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Hamadi | La nostra Siria grande come il mondo | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 157 Seiten

Reihe: add saggistica

Hamadi La nostra Siria grande come il mondo


1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-6783-321-4
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 157 Seiten

Reihe: add saggistica

ISBN: 978-88-6783-321-4
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Mohamed e Shady Hamadi, un padre e un figlio, due storie legate da una terra: la Siria. Per uno luogo di nascita, dell'infanzia e di un regime da cui fuggire, per l'altro luogo della ricerca di sé e del desiderio di ritorno; per entrambi un luogo negato, una ferita con cui ancora fare i conti. In questo libro due generazioni si parlano e si raccontano, scoprendo un dialogo che non sempre è stato facile: diversi i percorsi, le ansie, le aspirazioni. Avventurosa e sorprendente la vita di Mohamed che per molto tempo ha nascosto al figlio ciò che aveva subìto nelle carceri siriane: per pudore, paura di non essere compreso e per un'idea di protezione. Intima e tormentata l'esperienza di Shady, a cavallo tra due mondi, la Siria e l'Italia, in cerca di un'identità. Le loro voci si alternano capitolo dopo capitolo, e al racconto della Siria di cinquant'anni fa, di cosa ha significato dover scappare per salvarsi dal regime, si intreccia il presente di chi deve lasciare una nazione, l'Italia, dove sembra impossibile realizzare i propri sogni. A poco a poco, in un dialogo che diventa sempre più fitto, emerge la consapevolezza che si può essere allo stesso tempo stranieri ovunque e sentirsi a casa nel mondo. 'Perché si scappa, e perché noi due ci abbiamo messo tanto tempo a raccontarcelo? Perché, per anni, non abbiamo trovato le parole, io per chiedere le cose giuste, e mio padre per raccontare la propria storia? La guerra è stata l'evento che ha aperto una por¬ta chiusa da anni, come in un gioco di specchi, in cui le nostre immagini hanno cominciato a riflettersi l'una nell'altra. La Siria era qualcosa che riguardava entrambi.'

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Un padre e un figlio


Anni fa non avrei mai pensato di scrivere un libro insieme a mio padre. Come sarebbe stato possibile per un padre e un figlio che si parlavano poco, con molta cautela, limitando il dialogo all’indispensabile, aggiungendo un pezzo ogni tanto, sempre con pudore e un briciolo di fatica? Ma le cose cambiano, la Storia le indirizza su percorsi inattesi, gli anni portano domande, fanno affiorare nomi, racconti, passato. La vita ha bisogno di punti fermi su cui gettare le basi del futuro.

Scrivere allora può diventare un gesto simile a quello del parlarsi, più facile e più complicato al tempo stesso.

Più facile perché la scrittura chiede riflessione e tempo che aiutano a trovare le parole migliori; più complicato perché mettere sé stessi sulla carta vuol dire affidarsi a qualcosa che rimarrà, che viene letto e giudicato da altre persone. Non ci si può tirare indietro, né trincerarsi dietro imbarazzi o silenzi di circostanza.

Quando abbiamo iniziato a scrivere questo libro ci sarebbe piaciuto fosse un testo sul ritorno in Siria, ma non poteva esserlo per un semplice motivo: il ritorno ai luoghi delle nostre origini non ci sarà mai. In tutti questi anni, ognuno di noi in modo diverso, ha vissuto piuttosto un allontanamento costante. Per difendersi, per scelta, per necessità e perché era impossibile fare altrimenti nonostante la volontà spingesse in un’altra direzione. Insomma, uno di noi si era allontanato per salvarsi perché cacciato, l’altro avrebbe voluto tornare ma non era desiderato.

Questo viaggio, per noi è cominciato idealmente con La felicità araba, che ho scritto nel 2013, in cui raccontavo la storia della nostra famiglia e della Rivoluzione siriana. Si parlava di Primavere arabe, di coraggio e di come tutte quelle speranze si sarebbero dovute trasformare in qualcosa di duraturo. In libertà.

