbo neurologico completamente diverso che le rende difficile ricordare i nomi.
E comunque, perché mi credo tanto speciale? Tutti sono affetti da qualcosa, no? Secondo le stime degli scienziati, la cecità per i volti colpisce circa sei milioni di americani, e nella stragrande maggioranza dei casi non viene diagnosticata. Ma il numero non si avvicina nemmeno lontanamente ai disturbi visivi o cognitivi più comuni. Nel mondo ci sono trecento milioni di daltonici, e centinaia di milioni di persone hanno un disturbo neurologico di cui non sanno niente. Io conosco due persone che hanno ricevuto una diagnosi di ADHD dopo i trent’anni, e una che ha scoperto di essere dislessica a quaranta, non perché qualcuno le abbia consigliato uno specialista ma perché l’algoritmo imperscrutabile di TikTok ha cominciato a mostrarle dei video sul tema. Una mia collega si è resa conto di non avere l’olfatto solo a dodici anni. Quando gli altri parlavano degli odori, lei pensava di annusare «nel modo sbagliato», e nessuno si era accorto di niente finché lei non aveva completamente ignorato la puzza insopportabile di plastica che bruciava sui fornelli.
Quanto a me, per quarant’anni non mi sono accorta di fare errori che non fa nessun altro: salire sulla macchina di sconosciuti, perdermi nel trilocale di mio fratello, mettermi d’accordo con qualcuno per vederci e poi stupirmi di chi si presenta. La trama della mia vita è fatta di incertezza, improvvisazione e stravaganti disavventure, e non mi ero mai fatta delle domande finché non ho provato a raccontare per iscritto alcune di queste buffe storie. E finalmente mi sono resa conto che c’era qualcosa di strano.
Così ho fatto qualche ricerca, mi sono offerta volontaria per partecipare a uno studio e ho scoperto una cosa scioccante: non sono pessima a ricordare le persone, è che proprio non distinguo le facce. Se immaginate una curva a campana, mi trovate molto spostata sulla sinistra. Sono nel 2 per cento più lontano dal picco, due deviazioni standard sotto la media. Nel riconoscimento dei volti sono brava quanto Elon Musk nel promuoversi.
Quando ho ricevuto il verdetto, l’ho accettato. Mio padre un po’ meno: «Sicura che ti stai impegnando abbastanza?» mi ha chiesto. O anche: «Perché ti preoccupi di una cosa che non puoi cambiare?»
Tenere duro, bluffare, fingere, cavarsela in qualche modo e farlo sembrare facile. È così che vivono i Dingfelder, e con me ha sempre funzionato. C’è solo un piccolo problema: un bravo artista della truffa deve saper ingannare in primo luogo se stesso. Ma io, una volta che ho iniziato a vedere le crepe nella mia facciata neurotipica, non sono più riuscita a distogliere lo sguardo.
Come avevo fatto a non accorgermi di questo «disturbo», che zitto zitto aveva plasmato la mia intera esistenza? Cos’altro non sapevo di me?
Un bel po’ di cose, a quanto pare.
Nei prossimi capitoli visiterò laboratori di neuroscienze in tutti gli Stati Uniti. Passerò circa trenta ore dentro macchinari per la risonanza magnetica funzionale (fMRI), e per altre decine di ore svolgerò test al computer, talvolta con gli elettrodi in testa. Gli scienziati scriveranno articoli su di me! E scoprirò che a un certo punto, durante lo sviluppo, il mio cervello ha deviato su un sentiero poco battuto. Oltre alla cecità per i volti, ho anche la stereocecità (non percepisco la profondità dello spazio). In più sono affetta da afantasia (non ho immagini mentali), da SDAM (memoria autobiografica altamente deficitaria) e probabilmente da altre cose che non hanno ancora un nome.
Perciò, benvenuti nella mia crisi di mezza età. Non ci troverete macchine sportive e bagnini sexy, ma risposte a domande che mi hanno perseguitata per tutta la vita. Misteri come: perché non ho mai imparato a guidare? Perché nessun ragazzo mi ha mai chiesto di uscire? Perché da piccola ero sempre sola, e come ho fatto a stringere tante amicizie da adulta? (E perché continuo lo stesso a sentirmi sola?)
Imparerò cose affascinanti sulla vista, la memoria e l’immaginazione: nel nostro cervello si compiono milioni di miracoli in ogni istante! Ma scoprirò anche in quali ambiti il mio non riesce a essere così miracoloso, e questo mi costringerà a rivedere il giudizio su avvenimenti cruciali del mio passato e a piangere perdite che non sapevo nemmeno di aver subito. Tormenterò i miei genitori con domande indiscrete, farò preoccupare mio marito a forza di piangere e mi dispiacerò per la me ragazzina, che spesso non si sentiva capita e a volte si sente ancora così.
Nel tentativo di vedermi con più chiarezza, ho anche scoperto qualcosa che riguarda...




