E-Book, Italienisch, 133 Seiten
Reihe: Figure
Han Filosofia del buddhismo zen
1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-7452-718-2
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 133 Seiten
Reihe: Figure
ISBN: 978-88-7452-718-2
Verlag: Nottetempo
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'L'interesse filosofico e politico di quest'opera consiste nella necessità di rifondare il soggetto e di approntare nuove terapie del sé nell'ambito di un pensiero che appare a volte troppo istituzionalistico.'Sebastiano Maffettone, Il sole 24 ore In Filosofia del buddhismo zen, Byung-Chul Han intende mostrare, attraverso il confronto con la tradizione filosofica occidentale, le peculiarità e soprattutto il potenziale filosofico del buddhismo zen. Il metodo comparativo, unito alla volontà di introdurre ai fondamenti del pensiero dell'Estremo Oriente, permette un confronto autenticamente filosofico anche su un oggetto che non implica alcuna filosofia in senso stretto. Lo scopo è quello di 'filosofare su' e 'con' il buddhismo zen, per superare lo scetticismo tipicamente orientale nei confronti della conoscenza concettuale, portando alla luce la forza insita nell'uso del silenzio e nel linguaggio enigmatico. Da Platone a Nietzsche, da Heidegger a Leibniz, Byung-Chul Han fa dialogare sapientemente modelli di pensiero occidentali e cultura orientale, affidando alla comparazione il compito di far emergere l'autentico significato filosofico del buddhismo zen.
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Religione senza Dio
| Il grande Buddha |
| non fa che sonnecchiare |
| nel giorno di primavera. |
| Shiki |
In un corso di lezioni sulla filosofia della religione, Hegel osserva che l’oggetto della religione sarebbe “Dio e soltanto Dio”1. Neanche il buddhismo costituisce un’eccezione. Cosí Hegel semplicemente equipara il centrale concetto buddhista di “nulla” a Dio:
Il nulla e il non-essere è la realtà ultima e suprema. Solo il nulla ha vera autonomia, tutta la restante realtà, tutto il particolare non ne ha alcuna. Dal nulla è scaturito il tutto, il tutto ritorna nel nulla. Il nulla è l’Uno, l’inizio e la fine di tutto. […] Di primo acchito non può non colpire il fatto che l’uomo pensi Dio come nulla; la cosa non può non sembrare molto strana. Ma ad un esame piú attento, questa determinazione non significa altro che questo: Dio non è assolutamente niente di determinato, egli è l’indeterminato; non c’è alcuna determinazione, di qualsiasi genere, che si addica a Dio; egli è l’infinito. Infatti, quando diciamo: Dio è l’infinito, ciò significa: Dio è la negazione di tutto ciò che è particolare2.
Hegel interpreta dunque il buddhismo come una forma di teologia negativa. Il “nulla” esprime la negatività di Dio, il fatto che egli si sottrae a ogni determinazione positiva. Dopo questa problematica definizione del nulla buddhista, Hegel manifesta la sua sorpresa. Sebbene “Dio sia inteso come nulla, come essenza in generale”, egli “viene saputo pur sempre come quest’uomo immediato”. Ovvero il Buddha. “Che un uomo, con tutti i suoi bisogni, possa essere considerato dagli uomini come Dio, come colui che eternamente crea, preserva, produce il mondo”, ciò appare “come la cosa piú ripugnante, piú vergognosa, piú incredibile”. L’“assoluto” sarebbe personificato “nell’immediata finitezza dell’uomo”, e in questo Hegel vede una contraddizione: “Un uomo viene venerato e, come tale, egli è il Dio che assume forma individuale e si offre cosí alla venerazione”3. Il Buddha sarebbe la “sostanza” presente in un’“esistenza individuale”, che rappresenterebbe “la potenza, il dominio, la creazione e la conservazione del mondo, della natura e di tutte le cose”.
Nella sua interpretazione del buddhismo, Hegel opera in modo problematico con concetti onto-teologici come sostanza, essenza, Dio, potenza, dominio e creazione, ma nessuno di questi è pertinente al buddhismo. Il nulla buddhista è tutto meno che una “sostanza”. Non è né “essente in sé”, né “in sé riposante e persistente”. Piuttosto, è per cosí dire in sé vuoto. Non fugge la determinazione per ritirarsi nella sua interiorità infinita. Il nulla buddhista non può essere definito come quella “potenza sostanziale che governa il mondo e che fa sí che tutto nasca e divenga secondo una connessione razionale”4. Il nulla vuol significare invece che non c’è nulla che eserciti un dominio. Non si manifesta come un Signore. Da esso non scaturisce alcun “dominio” né alcuna “potenza”. Il Buddha non rappresenta nulla, e neppure incarna la sostanza infinita presente in una singolarità individuale. Hegel avviluppa in modo inammissibile il nulla buddhista in rapporti rappresentativi e causali. Il suo pensiero, orientato com’è da concetti quali “sostanza” e “soggetto”, non è in grado di comprendere il nulla buddhista.
