E-Book, Italienisch, 204 Seiten
Gottlieb Il ragazzo che andò via
1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-3389-214-6
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 204 Seiten
ISBN: 978-88-3389-214-6
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Contea di Essex, New Jersey, 1967. Mentre i notiziari televisivi sono invasi da notizie sempre piu? drammatiche sull'escalation della guerra in Vietnam e scanditi dalle fiammate del napalm, la famiglia Graubert sta andando lentamente a pezzi, nel vano tentativo di difendere il suo membro piu? debole, Fad, affetto da una grave forma di autismo, e di proteggerlo da una comunita? medica che appare decisa a internarlo in un istituto. La madre, Harta, lotta con tutte le sue forze contro le autorita? e al tempo stesso si tuffa in una relazione con uno dei dottori che seguono Fad; il padre, Max, non resiste al dolore e si estrania, sprofondando progressivamente nell'alcolismo; il fratello minore, Danny, assiste allo sfascio della sua famiglia, ne spia le dinamiche e sogna ora di fuggire, ora di saper vegliare sulle anime confuse e ferite delle persone che piu? ama al mondo. Romanzo d'esordio di Eli Gottlieb, vincitrice del Premio Roma e inserito nella lista «Best Books» del New York Times, Il ragazzo che ando? via e? un'opera limpida e dolorosa, che narra con sensibilità e mirabile controllo stilistico un'educazione sentimentale, l'amore tra due fratelli, la crisi di una famiglia.
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Parte del problema, dal mio punto di vista, era che nessuno mi avrebbe creduto. Era evidente che non fossimo come le altre famiglie che vedevo intorno a me, insiemi di persone pacifiche, capaci e civili come i Knox o i Sullivan, che si esprimevano a borbottii sommessi, avevano i capelli con la riga sempre dritta e giocavano tutti insieme a touch football. Ma a chi confessare la nostra stranezza? Max era indifferente alla questione, i miei amici mi avrebbero riso in faccia e Harta si ostinava a dire che la nostra famiglia aveva una normalissima punta di follia, né più né meno. Ogni volta che lo mettevo in dubbio, che provavo a spiegarle che eravamo la famiglia più pazza e stravagante che fosse mai esistita, mi toccava il solito discorso.
«Ogni famiglia ha la sua storia alle spalle», iniziava, poi si stringeva nelle spalle come se con quel semplice movimento delle ossa potesse mettersi completamente al riparo da qualsiasi colpa. «Nulla è come sembra. La gente che vedi camminare a braccetto per strada, tesoro, magari ha il problema dei nonni confinati nelle loro stanze al piano di sopra e nutriti attraverso dei tubi. C’è chi ha la madre che è scappata con un altro, un figlio che è stato arrestato o i genitori che si prendono a pugni in faccia nel traffico, o magari arriva un tossico che gli entra in casa e fa una strage. Già» – e mi tirava più vicino a sé – «e a sangue freddo, pure. È la natura umana, capisci? Dietro ogni famiglia si nasconde una storia di segreta sofferenza, di miseria, delusione e sogni infranti. Vedi, amore, noi non siamo diversi dagli altri». Brillava in volto mentre lo diceva. «Guarda che bel sole, fuori. Ti va una limonata?»
Io facevo cenno di no. Si sbagliava, sapevo che si sbagliava ed ero deciso a dimostrarlo, con le buone o con le cattive.
