Goemans | La planata | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 431 Seiten

Goemans La planata


1. Auflage 2014
ISBN: 978-88-7091-392-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 431 Seiten

ISBN: 978-88-7091-392-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Il prodigioso atterraggio sull'acqua del comandante Sully e le oche acrobate di Christian Moullec: sono gli eroi del volo a riempire le giornate di Gieles Slob da quando sua madre sembra averlo abbandonato per fare la cooperante in Somalia, lasciandolo con il padre e lo zio in una vecchia fattoria del polder ai margini di una pista aerea. Chiuso in un mondo di fantasia e ispirato dall'opera di illustri ornitologi, Gieles si impegna anima e corpo per insegnare alle sue oche a volare e compiere con loro un'impresa eroica, la Magistrale operazione di salvataggio 3032: solo così potrà conquistare il cuore della madre e riaverla con sé. Ma se le cose non vanno come previsto, è la sua fiducia nei sogni a portarlo dal mondo degli eroi a quello degli adulti, attraverso l'amore per una punk ribelle in cerca di libertà e l'amicizia con un solitario professore, così grasso da muoversi su una carrozzella-scooter e conoscere il potere della comprensione e dell'ironia. E i preparativi del fantasioso piano diventano un viaggio nella realtà ancora più bizzarra del suo microcosmo aeroportuale, dove il viavai degli apparecchi ha messo in fuga gli abitanti e fatto nascere un rumoroso campeggio per amanti dell'aviazione. Con un romanzo di formazione che combina le atmosfere del realismo fantastico e un arguto umorismo, Anne-Gine Goemans si addentra nell'avventura dell'adolescenza per leggere tra le righe della contemporaneità. La planata racconta la famiglia, il progresso che cancella l'anima dei luoghi, la lotta degli uccelli per non cedere il cielo agli aerei, la solitudine e il coraggio di volare.

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2


Nel tardo pomeriggio videro in tv le immagini di un terremoto: una donna si lamentava davanti a un cumulo di macerie che fino a poco prima erano una casa.

“Per fortuna Ellen non è lì”, disse zio Fred e aprì il giornale. Erano seduti uno accanto all’altro sul divano con il motivo a rose inglesi consunte.

Gieles cercò di immaginare la terra che tremava. Un tetto che tremava non gli era nuovo: di notte, quando decollavano pesanti cargo, il tetto sbatacchiava come una vecchia centrifuga.

Cambiò canale passando dal terremoto ad Animal Planet. Una femmina di bonobo si spulciava seduta con il suo piccolo sotto un albero. Il suo amico Toon aveva molto in comune con le scimmie: era muscoloso e tarchiato, e il suo linguaggio del corpo aveva un che di minaccioso. Aveva l’abitudine di grattarsi il mento foruncoloso e infilarsi il pus in bocca. Era rivoltante. Ma Gieles continuava a frequentarlo. Dopo la costruzione della pista d’atterraggio quasi tutti gli abitanti della zona si erano trasferiti.

Un maschio prese la femmina da dietro.

“I bonobo passano quasi tutto il giorno a divertirsi tra di loro”, disse una voce.

Zio Fred sollevò lo sguardo dal giornale e Gieles si affrettò a cambiare canale. Ultimamente Toon non riusciva a parlare d’altro che di sesso, come se lui l’avesse già fatto un mare di volte e Gieles fosse destinato a restare vergine tutta la vita. In effetti era troppo cacasotto per avvicinare una ragazza, per questo navigava in internet. Su un sito ne aveva conosciuta una, si faceva chiamare Gravitation. Lui si era iscritto come comandante Sully. Nelle loro email erano rimasti sul vago.

L’auto di servizio del padre entrò nel cortile. Era una jeep giallo vivo con trasmittenti e un diffusore acustico sul tetto per tenere lontani i volatili dalle piste d’atterraggio. Il padre aveva certe registrazioni di uccelli morenti che facevano accapponare la pelle. In particolare le grida di un gabbiano terrorizzato erano le più efficaci a tenere lontani i suoi simili.

