E-Book, Italienisch, 218 Seiten
Reihe: Indi
Ghidotti Il pieno di felicità
1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-3389-035-7
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 218 Seiten
Reihe: Indi
ISBN: 978-88-3389-035-7
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Cosa accade quando, a trent'anni circa, non si riesce a trasformare, per responsabilità personali e destini generali, l'educazione, l'affetto e il supporto ricevuti in un lavoro stabile, in un'identità compiuta? Cecilia ha studiato quel che le andava, si è laureata e poi ha continuato a studiare. Insieme al fidanzato è finita a Coventry, una cittadina inglese dove si barcamena tra lavoretti e tentativi di proseguire la carriera universitaria. Ma non ci vive sul serio a Coventry, perché non perde occasione di spostarsi, tornare con un volo low cost a Bologna, la città degli studi e delle passioni, e nella provincia padana, a lungo rifiutata ma divenuta, a distanza, desiderabile. O anche di andare a Londra, per un lavoro di tre mesi e poi per un dottorato di tre anni, e dai molti amici (o Airbnb) che la accolgono e le fanno intravedere per qualche giorno la possibilità di una vita parallela - a Barcellona come a Helsinki e Berlino, in un'Europa alle soglie della Brexit ma per lei ancora senza muri. Il polo magnetico di questo girare tra incontri, piazze, concerti è quel «pieno di felicità» di una vecchia canzone dello Zecchino d'Oro che la protagonista aveva creduto raggiungibile, perché i suoi desideri le erano sembrati realistici, e che deve invece imparare a ridimensionare, adattare ai tempi della «classe disagiata» e di una inquieta lotta quotidiana. Cecilia, infatti, non si limita a subire il presente ma lo interpreta con ironia, e lo vive pienamente nelle incertezze che talvolta si trasformano in occasioni. E grazie a questa capacità di leggere il mondo ci regala un libro prezioso: intimo come un memoir, acuto come un saggio, ostinato e sincero come un romanzo generazionale.
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1 SORROW, THEY PUT ME ON THE PILL
Il volto di Francesca illumina lo schermo del telefono mentre aspetto l’inizio del concerto, appoggiata a una transenna di fronte al palco. Sono anni che non faccio queste cose: le ore di attesa ai cancelli, la corsa fino alla transenna, le manovre per mantenere la posizione, le altre ore di attesa. I concerti ho imparato a vederli dal fondo, tanto i locali sono spesso di piccole dimensioni, oppure dal mixer che si sente meglio; ma questo è speciale e voglio stare davanti.
La band è una di quelle che adesso compare nella library Spotify di genitori coi bimbi piccoli mentre i fan della prima ora lamentano le proporzioni troppo massicce dei tour attuali e ricordano malinconici date intime in club di provincia. Otto, dieci anni fa, quando valeva davvero la pena ascoltarli.
«Ma dove sei?», chiede Francesca sorridendo attraverso il telefono. «Sì, ma come mai proprio Santiago de Compostela?» Le spiego che ho organizzato apposta un viaggio per venire a questo concerto, bisogna celebrare la fine del dottorato. Francesca ride. «Fai bene», dice, «anch’io ho deciso di celebrare».
«Dai?»
«Io e Massimo ci sposiamo! Dillo anche a Simone. Non sappiamo ancora quando. Venite? Manca ancora un sacco di tempo, ma volevo avvertirvi subito». Le assicuro che non mancheremo. Facciamo ancora qualche battuta su Massimo che finalmente ha capitolato. «Allora ci vediamo presto!»
Presto è già troppo tempo: io non sono sicura di sopravvivere ai prossimi centoventi minuti. Un applauso poco convinto accoglie il primo dei gruppi spalla; mi abbandono completamente alla transenna. Domani avrò lividi blu simmetrici, sulle braccia e sulle anche, ma adesso ho bisogno di un sostegno per stare in piedi. Chiedo a Simone di ripetermelo ancora: , urla per sovrastare la musica. Ogni volta che lo dice la frase diventa meno potente, è una formula magica che perde efficacia a ogni ripetizione e di cui, proprio per questo, non bisognerebbe abusare.