A Hegel sarebbe apparso alquanto bizzarro questo koan tratto dal Bi-yän-lu: “Un monaco domandò a Dung-schan: che cos’è Buddha? Dung-schan rispose: tre libbre di lino”5. Altrettanto sconcertante sarebbe stato ai suoi occhi questo passo di Dogen: “Quando vi parlo del Buddha voi credete che questo Buddha debba possedere particolari segni caratteristici del corpo e un’aureola radiosa. Se vi dico: il Buddha è cocci di tegole e ciottoli, allora vi mostrate stupiti”6. Riguardo a queste espressioni zen Hegel avrebbe forse affermato che nel buddhismo zen Dio non si manifesterebbe nella figura di un individuo, ma “turbinerebbe” incosciente attraverso innumerevoli cose. In tal modo, per Hegel, il buddhismo zen rappresenterebbe una ricaduta rispetto al buddhismo comune, il cui “progresso” nei confronti della religione della “fantasia” consiste nel fatto che l’“incontinente ebbrezza” di Dio è ora “acquietata”, e che dal “selvaggio e sfrenato disgregarsi” Dio è “ritornato” “in sé e nell’unità essenziale”. Il buddhismo è per Hegel una “religione dell’essere-in sé”. Qui Dio si raccoglie nella sua interiorità. La “relazione con l’altro” è dunque “recisa”. Invece, alla religione della “fantasia” manca questo raccoglimento. L’“Uno” non è lí presso di sé. Difatti “turbina”. Nel buddhismo Dio non è piú disseminato in innumerevoli cose: “In confronto con il livello precedente si è passati dalla personificazione che si disgrega fantasticamente in una quantità innumerevole di figure a una personificazione che è ben conchiusa e presente”7. Questo Dio in sé raccolto si manifesta “in una concentrazione individuale”, cioè nella figura di un individuo umano chiamato Buddha.
Anche l’interpretazione hegeliana della meditazione buddhista non coglie la disposizione spirituale del buddhismo. Secondo Hegel, nell’assorbimento meditativo viene perseguito il “silenzio dell’essere-in sé”. Si rientra “in sé” recidendo ogni “relazione con l’altro”. Cosí la “meditazione” è uno “sforzarsi dentro di sé”8, un “ritirarsi in-sé”9. Hegel parla perfino di un “succhiare se stesso”10. In tal modo è possibile raggiungere la pura, assoluta interiorità dell’essere-presso-di sé, libera da ogni alterità. Si sprofonda in quell’“astratto pensiero in sé” che, come “sostanzialità operosa”, è elemento costitutivo della “creazione e conservazione del mondo”. La “santità dell’uomo” consiste di conseguenza nel fatto “che in questo annullamento, in questo tacere, egli si è unito con Dio, col nulla, con l’assoluto”11. In questa condizione di “nirvana” l’uomo, secondo Hegel, “non è piú sottomesso al peso, alla malattia, alla vecchiaia”: “egli deve essere considerato come Dio stesso, è diventato Buddha”. Nel “nirvana” viene dunque raggiunta una condizione d’infinitezza e d’immortalità che costituisce un’assoluta libertà. Hegel rappresenta cosí questa libertà:
Il pensiero della libertà consiste appunto nel fatto che l’uomo, pensando, è nella sua libertà presso se stesso; quindi egli è assolutamente autonomo; non c’è qualcos’altro che possa far irruzione nella sua libertà – egli si relaziona solo con se stesso, e non c’è qualcos’altro che possa farsi valere in lui. Questa uguaglianza con me stesso, l’io, questo essente presso se stesso, vero infinito, questo, si dice poi da questo punto di vista, è veramente immortale, non è soggetto ad alcun mutamento; esso è l’immutabile, ciò che è solo in-sé e si muove solo in-sé12.
L’infinito, in quanto libertà, consiste quindi in una pura interiorità che non si lascia coinvolgere in alcuna esteriorità, in alcuna alterità. In questo assorbimento meditativo nel puro pensiero l’uomo è interamente presso di sé, si rapporta solo a se stesso, incontra solo se stesso. Nessuna esteriorità disturba la sua egocentrica contemplazione. Questa pura “interiorità” dell’“io” contraddistingue il dio del buddhismo hegeliano. Si mostrerà in seguito come il nulla buddhista rappresenti una dimensione opposta a quella dell’interiorità.
In tutte le religioni superiori, e in particolare in quella cristiana, Dio è, secondo Hegel, non solo una “sostanza”, ma anche un “soggetto”. Allo stesso modo dell’uomo, Dio deve essere pensato come un soggetto, come una persona. Al nulla buddhista manca, secondo Hegel, la soggettività, ovvero la personalità. Come il dio indiano, esso non è “l’Unico, l’Uno” (der Eine), bensí “l’uno” (das Eine)13. Non è ancora un Egli, non è ancora un Signore14. A esso manca la “soggettività esclusiva”15. Non è ancora cosí esclusivo come il Dio ebraico. Alla mancanza di soggettività si “supplisce” con la figura del Buddha: l’“assoluto” viene personificato e “venerato” in un finito individuo empirico. Ai nostri occhi, cosí leggiamo in Hegel, il fatto che un uomo finito sia considerato Dio appare “come la cosa piú ripugnante, piú vergognosa, piú incredibile”. Per Hegel è una contraddizione che l’“assoluto” venga rappresentato nella figura di un individuo finito. Questa contraddizione scaturisce però dalla sua fallace interpretazione del buddhismo. Hegel, infatti, proietta sul buddhismo la religione cristiana proclamata religione compiuta, per la quale è costitutiva la figura della persona, e in questo modo fa apparire il buddhismo come manchevole. Ma cosí non coglie la radicale alterità della religione buddhista. Per Hegel sarebbe del tutto incomprensibile l’invito del maestro zen Linji a uccidere il Buddha: “Se incontrate il Buddha, uccidete il Buddha […]. Cosí finalmente raggiungete la liberazione, non diventate piú schiavi delle cose e attraversate tutto liberamente”16.
Che al nulla buddhista faccia...




