E-Book, Italienisch, 299 Seiten
Reihe: Narrativa
Henriksen Il lungo inverno di Dan Kaspersen
1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-7091-998-1
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 299 Seiten
Reihe: Narrativa
ISBN: 978-88-7091-998-1
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
È quasi Natale e la campagna norvegese è nella morsa del gelo. Il trentasettenne Dan Kaspersen, dopo due anni di carcere per contrabbando di stupefacenti, torna alla fattoria in cui è cresciuto, ormai disabitata: i genitori sono morti da anni e ad accoglierlo c'è la notizia dell'inspiegabile suicidio di Jakob, amato fratello minore tanto soddisfatto della sua monotona vita rurale quanto Dan è sempre stato incline a fughe che non lo hanno mai portato a capo di nulla. Travolto dal senso di colpa per non aver impedito la sua morte, Dan si ritrova per giunta l'unico sospettato di un pestaggio appena avvenuto in paese, quello del ricco e rispettabile Oscar Thrane, nonno del molto meno rispettabile Kristian che due anni prima aveva progettato l'operazione di contrabbando e poi se l'era cavata addossando tutte le responsabilità a Dan. In una situazione che aggiunge al dolore della perdita l'ostilità dell'ispettore Rasmussen da una parte e le prepotenze di Kristian dall'altra, la tentazione è di fare come sempre: andarsene. Ma a confondere i piani sarà la solida, bella e benigna Mona Steinmyra, che gli istillerà il coraggio di fare i conti con la sua vita e le sue radici. Con una trama che intreccia l'indagine poliziesca alla ricerca interiore, Levi Henriksen dà voce a incandescenze esistenziali sullo sfondo di potenti paesaggi innevati, accosta al tormentato scavo psicologico l'umoristica leggerezza di un personaggio campione di vitalità, il vecchio zio Rein, e mescola i versi di canzoni pop con i sereni ricordi del piccolo Dan nella comunità pentecostale, trovando un felice equilibrio tra crudezza e soavità per raccontare la fragilità e insieme la forza dell'umano.
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2
Per la prima volta dopo quasi due anni, Dan si svegliò nella casa dei suoi. Non riusciva a considerarla diversamente, anche se lui, e a maggior ragione Jakob, ci avevano vissuto di più da soli che con i genitori. Le camere dei fratelli erano al piano di sopra, ma quella prima notte Dan si era messo a dormire in soggiorno, voleva essere circondato da un bel po’ di spazio. La bottiglia di vodka Koskenkorva era sul tavolo davanti a lui, ma non aveva avuto la forza di svitare il tappo. Aveva guardato la tv e, quando il viso di suo fratello si era fatto confuso, si era rannicchiato sul divano sotto una coperta.
Per prima cosa aveva ispezionato tutta la casa. I posti più ovvi, ma anche quelli che lui e suo fratello usavano quando volevano nascondere qualcosa ai genitori. Il cassetto del comodino, la scatola coi soldi nel comò, l’asse del pavimento allentata sotto il letto, la copertina del primo album dei Ramones. Non trovò nulla che potesse spiegargli come mai, una notte di un martedì come tanti, suo fratello fosse sceso in cantina, avesse attaccato un imbuto all’estremità della canna del giardino e poi avesse usato quasi tutto un rotolo di nastro adesivo per fissare quel boccaglio improvvisato al tubo di scappamento.
Dan si chiese se Jakob avesse agito di fretta o lavorato con la stessa lenta metodicità che lo infastidiva tutte le volte che dovevano fare qualcosa insieme. Già, la cantina, gelida e buia. Quand’erano piccoli, a suo fratello non piaceva andarci, perché credeva che là sotto ci fosse un varco che conduceva a Erode, Saulo, Giuda Iscariota e tutti gli altri cattivi della Bibbia. Quegli uomini malvagi che ogni domenica la madre attaccava alla lavagna di feltro. A volte, con la promessa di una bibita o di una tavoletta di cioccolato, riusciva però ad attirare il fratello giù per le scale. Non sapeva perché, ma quando spegneva la luce e Jakob si metteva a urlare, sentiva in petto una specie di effervescenza. Aveva l’impressione di essere coraggioso, invincibile, di avere il controllo di tutto. Ora, alzandosi dal divano, si chiese se a Jakob fosse mai venuto in mente che era lui – più spesso che no – a spegnere la luce, che era lui ad avere il controllo della situazione.