Nel corso delle ultime settimane l’ho costretto a un’infinità di scrutini microscopici, prove fisiche minime atte a verificare se i miei arti e i suoi, sottoposti al medesimo sforzo, rispondono allo stesso modo: ruotare un piede per provare che il mio tremito nel compiere il movimento al rallentatore corrisponda al suo; passare la punta di una matita sotto la pianta del piede per sincerarsi, come spiegano i tutorial su YouTube per gli studenti di neurologia, che le dita non si aprano involontariamente a ventaglio, segnalando così l’insorgere di una malattia neurodegenerativa. E ancora, stare in piedi con gli occhi chiusi, le braccia tese avanti al corpo per un minuto e mezzo, qualche volta pure di più, per essere sicuri che queste non cedano verso il basso in un movimento involontario, anch’esso campanello di allarme di malattie di cui leggo avidamente nei forum online.
Simone si è prestato a tutte queste prove con crescente irritazione e ora devo stare attenta a non farmi vedere quando, dopo aver appoggiato una mano perpendicolare a una superficie piana, muovo l’indice su e giù e osservo il movimento, quindi ripeto con l’altra, per verificare che proceda fluido e non a scatti; o mentre ruoto lentamente i polsi cercando di capire quali sono i gradi di inclinazione in cui la mano trema di più.
Sono stanca ma non riesco a dormire, da settimane va così; non credo minimamente al fatto che tutta questa spossatezza dipenda da uno scompenso chimico. Il dottore dell’ambulatorio inglese è stato molto delicato nel tentare di persuadermi che la diagnosi del suo collega italiano era sensata e dunque era proprio il caso di prendere le pillole prescritte. Io continuo a rifiutarmi, perché voglio che «» sia solo un verso di una canzone dei National.
Che ora sono lì sul palco, vicinissimi a me, oltre la transenna. Posso quasi toccarli.
Sul treno che dall’aeroporto ci riporta a Coventry incontriamo Paula, una collega di Simone. Ha la frangia tagliata a scalini e indossa molti strati di vestiti di colori diversi, con l’etichetta interna a garantire che i lavoratori non sono stati sfruttati nel corso della produzione e le famiglie hanno avuto accesso al microcredito. Paula è portoghese e parla un inglese piano, senza alcun accento ma privo di quelle esagerazioni british così diffuse tra quegli stranieri che, per qualche predisposizione genetica o grazie a un durissimo inconfessabile allenamento, hanno perfettamente assimilato l’intonazione locale. Con Simone si scambia gossip di dipartimento, o meglio lei parla a valanga di questo e di quello, sembra avere opinioni precisissime su chiunque, però non prende mai davvero posizione. Passa in rassegna tutto il personale docente e ricercatore, snocciola una serie di nomi che ignoro; ognuno di loro pare aver fatto qualcosa di memorabile. Ogni tanto mi guarda come se fosse scontato che io sappia a chi si sta riferendo. Simone, che ha una borsa di post dottorato e in dipartimento ci sta poco, non mi ha mai parlato di queste persone.
Quando siamo dalle parti di Rugby, Paula esaurisce l’organico e allora mi dice: «So, you don’t work at Warwick’s Uni, don’t you?» Inizio a rispondere che no, in effetti no, ma lei non mi lascia finire e aggiunge: «How long are you planning to stay here?»
«Well, actually vivo qui da due anni», e prima di lasciarle infilare un’altra domanda aggiungo che ho appena discusso la mia PhD thesis. Mi sommerge di complimenti, ma vuole precisazioni, non capisce dove ho fatto il dottorato; allora spiego che ho fatto il PhD a Bologna, ma ho trascorso un anno qui as a visiting student and another year here writing my thesis e poi sono tornata a Bologna per discuterla.