In quelle pagine è conservato il racconto delle storie di chi ci aveva preceduto, tracciando una linea immaginaria che aveva il suo inizio a Talkalakh, un piccolo paesino arroccato sulle colline al confine con il Libano, e si concludeva sulle tracce di un giovane Mohamed che, nel 1968, aveva lasciato alle spalle il proprio Paese in quello che era un “viaggio verso l’ignoto”, rihlat ’ila al majhul, si dice in arabo.

Sotto questo titolo, in casa nostra a Sesto San Giovanni sono conservate decine e decine di pagine e appunti scritti in arabo, in una cartellina tenuta prima in un comodino e poi riposta in una valigia, come se quei fogli dovessero partire anche loro. Sono testi a volte lineari, a volte più confusi, nei quali si tenta di dare una data, un luogo e un nome a memorie che ogni giorno diventano sempre più sfocate.

Questi fogli sono nati quando era solo uno di noi due, mio padre, a metterli insieme, e mi piace pensare che avessero bisogno di entrambi per essere finalmente ripresi in mano e completati, nonostante la vita che raccontavano fosse avventurosa come e più di un film, fatta di fughe, partenze, cambi di identità… Ma non sono solo le storie a rendere possibili i libri, sono gli incontri che li fanno nascere, e l’incontro più forte è quello che lega un padre e un figlio.

Rihlat ’ila al majhul aspettava che arrivassi anch’io per uscire dalla valigia.

Con il secondo libro, Esilio dalla Siria uscito nel 2016, ho guardato e cercato di decifrare il presente, attraverso un’esperienza politica e culturale che partiva da Milano e arrivava a Beirut. Una sorta di diario di un navigante lanciato in un mare tempestoso in lotta come Don Chisciotte contro l’indifferenza che sentiva attorno a sé.

In un mondo sempre più tecnologico, in cui le persone sembravano perennemente collegate l’una all’altra, il livello di empatia per altri esseri umani non era cresciuto di pari passo a quello delle connessioni internet.

L’opinione pubblica aveva reagito con interesse alle Primavere arabe e poi alla guerra sanguinaria in Siria, ma l’attenzione, altissima (o apparentemente tale) prima, era scemata nel giro di pochi mesi. Intanto a Damasco, Homs, Aleppo e in ogni angolo della Siria le cose erano precipitate, ma tutti ormai pensavano ad altro, mentre i siriani sparpagliati per il mondo provavano invano a tenere accesa la fiammella dell’attenzione pubblica.

L’esperienza di quel libro, e soprattutto quello che è successo dopo, ha cambiato molte cose e ha cambiato anche noi due, ed è a questo punto che abbiamo capito che il libro da scrivere, il tassello finale della trilogia della famiglia Hamadi, non poteva essere, come speravamo, un libro dedicato al “ritorno”, ma un libro dedicato al “ritrovarci”, al “capirci”. Non un testo sulla Siria del futuro che non sappiamo se ci riguarderà ancora, ma un libro di un padre e di un figlio che, alla morte prematura di Grazia, mia madre e sua moglie, si ritrovano a essere l’uno la famiglia dell’altro. Ci sono cose da recuperare e c’è un vuoto da colmare che ci siamo lasciati alle spalle nel nostro rapporto.

La guerra in Siria è stata l’evento che ha riaperto una porta chiusa da anni, come in un gioco di specchi, in cui le nostre immagini hanno cominciato a riflettersi l’una nell’altra nel momento in cui si parlavano, per la prima volta. Con stupore abbiamo scoperto che le nostre esistenze, seppur distanti per molti aspetti, avevano parecchio in comune e questo era possibile grazie a quella impronta siriana comune e alla sua inevitabile ombra, l’esilio, che in modo diverso riguardava entrambi.

Guardandoci, abbiamo visto più cose che ci accomunavano di quante ci avevano tenuti in silenzio a lungo.