In casa faceva freddo, in cucina c’erano appena tredici gradi, così accese le due stufe a legna del pianterreno. Aveva dormito da schifo, ma ciononostante non aveva chiuso la porta che dava sul corridoio. Non sopportava di stare in una stanza con le porte chiuse.
Fumando avvolto nella coperta, si riempì un bicchiere d’acqua dal rubinetto. Nel termometro fuori dalla finestra il mercurio era sceso fino a quindici sotto zero, mentre i resti del falò in cortile continuavano a crepitare. Avrebbe voluto essere lì con le valigie già fatte e un biglietto in mano. Non importava per dove, gli sarebbe bastato andare via, in un posto caldo. Per mesi, in galera, aveva sognato una finestra da cui guardare fuori, qualcosa che gli tenesse occupato lo sguardo. Ora aveva i campi sotto casa, ma il panorama era sopravvalutato. Che poteva farsene, ormai?
Quasi non riusciva a guardare dall’altra parte del cortile senza che gli venissero le vertigini. E se avesse chiamato suo fratello il giorno stesso che era uscito, se fosse andato da lui subito? Le coincidenze, il destino, saranno sempre parte della vita, ma non riusciva a immaginarselo Jakob che si introduceva nella Hiace mentre lui era lì in quella stessa casa, a dormire. Non poteva credere che suo fratello avrebbe infilato il tubo nell’abitacolo, chiuso i finestrini e acceso il motore. Non il fratello che conosceva, non quello che non andava mai a dormire prima di aver detto buonanotte.
Dan andò al telefono e chiamò il quotidiano locale. Dettò l’annuncio che aveva preparato. Non sopportava più la vista della Hiace in cortile, e si era appena accordato per far pubblicare l’annuncio tre volte quando bussarono alla porta. La radio a transistor sul davanzale, ronzando, trasmetteva vecchi successi pop svedesi, e Dan non aveva sentito arrivare nessuno, non aveva notato nessun’auto. Ora però vide una Volvo bianca, anche se quasi si confondeva con i cumuli di neve in cortile. Per come era parcheggiata bloccava sia la Hiace sia la station wagon. Dan non ricordava di conoscere nessuno con una macchina del genere.
Aprì la porta e fece d’impulso un passo indietro quando Rasmussen ne fece due in avanti. Alle sue spalle c’era un agente in uniforme che Dan non aveva mai visto.
«Jan Kaspersen?» chiese Rasmussen con la sua voce tipicamente rauca, regalo di un tizio di Kongsvinger che, opponendo resistenza all’arresto, lo aveva colpito al pomo d’Adamo con un cric.
Dan lanciò un’occhiata verso il limitare del bosco. Gli strati di cielo bianchi sopra le colline gli restituirono uno sguardo cieco. Durante la giornata la temperatura sarebbe scesa di un altro paio di gradi.
«Sì, quasi… Dan, come l’ultima volta, non Jan. Comunque potevate risparmiarvi il disturbo. Lo sceriffo è già passato a farmi la ramanzina.»
Dan uscì sui gradini e si chiuse la porta alle spalle. Restò di nuovo colpito dagli occhi di Rasmussen. Avevano lo stesso colore di quelli di un husky siberiano, ed erano sempre un po’ sbarrati, come se l’ispettore avesse problemi a mettere a fuoco.
«Vorremmo che ci seguissi in centrale», disse Rasmussen, e l’agente alle sue spalle fece un passo avanti, così si trovarono fianco a fianco in cima ai gradini.
Dan inspirò il nuovo giorno, lo trattenne nei polmoni provando un desiderio improvviso di restarsene al tavolo della cucina, di avere mille posti in cui andare ma nessuna fretta di arrivarci.
«È proprio necessario? Non potete dirmi subito quel che dovete dirmi?» chiese, lasciando che l’aria gli uscisse sibilando tra i denti. Sentì una fitta a un molare e cercò di ricordare l’ultima volta che era stato dal dentista.