Paula ha fatto la triennale in Portogallo, si è trasferita qui per il master, subito dopo ha fatto un dottorato in Media Studies e ora è lecturer. Paula non ha capito bene il mio itinerario accademico, vuole altri dettagli; così le spiego pure che il mio dottorato in Italia era senza borsa e al terzo anno mi sono spostata a Coventry, dove Simone stava per finire il suo. Per il periodo di studio all’estero era infatti previsto un contributo ed ero riuscita a prolungarlo di vari mesi, arrivando a ottenere quasi un anno di finanziamenti da Bologna. Paula si complimenta moltissimo per l’astuzia e l’abilità. Poi passa a chiedermi dei miei piani per la pubblicazione della tesi come monografia. Io studio da troppo tempo romanzi italiani che affrontano il tema della violenza politica e del terrorismo degli anni Settanta; le mie idee sull’argomento mi sembrano ormai del tutto irrilevanti e ne sono nauseata, così le dico che intendo prendermi una pausa. Paula ascolta corrucciata, mi suggerisce di non aspettare tanto, anzi sarebbe ancora meglio – e qui si apre in un sorriso grandissimo – pubblicarla subito in inglese la tesi! Come ha fatto Simone! Annuisco, mi predispongo ad ascoltare la rassegna delle case editrici universitarie, ma per fortuna siamo ormai in stazione. Paula saluta assicurando che presto ci inviterà a cena.
La prima volta che sono arrivata qui, in realtà, è stato quasi cinque anni fa. Era settembre, Bologna grondava ancora di un caldo estivo e appiccicoso; avevo mandato avanti Simone in esplorazione, lui doveva trasferirsi subito per iniziare quel dottorato che in Italia non era riuscito a trovare. Intanto io mi occupavo di far vedere la nostra casa a matricole diciannovenni che si presentavano insieme a genitori iperprotettivi. Non mancavo mai di farli affacciare dalla finestra di quella che di lì a poco non sarebbe più stata la nostra stanza e spiegavo come puntare lo sguardo nello spazio tra i cardini della persiana e il muro e, in quello spazio esatto, vedere proprio vicinissime le due torri.
Simone mi è venuto a prendere in stazione e sul taxi mi ha anticipato che a Coventry non c’aspettavano angoli carini e accoglienti, le brutte foto viste su internet corrispondevano in pieno alla realtà. Il giorno dopo scoprivo che la realtà era ancora peggiore: qui avremmo proprio dovuto abbandonare l’idea di «centro città»; perché a Coventry il centro non esiste, o meglio è esistito fino al 14 novembre 1940, quando l’aviazione nazista scaricò sulla città uno dei più devastanti bombardamenti della seconda guerra mondiale. Da quell’attacco riemerse solo lo scheletro della cattedrale, rimasta lì scoperchiata, con le sue pietre innaturalmente lisce che raccontano del fuoco cui sono sopravvissute.
Gli artefici della pianificazione postbellica scelsero poi di ricostruire Coventry come si immaginavano il tempo a venire: un tempo razionale, forte e ottimista, fatto di cemento, torri, passerelle sopraelevate brutaliste; e intorno una rete di circonvallazioni e rotonde, in attesa delle automobili volanti, che sarebbero arrivate presto. A un certo punto qualcosa dev’essere andato storto, tanto storto che, alla fine degli anni Zero, in quello che dovrebbe essere il centro di Coventry rimase spazio sufficiente per piazzarci il gigantesco cubo blu dell’Ikea. Ora che mi ci sono abituata, lo uso come punto di riferimento per orientarmi e sentirmi a casa.
In quella che dovrebbe essere la piazza principale, ma è in realtà l’emanazione di un centro commerciale, ci sono soprattutto mamme molto giovani coi bambini in carrozzina che entrano da Primark e ne escono con grosse buste marroni strabordanti di capi a basso prezzo della linea Atmosphere, e poi personaggi variamente rovinati che ciondolano di fronte al centro per l’impiego pomposamente ribattezzato The Job Shop. Eppure dev’esserci stato un momento in cui questi...