Forse alla base di tutto c’era la mia ossessione per lo spionaggio, un’ossessione che percepivo come una voce che esclamava «Aha!» ogni volta che sollevavo il luminoso, gaio velo della realtà rivelando il baratro senza fondo che giaceva sotto. Se solo i miei genitori mi avessero fatto sedere, anche solo una volta, e mi avessero detto: «Hai ragione, figliolo. La nostra ostinazione a tenere in casa quel matto di tuo fratello e a non rinchiuderlo in un istituto sta distruggendo la famiglia e, quel che è peggio, ci impedisce di apprezzare la vasta gamma delle tue eccellenti doti, prima fra tutte l’ampiezza e la ricchezza del tuo vocabolario, Denny». L’avessero fatto, sono sicuro che non ci avrei pensato due volte a lasciar perdere la ricognizione telescopica. L’idea di perlustrare ogni giorno il perimetro della proprietà non mi avrebbe più nemmeno sfiorato. I cassetti aperti, i portafogli svuotati e il contenuto inventariato, i capi d’abbigliamento divisi per data di utilizzo, le buste scollate col vapore, le scarpe studiate in base ai segni d’usura: tutto sarebbe venuto a cadere, come le foglie ingiallite e arricciate ai bordi che ogni autunno precipitavano dagli alberi, verosimilmente impazienti di far ritorno alla quiete e all’immobilità della terra.
Invece non solo continuavo a fare quelle cose, ma registravo anche le informazioni in ordine alfabetico e le inserivo in apposite tabelle. Il cassetto del comò gemeva sotto il peso dei quaderni, ciascuno col suo titolo tracciato in stampatello con il pennarello argentato. C’era il quaderno TELEFONTI e quello TELE-SCOPO, il quaderno INDIZI DOMESTICI e quello 100% VERITÀ. In più avevo ordinato per posta un kit per il prelievo delle impronte digitali, che con una semplice passata nei bagni di casa mi permetteva di tenere un catalogo aggiornato dei farmaci assunti abitualmente dai miei. Max, come avevo scoperto, aveva un debole per il latte di magnesia, il cui flacone era letteralmente incrostato degli intricati bassorilievi delle sue impronte. Per ragioni personali, Harta preferiva elisir quali Maalox e Alka-Seltzer. Quante seccature ci saremmo risparmiati se avessero semplicemente ammesso che avevo ragione, avessero cacciato Fad e insieme ci fossimo rilassati, scordandoci di spionaggio e compagnia bella. Ero un’ottima spia, disciplinato, flessibile, tecnologicamente aggiornato. Ma nemmeno il più stacanovista dei segugi sarebbe riuscito a venire a capo del problema di mio fratello.
Il mattino seguente partimmo alle otto per andare dal dottor Runsterman. Fad era seduto accanto a me sul sedile posteriore mentre Harta, alla guida dell’auto palpitante, usciva in retromarcia dal vialetto, grattando un attimo sul marciapiede. La Corvair, un raro dono di Max, era molto bella, di un colore che si chiamava verde trifoglio. Anche da ferma dava un’idea di velocità. Ai miei occhi era un’icona di pericolo e stile. Una star del cinema.
«Tenetevi forte!», esclamava Harta mentre l’auto, puntando a valle, cominciava a prendere velocità. Superammo la casa dei Donadio, dove una volta avevo visto un’ubriaca in carne e ossa sdraiata sugli scalini d’ingresso con la gonna raccolta intorno ai fianchi e le mutande in bella vista. Superammo la casa dei Wringley, dove viveva una ragazza cicciona che si mormorava «si desse da fare» con i ragazzi.
Dopo dieci minuti imboccammo lo svincolo serpentino e ci immettemmo sfrecciando sull’interstatale.
«Quando finisce la strada?», domandò Fad, piegandosi in avanti per opporsi alla forza dell’accelerazione.
«Come, caro?» Harta rovistava nella borsa con le lunghe dita in cerca di monete per il pedaggio. L’avevo supplicata di procurarsi una di quelle pistole ad aria compressa che sparavano gli spicci dritto nella bocchetta, ossia la bocca da cui si nutriva l’autostrada.
«La strada, dove va?»
«Be’», rispose Harta, arricciando le labbra, «penso in Canada». Rise. «Per chi è abbastanza folle da andarci, almeno!»
«Perché?», chiesi.
«Brrrr!», fece lei, producendo un’involontaria pernacchia. «Perché fa un freddo cane».