«Preferiremmo che venissi con noi», disse Rasmussen, stavolta senza dare adito a discussioni.
Dan alzò le spalle. Si domandò se fosse meglio rifiutarsi, ammesso che potesse farlo. Però conosceva Rasmussen, sapeva che gli dava una certa soddisfazione ficcare il piede nelle porte prima che venissero richiuse, sapeva che godeva nel vedere gli altri saltare quando diceva «salta». Allora tanto valeva andare volontariamente. Riaprì la porta e prese la giacca dall’attaccapanni all’ingresso. Suo padre aveva l’abitudine di segnare sullo stipite l’altezza sua e di Jakob. Il fratello a sinistra, lui a destra. Jakob aveva ridipinto il legno qualche anno prima, ma accostando il viso al listello Dan riusciva ancora a scorgere i solchi della matita da falegname, come anelli orizzontali nel legno. Da qualche parte aveva letto che i pipistrelli virano sempre a sinistra, quando escono dalle tane, e anche per lui e Jakob era sempre stato più o meno così. Schizzavano ciascuno in una direzione diversa, quando rientravano a casa di corsa. Ciascuno, con la sua cartella e la sua borsa della palestra, le scarpe da calcio e i pattini, percorreva il suo lato di corridoio. Ora restavano solo degli stivali da contadino, delle ciabatte e un paio di stivali da cowboy che Dan non aveva mai visto ai piedi di suo fratello.
«D’accordo, vediamo di sbrigarci», disse, si infilò la giacca e richiuse la porta sbattendola. Voleva farla finita in fretta coi rimproveri, e avere il resto della giornata per sé.
«Ti sei dimenticato di chiudere a chiave», disse Rasmussen.
«No, non mi sono dimenticato. Ma ultimamente ci sono così tanti sbirri in giro che mi sento al sicuro», disse, incamminandosi verso la station wagon in mezzo ai due poliziotti.
«Come vuoi. Meglio però se vieni in auto con noi», gli urlò dietro Rasmussen. Dan serrò i pugni nelle tasche, tanto forte che gli si tese tutto il corpo. Nulla sarebbe mai cambiato a Skogli, era ovvio. Ogni volta che fossero spariti una macchina o un portafogli, ogni volta che un ragazzo del paese si fosse risvegliato in un fosso in un giorno feriale, sarebbero venuti a bussare alla sua porta.
Dan si fermò e si voltò verso la Volvo bianca, chiedendosi quanto potesse valere la fattoria.
«Stai provando a recuperare il tempo perduto?» chiese Rasmussen, tenendogli aperta la portiera prima di accomodarsi sul sedile del passeggero.
«Come?»
«Un po’ presto per il barbecue, non credi?» disse Rasmussen, indicando le costole carbonizzate dei maiali, abbandonate come falciatrici arrugginite in mezzo allo spiazzo. Il fumo quasi non si vedeva più, ma Dan percepiva ancora un sentore di bacon bruciato.
«Te le scrivi da solo le battute?» chiese Dan, pentendosi non appena vide l’occhiata di Rasmussen. «Tranquillo, ho solo bruciato delle carcasse di maiale.»
Rasmussen fece un cenno all’agente, che annotò qualcosa in un taccuino prima di girare la chiave.
Viaggiarono verso Kongsvinger in silenzio. Sopra le strade del centro erano già state appese le ghirlande e le campane di plastica, e i parcheggiatori con i gilet verde fosforescente dirigevano il traffico davanti al nuovo centro commerciale. Dan lanciò un’occhiata all’orologio. Le undici meno dieci. Scosse il capo. Mancavano ancora quindici giorni a Natale.
Si infilò una sigaretta tra le labbra, ma evitò di accenderla quando vide lo sguardo dell’agente attraversare lo specchietto retrovisore. Se l’accese solo dopo che furono arrivati e l’ebbero accompagnato per mezza centrale fino a una stanzetta senza finestre al piano di sopra. Anche l’ultima volta lo avevano interrogato lì. Rasmussen lo invitò con un cenno a sedersi a un lungo tavolo di ferro e lo lasciò da solo con l’agente. Quando tornò era in compagnia di...