Scese dalla jeep con il telefonino all’orecchio, aveva l’aria preoccupata. Gieles mise su una partita di calcio. Poco dopo il padre entrò in salotto con una birra.

“Ragazzi”, disse mentre si lasciava cadere su un divano a tre posti grigio scuro che una volta s’intonava al resto dell’arredamento. Una volta, perché da quando zio Fred aveva trasferito un po’ dei suoi mobili – il divano con le rose inglesi, una credenza in mogano e una vetrinetta di cristallo – la coerenza dello stile era andata a farsi friggere.

“Com’è andata?” chiese zio Fred al gemello.

“C’è mancato un pelo”, rispose Willem Slob, che non la faceva mai lunga e quando parlava lasciava cadere una pausa appena possibile. Deformazione professionale, diceva: aveva adattato il ritmo delle sue frasi a quello del decollo e dell’atterraggio degli aerei.

“Migliaia di storni che hanno attraversato la pista e sono piombati su un campo”, continuò. “C’è mancato un pelo.”

Lo diceva alla fine di ogni giornata di lavoro: c’è mancato un pelo. Zio Fred e Gieles non ci facevano più neanche caso. Rondini, gabbiani, oche, pipistrelli, civette, storni, pavoncelle, beccacce di mare, poiane, cigni: centinaia di migliaia di uccelli facevano una sosta all’aeroporto. Il cielo era un intrico di rotte migratorie invisibili per i più, ma non per il padre. Quando Willem chiudeva gli occhi vedeva apparirgli davanti le autostrade dei pennuti. Il suo compito era tenerli tutti a distanza di sicurezza. A pensarci bene un’impresa impossibile.

Willem Slob bevve un sorso di birra e si mise a guardare la partita.

Zio Fred si alzò con fatica appoggiandosi alla stampella. “Tra poco si mangia.” E ticchettando andò in cucina.

Gieles apparecchiò e si sedette. Solo quando la madre non c’era avevano un posto fisso a tavola. Dal suo vedeva lo stretto giardino dietro casa, il canale e la pista. L’acqua nera brillava nel sole della sera. Il muso di un aereo comparve nel riquadro della finestra e si fermò. L’equipaggio e i passeggeri non potevano vederli. Una volta la madre aveva dovuto aspettare a bordo di un apparecchio davanti a casa loro e non era riuscita a vedere altro che il riflesso sulle finestre dell’aereo stesso.

“Giovedì sera facciamo un esperimento con un uccello robot”, disse Willem mentre mangiava grandi forchettate di maccheroni. Tutto in suo padre era grande: la bocca, le orecchie, il naso, le mani, i gesti. Le donne lo trovavano attraente in un modo che le metteva in confusione. Lo guardavano di soppiatto e non osavano rivolgergli la parola, e quando ogni tanto veniva a casa qualche socia del club di lettura di zio Fred, cominciava ad atteggiarsi in modo esagerato se per caso il padre entrava nella stanza.

Willem Slob guardò il figlio. “Magari ti va di venire, a vedere l’uccello robot.”

“Sì, credo di riuscire”, rispose Gieles.

Il padre allontanò da sé il piatto vuoto e posò le mani sul tavolo. Aveva mani forti e Gieles avrebbe voluto afferrarne una, ma temeva di apparire infantile. Osservò le proprie: al confronto erano mani da neonato, non avevano ancora conosciuto nulla. Le sue dita non si erano mai posate su una ragazza. Men che meno in una ragazza. All’asilo aveva infilato un dito nel sedere di una bambina, ma avrebbe anche potuto essere il naso. Era stato un gesto di utilità pratica: fingevano che il pennarello fosse il termometro e il cappuccio le era rimasto dentro. Gieles cercava di tirarlo fuori. La maestra si arrabbiava se non richiudevano i pennarelli, aveva paura che si seccassero (aveva anche paura dei pidocchi, del latte acido, del fango nell’angolo delle costruzioni, delle sbucciature e di molte altre cose).