Mio padre, negli anni Settanta aveva vissuto l’esperienza dell’immigrazione per cause politiche, io, cinquant’anni dopo, l’avevo affrontata per motivi economici.

Per mio padre la Siria non era più nostalgia, ma si era trasformata nell’immagine del proprio dolore; per me invece era un desiderio prepotente: varcare quel confine per ritrovare me stesso.

Mio padre aveva convissuto serenamente con le molte culture che aveva attraversato, io volevo conoscerle tutte in modo quasi bulimico per appropriarmi in modo chiaro della mia vera identità.

Mio padre aveva creduto nel suo ruolo sociale e politico in Italia e aveva seguito quel desiderio fino a rimanerne deluso, io avevo cercato lo stesso ruolo e la stessa spinta ideale, ma non c’era uno spazio capace di accogliermi e la disillusione aveva avuto il sopravvento.

Più ci parlavamo, più a emergere erano le tante somiglianze tra noi.

Scrivendo questo testo ci siamo confrontati a lungo sull’idea e sul significato di spostarsi e di dover scappare, perché è uno dei fenomeni più tragici del nostro tempo, ed è anche qualcosa che ci tocca nel profondo. Non è facile andarsene, non lo è mai. Ti guardi attorno, fai le valigie, porti via poche cose per viaggiare leggero. Ti imprimi negli occhi i volti delle persone care perché non sai quando le rivedrai.

Ricordiamo sempre la storia di un nostro parente rifugiato in Libano poi emigrato in Germania. Un giorno era andato in un grande magazzino che vendeva abbigliamento e aveva chiesto al commesso di dargli il giubbotto più pesante che avesse: «Dammene uno come se dovessi andare in Russia!» e aveva sorriso. Il giovane commesso aveva sorriso a sua volta, non capendo bene quella frase lasciata cadere in modo un po’ assurdo nel discorso.

Tre giorni dopo quel parente sarebbe volato in Turchia e da una città affacciata sul Mediterraneo avrebbe affrontato il viaggio verso le isole greche, in compagnia di altri uomini e donne sconosciuti, per poi completare la fuga, a volte a piedi, dalla Grecia fino ai Balcani. Quel giubbotto per la Russia era ciò che si portava contro il freddo dell’inverno, nel suo viaggio verso un Paese nuovo da cui ricominciare.

Ma perché si scappa, e perché noi due ci abbiamo messo tanto tempo a raccontarcelo? Perché, per anni, non abbiamo trovato le parole, io per chiedere le cose giuste, e mio padre per raccontare la propria storia?

Abbiamo provato a capirlo e qui vogliamo farlo usando le parole di Mazen al-Hummada, ex carcerato siriano, che ha girato l’Europa per raccontare la sua storia.

Un giorno il capo del carcere fa visita alle celle: «Quando tocca alla nostra tutti si alzano, io no: non riuscivo a mettermi dritto a causa delle ferite e dei dolori della tortura» racconta Mazen. L’ufficiale lo guarda, gli chiede perché non si è messo sull’attenti come gli altri detenuti in segno di rispetto. «Gli ho risposto che ero ferito a causa delle botte, delle bastonate. Non lo avessi mai fatto.»

E continua: «Mi spedirono all’ospedale militare di Damasco, sezione 601: un orrore». Legati al letto, i pazienti sono costantemente in balia delle guardie e dei medici che «facevano iniezioni mirando a caso. Le siringhe ci venivano conficcate con forza. Nessuno mi chiamava con il mio nome, ma solo numero 1858». Ogni prigioniero perde il proprio nome e diventa un numero. Questo per non rivelare l’identità della persona neanche alle altre sezioni dei servizi segreti che lavorano a compartimenti stagni. «La mia vita precedente sembrava distante anni luce.»

Mazen era un ingegnere petrolifero che lavorava per una compagnia d’estrazione francese che aveva appalti a Deir...



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