Giraudo | Oro, argento e scintillanti follie | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 288 Seiten

Giraudo Oro, argento e scintillanti follie

Storie dei metalli dei re
1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-6783-506-5
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Storie dei metalli dei re

E-Book, Italienisch, 288 Seiten

ISBN: 978-88-6783-506-5
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Dal più lontano passato, l'oro e l'argento muovono la storia, accendono fantasie di grandezza e illuminano le dimore reali. Estratti dalla terra spesso finiscono per tornarci, custoditi in caveaux misteriosi (come quello della Federal Reserve americana, sul fondo del mare). Nel corso dei secoli hanno finanziato viaggi avventurosi e permesso la costruzione di sontuosi palazzi e imponenti cattedrali, scatenato battaglie, favorito paci. Oro e argento sono il simulacro del desiderio di ricchezza e possesso che ha accompagnato ogni epoca storica, sotto le spoglie di tesori di guerra, lingotti, monete, statue e gioielli luccicanti, ancora oggi considerati un bene rifugio, il porto più sicuro nei momenti di tempesta geopolitica.

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FRAGORI D’ARMI E FOLLIE DI


«L’oro è il tiranno e lo schiavo di chi lo possiede», scrive Orazio a Aristio Fusco nelle . Come le monete, l’oro e l’argento hanno due facce. Evocando potere e miseria, fortuna e sventura, sono stati fondamentali per far avanzare o retrocedere figure, pedine e pedoni sulla grande scacchiera della storia. Tutti i potenti del passato disponevano di un – che nell’etimologia richiama l’ latino – per proteggere sé stessi e (talvolta) il loro Paese: si va dal tesoro dei faraoni a quello del re persiano Dario, dalle risorse di Filippo II di Macedonia al personale degli imperatori romani, dalle infinite ricchezze del re del Mali Mansa Musa a quelle dei papi gestite dal camerlengo (il cardinale che deteneva le chiavi della o e che, dopo il papa, era il prelato più importante della Chiesa), dal patrimonio di Luigi XIV a quello degli imperatori Ming. Ancora oggi gli Stati possiedono il loro tesoro che, di fatto, è rappresentato dalle riserve delle rispettive banche centrali: sotto la Federal Reserve Bank di New York c’è un enorme forziere dove sono stoccate 6331 tonnellate d’oro, essenzialmente sotto forma di barre da 400 once (12,5 chilogrammi), circa la metà di quanto conteneva nel 1973, quando le tonnellate stoccate erano quasi 13.000, appartenenti a settanta controparti (mentre l’oro degli Stati Uniti dal 1937 è stoccato a Fort Knox, nel Kentucky). Questo forziere, operativo dal 1914, venne ideato al fine di custodire l’oro inviato dalle banche internazionali durante la Prima guerra mondiale ed evitare che cadesse in mano nemica. È scavato nel granito di Manhattan, cinquanta piedi sotto il livello del mare che circonda la penisola, e dispone di sistemi di protezione fra i più sofisticati al mondo: l’entrata è un cilindro di novanta tonnellate che ruota su sé stesso e tutte le sere l’aria viene aspirata dal caveau per impedire la presenza di esseri umani e animali.

Oltre a essere scintillanti parafulmini capaci di proteggere l’umanità dai pericoli, l’oro e l’argento sono metalli speciali che hanno un doppio valore, quello materiale e quello che attribuiamo loro nel nostro immaginario. Sono presenti in ogni cultura, religione e mitologia: si pensi a Mosè e il vitello d’oro dell’ fuso da Aronne, dipinto da Nicolas Poussin intorno al 1630; Danae fecondata dalla pioggia d’oro di Zeus, soggetto di infinite opere (per esempio nei quadri di Rembrandt, Correggio, Artemisia Gentileschi, e messa in musica da Strauss), Apollo e l’arco d’argento, Giasone e il vello d’oro (la tragedia di Medea, da Euripide a Christa Wolf), l’oricalco di Atlantide citato da Platone, le statue di Buddha ricoperte d’oro presenti in tutta l’Asia, il sarcofago d’argento del faraone Psusenne I. Dante parla più volte dell’oro e dell’argento nella , in special modo nel XIX canto dell’Inferno, quello di Malebolge; di «armi d’oro e d’argento», doni fatti «con speranza di mercede ai re, agli avari principi, ai patroni», scrive Ludovico Ariosto nell’. «Vale un Potosí», dice Miguel de Cervantes nel per indicare qualcosa di inestimabile valore, usando il nome della città in cui si trovava il più grande giacimento d’argento.

Le lacrime del sole


Di un giallo intenso e brillante, duttile e malleabile, se per gli Egizi l’oro era la carne del dio Ra, per gli Inca rappresentava le lacrime del sole. Tutte le civiltà, in ogni epoca e continente, ne hanno apprezzato la natura: è un metallo difficile da estrarre, ma facile da lavorare.