Dopo cena Gieles andò in camera sua. Aveva ancora una mezz’ora, poi doveva uscire. Accese il ventilatore e il computer e si asciugò la fronte: erano i primi di maggio, ma in quella stanza faceva già un caldo infernale. L’aeroporto aveva fatto isolare il loro tetto con spessi materassi che avrebbero dovuto attutire il frastuono degli aerei. Da quel giorno la sua camera si era trasformata in una pentola a pressione, ma il peggio era che il materiale fonoassorbente gli faceva letteralmente rizzare i capelli in testa: era perennemente carico di energia elettrostatica.

Gieles voleva continuare la lettera a Christian Moullec ma vide che sua madre gli aveva scritto un’email. Era il secondo messaggio da quando era partita. Anche Gravitation era online. Lesse rapidamente le ultime righe della madre.

«Non posso neanche togliermi il burqa, nonostante ci siano quaranta gradi. Mi manchi, ti penso, e spero che tu dedichi anche solo un briciolo dei tuoi pensieri a tutta questa gente che vive in una terribile povertà. Ti voglio bene, Ellen.»

Gieles non voleva pensare a tutta quella gente e chiuse l’email. Gli africani gli mettevano una tristezza tremenda, preferiva pensare alla ragazza virtuale. Gravitation significava forza di gravità. Si chiese perché avesse scelto quel nome, come se volesse lasciar intendere che era grassa, anche se dalle minifoto non sembrava così. Aveva dreadlock neri come la pece e il volto ovale e pallido. Secondo il suo profilo aveva quattordici piercing. Gieles si chiese dove, ne vedeva uno solo, su un sopracciglio. Tra i dreadlock e il trucco nero non riusciva a farsi un’idea chiara di Gravitation, ma trovava stupendi i suoi occhi verdi: erano dello stesso colore della patina che si forma su un acquario quando non viene pulito per settimane.

Avrebbe potuto cominciare con i suoi occhi, ma era troppo sdolcinato. Andò sul semplice.

Comandante Sully: «Ciao, cosa stai facendo?»

Gravitation: «Niente. Gioco con il mio coniglio e ascolto musica.»

Comandante Sully: «Cosa ascolti?»

Gravitation: «Fever Ray. Non credo che la conosci, è una svedese. Cambia ogni giorno, come me. Stamattina mi sono colorata i capelli.»

Comandante Sully: «Di che colore?»

Gravitation: «Lilla.»

È matta. Dreadlock lilla.

Comandante Sully: «Hai colorato anche il coniglio?»

Gravitation: «Stronzo.»

Comandante Sully: «Anch’io ho dei conigli. Centinaia.»

Gravitation: «Abiti in una fattoria didattica?»

Comandante Sully: «Ahahah. No, abito in una strada chiusa accanto a una pista d’atterraggio e abbiamo intorno un sacco di conigli. E lepri.»

Gravitation: «Figo.»

Comandante Sully: «Vicino alle piste d’atterraggio ci sono anche un sacco di uccelli e volpi e così via. Mio padre dice che è una riserva naturale. Io ho due oche.»

Gravitation: «Fighe le oche!»

Mi sta prendendo in giro. Nessuno trova fighe le oche.

Gravitation: «Come si chiamano?»

Le sue oche non avevano un nome, ma poteva sembrare che non tenesse abbastanza a loro. Si guardò intorno attentamente alla ricerca di nomi adatti. Nella libreria vide la serie di fumetti che aveva collezionato il padre.

Comandante Sully: «Asterix e Obelix. E il tuo coniglio?»

Gravitation: «Coniglio e basta.»

Comandante Sully: «Quanti anni ha?»

Gravitation: «Cinque. Tu?»

Comandante Sully: «Circa quattro.»

Gravitation: «No, tu

Lei ha di sicuro più di quattordici...



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