«Ma ci vivono in tanti», ribattei, ragionevolmente.
«E poi?», domandò Fad.
«Poi cosa, tesoro?»
«Poi dove va, in Canada?»
«Ehm... a dire il vero non saprei».
«Ma mamma». Il tono della sua voce si stava alzando. «Deve andare per forza da qualche parte. La strada non può fermarsi. Da qualche parte deve andare, mamma. Mamma!»
«Sì, caro».
«Mamma, scopri dove va la strada, e fa’ che sia un posto che conosco. Dove va? Dove?»
«Al mare», risposi senza scompormi.
«Cosa?», fece lui, girandosi verso di me con gli occhi sgranati.
«Tuo fratello ha ragione», disse Harta. «Va dove vanno tutte le strada. Verso l’oceano».
«Cioè il mare?», ripeté Fad, rilassandosi visibilmente.
«Esatto», dissi. «Stessa cosa».
Dieci minuti dopo il ghiaino del parcheggio del medico iniziò a picchiare contro la macchina, producendo un rumore come di debole applauso. Alzai lo sguardo verso l’anonimo edificio basso e bianco davanti a noi. Il dottor Runsterman, aveva detto Harta alle sue amiche, era la sua «ultima speranza».
Peccato che in base ai miei dati l’avesse già detto otto volte.
Entrammo nello studio e, come al solito, fui mollato in sala d’aspetto. Fuori iniziò a cadere la pioggia, una pigra pioggerella estiva le cui linee puntinate attraversavano lentamente il paesaggio, come figure umane. Nella loro asetticità le sale d’aspetto degli studi medici si somigliavano tutte: acquario, sedie imbottite, pile di riviste, piante aggrovigliate sorrette da una stecca e un grande dipinto a olio che solitamente raffigurava il mare, a volte in tempesta con alte onde e venti impetuosi e, se ero fortunato, un clipper inclinato di lato che iniziava a imbarcare acqua.
La pioggia diminuì, poi smise del tutto. Io me ne stavo lì a sfogliare controvoglia un numero della rivista . C’erano i riquadri in cui univi i puntini e venivano fuori facce, sorridenti animaletti del bosco, edifici urbani. C’erano gli anagrammi e i test di grammatica. Con sdegno ripensai ai tempi in cui cose simili rappresentavano una sfida. Ne erano trascorsi di anni. All’epoca ero solo un bambino, mentre adesso ero un agente segreto altamente qualificato, con modi impeccabili a tavola e l’eloquio fiorito.
Appena riemersi dai miei pensieri, mi accorsi che la segretaria si era allontanata per andare in bagno. Era arrivato il momento. Seguendo la familiare cantilena della sua voce sgattaiolai in un corridoio gelido e, svoltato un angolo, m’imbattei in Harta congelata nella sua solita posa, ovvero seduta sul bordo di una sedia al centro di un ufficio rivestito di pannelli scuri. Era china a raccogliere un foglio, gesto che le procurava uno schiacciamento del petto contro le gambe. Non sentiva dolore? Guardai gli occhi del dottor Runsterman. Puntavano al seno di Harta come pugnali.
«Ma», stava dicendo lei, «è semplicemente impossibile, dottore». Si accorse della mia presenza e mi rivolse un impercettibile cenno della testa: Puoi Restare. «Abbiamo fatto tutto quello che ci ha chiesto di fare, abbiamo speso tempo ed energie, e ora mi dice che non ha scoperto niente, che non abbiamo fatto passi avanti e che l’unica soluzione che ci resta è rivolgerci alla commissione? Com’è possibile?» La sua voce stava diventando stridula, segno che le emozioni dentro di lei erano risalite fino al petto, portandola sull’orlo delle lacrime.
«Signora Graubart», disse il dottor Runsterman, un uomo alto con gli occhiali minuscoli e una mascella come il sedile di una bicicletta, «il castello della psicologia nasconde molti passaggi...