L’argento invece è la vera moneta dei mercanti, come il debito è quella dei poveri, secondo quanto recita un proverbio persiano; splendente e candido (, dal greco , , bianco), a partire dal XVI secolo segna la prima globalizzazione dell’economia finanziaria, come scrive nel 1637 Pierre d’Avity, di Montmartin, il cui stemma di famiglia era proprio una torre d’argento. L’argento ha strutturato il sistema monetario della Mesopotamia e contribuito allo splendore di Babilonia, delle città greche, dell’impero romano e di quello carolingio, dell’Europa medievale, della Cina, dell’India e del Giappone, mentre alla base del sistema monetario dell’Egitto, di Cartagine e di Bisanzio c’è stato l’oro.

Da Giasone ai Forty-niners in California, da Alessandro Magno a Traiano, dai Mongoli fermati dai tifoni mentre tentavano di invadere il Giappone ai spagnoli in America Latina, nel corso dei secoli milioni di uomini hanno intrapreso viaggi incredibili dietro i bagliori di miti sfavillanti, che vedono susseguirsi l’Eldorado, la leggenda delle sette Città d’oro di Cibola, il tesoro d’argento di Sierra de la Plata ( in spagnolo significa argento) e dell’isola d’oro nell’oceano Pacifico, l’isola vulcanica di Lihir, in Papua Nuova Guinea.

Tarsis e Ofir


I metalli preziosi hanno sempre popolato i sogni degli uomini, che fossero le bibliche miniere di Ofir o la flotta di Tarsis del che una volta ogni tre anni tornava carica di metalli e pietre preziose (ma anche d’avorio, scimmie e pavoni). Le pagine di Erodoto, Tucidide, Tacito, Guicciardini e molti altri raccontano colossali battaglie per il possesso di miniere d’oro e d’argento, cui seguivano saccheggi, imposizione di tributi e scambi commerciali dei beni desiderati dal vincitore: seta, porcellane, spezie, corallo, ambra, cereali, legname, senza dimenticare una merce molto richiesta, gli esseri umani.

Quindici secoli avanti Cristo le miniere d’oro della Nubia, situate nelle valli a est del Nilo e nella regione del fiume prosciugato Allaqi, finanziarono il regno dei faraoni neri e lo splendore della XVIII e XIX dinastia egizia. Dopo aver conquistato la regione, i faraoni inviavano migliaia di schiavi, le cui condizioni di vita e lavoro erano terribili: basti pensare che l’acqua veniva usata principalmente per il lavaggio della sabbia aurifera, e gli uomini dovevano contendersi la poca rimasta per dissetarsi.

Il Partenone è stato costruito con l’argento del Laurio, nelle cui miniere, a una sessantina di chilometri da Atene, lavoravano 30.000 schiavi che contribuirono alla fortuna della città, finanziando la costruzione delle navi che nel 480 a.C. vinsero la grande battaglia di Salamina. La produzione argentifera ateniese doveva tenere il passo con il finanziamento delle altre città greche, in particolare di Sparta, garantito dai Persiani e usato per alimentare le lotte interne.

L’oro delle miniere del massiccio montuoso del Pangeo, una zona conquistata nel IV secolo a.C. da Filippo di Macedonia, permise al sovrano di disporre di un esercito potente, creando le condizioni favorevoli alla spedizione del figlio Alessandro Magno, che dopo aver attaccato l’Egitto si lanciò alla conquista dell’impero persiano. Il tesoro achemenide – più di 180.000 talenti di metalli preziosi (un talento equivaleva a circa 28 chilogrammi) provenienti dalle miniere anatoliche del Tauro –, di cui riuscì a impossessarsi alla morte di Dario, gli permise di preparare l’invasione dell’India e di avanzare fino all’Afghanistan.

Roma alla ricerca di metalli preziosi


Roma organizzava le proprie spedizioni con finalità prevalentemente economiche. Nel III secolo a.C. invase la Spagna per le miniere d’argento di Rio Tinto (in Andalusia), che alimentarono le guerre puniche, e più tardi per quelle d’oro di Las Médulas, nella Spagna settentrionale, dove gli ingegneri romani predisposero il trasporto di grandi quantità d’acqua in condotte lunghe anche centocinquanta chilometri per rompere il minerale, che veniva poi frantumato dai minatori. Si stima che in duecentocinquant’anni Las Médulas produsse oltre 1650 tonnellate d’oro. Roma controllava già le miniere di mercurio spagnolo, di stagno della Cornovaglia, di rame di Cipro e dell’oro egizio-nubiano. Quando la produzione di Las Médulas cominciò a diminuire, Traiano si lanciò alla conquista della Dacia (territorio corrispondente alle attuali Romania e Moldavia), dove gli efficientissimi servizi segreti romani avevano segnalato la presenza di giacimenti d’oro a Ro?ia Montana (Alburnus Maior).

Dopo la caduta dell’impero romano molte di queste miniere vennero abbandonate, e per oltre sei secoli il principale fornitore di argento del mondo conosciuto divenne il bacino di Ma wara’ al-nahr (letteralmente, ciò che si trova al di là del fiume, nella regione della Transoxiana, a est del lago d’Aral). In seguito il bacino passò nelle mani del mondo musulmano, dopo la battaglia del Talas (751, attuale Kirghizistan) tra il califfato e le truppe della dinastia Tang. Si dice che per la basilica di Santa Sofia, la cui costruzione iniziò nel VI secolo d.C., servirono cinque tonnellate d’oro e undici d’argento; le miniere iraniane e afghane...



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