Hermes | Lou Reed | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 885 Seiten

Reihe: minimum fax musica

Hermes Lou Reed

Il re di New York
1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-3389-527-7
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Il re di New York

E-Book, Italienisch, 885 Seiten

Reihe: minimum fax musica

ISBN: 978-88-3389-527-7
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Nei suoi settant'anni di vita, e cinquanta di carriera, Lou Reed ha attraversato innumerevoli fasi contribuendo, con venticinque dischi, una serie di libri, collaborazioni cinematografiche e spettacoli teatrali, a trasformare il rock in una forma d'arte compiutamente adulta. Dagli esordi come paroliere all'incontro con Andy Warhol e alla nascita dei Velvet Underground; dall'amicizia-rivalità con David Bowie alle sperimentazioni dei secondi anni Settanta, in piena era punk, fino ai grandi album della maturità (The Blue Mask, New York, Magic and Loss) e al sodalizio sentimentale e artistico con Laurie Anderson, non esiste scena musicale che questo straordinario poeta e chitarrista non abbia contribuito a plasmare. Lavorando sugli archivi che la famiglia ha reso consultabili presso la New York Public Library, Will Hermes ha ricostruito nei minimi dettagli la vita di un uomo difficile e complesso, leggendario per le sfuriate, gli odi repentini, ma anche per la generosità e la passione riversata nella sua musica. E ne offre un ritratto che è un grande omaggio, senza ombra di piaggerie. Liberato dal mito oscuro che lo circondava, Lou Reed ci appare come una figura a tutto tondo, e come l'espressione più completa di un'epoca di inarrivabile creatività. La sua storia, capitolo dopo capitolo, si intreccia con la storia di New York, che di quell'epoca è stata il centro propulsore e che nessuno come lui è stato capace di cantare e celebrare.

/1960 scrive su Rolling Stone e collabora, tra gli altri, con New York Times e Pitchfork. Ha curato, insieme a Sia Michel, la raccolta speciale SPIN: 20 Years of Alternative Music.
Hermes Lou Reed jetzt bestellen!

Weitere Infos & Material



PREFAZIONE


Con me non c’è bisogno di scendere nei dettagli autobiografici, perché sono un autore e un musicista.1

Lou Reed a Jonathan Cott, 1989

Come molti autori, forse la maggior parte, Lou Reed non amava che si scrivesse di lui. Nella storia della popular music contemporanea, nessuno odiava le interviste più di lui. Una rapida ricerca su YouTube ci mostrerà un Lou Reed che sviscera con estrema freddezza vari intervistatori in situazioni che vanno dall’esilarante all’orripilante, a seconda dell’empatia che si prova nei confronti dei giornalisti. Agli aspiranti biografi non andava certo meglio: uno di questi costrinse Reed a inviare una lettera prestampata a decine di amici e colleghi chiedendo loro di non collaborare («La vita è già abbastanza difficile senza un Albert Goldman tra i piedi»,2 disse a proposito del controverso autore della biografia di John Lennon). E aveva ragione. Soprattutto se sei un artista che vive di fluidità e reinvenzione, perché ti dovrebbe far piacere essere incasellato nella storia raccontata da qualcun altro? Lou Reed voleva controllare la narrazione di sé.

Ciò non deve stupire, dato che oltre a essere uno dei musicisti più importanti del secolo scorso, era anche uno scrittore. Pubblicò sul il diario di un tour; scrisse un memoir per il , poesie per e altre riviste. Pubblicò interviste (per esempio quella allo scrittore Hubert Selby Jr.); era anche critico d’arte – scrisse un’analisi delle opere del fotografo Robert Frank, una recensione dell’album di Kanye West – e di eulogie, ad esempio di David Bowie e Delmore Schwartz. Da studente all’Università di Syracuse, seguì corsi di giornalismo e scrittura creativa e diresse una piccola rivista letteraria. Quando i Velvet Underground, che presto sarebbero diventati un gruppo leggendario, si sciolsero, provò a pubblicare un libro di poesie e pensò seriamente di cambiare mestiere e tornare alla carriera accademica. «Credo che non abbia mai fatto pace con l’idea di dover fare lo scrittore e non il musicista rock», commenta Don Fleming, curatore del Lou Reed Archive presso la New York Public Library for the Performing Arts.3

A volte però Reed finiva per diventare intimo con alcuni giornalisti e di sicuro trasse beneficio da tutti coloro che amavano il suo lavoro. A parte Bob Dylan e i Beatles, pochi autori sono stati oggetto di analisi così . Nella raccolta di saggi di Greil Marcus intitolata , Ellen Willis, una delle più importanti critiche culturali americane, ha compilato una playlist con le canzoni dei Velvet Underground che avrebbe portato con sé su un’isola deserta. Giornalisti di tutto il mondo hanno dichiarato la loro adorazione per Reed e i Velvet e si sono ispirati alla loro visione creativa. Alcuni di loro, come Lester Bangs e Peter Laughner, erano fan a livelli quasi patologici. In effetti le canzoni migliori di Reed, in perfetto equilibrio tra l’Es più sfrenato del rock’n’roll e il suo Super Io intellettuale, sono un invito a nozze per un certo tipo di sensibilità. Anche se era contrario all’interpretazione in chiave autobiografica, la sua musica era il prodotto di una vita borghese e convenzionale ma al tempo stesso incredibilmente trasgressiva. La sua musica risulta più profonda, e ancora più stimolante, se si conoscono le sue vicende personali. La mia carriera di scrittore si è sempre basata sulla convinzione che la miglior musica, «pop» o meno, dia vita a riflessioni e discussioni appaganti quanto quelle sulla miglior letteratura e sul miglior cinema. Anch’io, in un certo senso, sono figlio di Lou Reed. Ecco quindi il perché del libro che state leggendo.

Reed cominciò la sua carriera scrivendo canzoni d’amore, di solitudine e di persone imperfette, argomenti comuni del rock’n’roll rivolto a un pubblico di adolescenti, l’unico concepibile per quel tipo di musica negli anni Cinquanta e primi Sessanta. Ma le sue prime canzoni parlano anche di droga, violenza domestica, psicologia di genere, dipendenza, rapporti BDSM. Tutti argomenti radicali e rivoluzionari nel 1966, l’anno in cui il gruppo registrò il disco di debutto, . Quando oggi canzoni con argomenti analoghi entrano in classifica (ad esempio «S&M» di Rihanna e brani simili) è difficile immaginare quanto fosse inaudito all’epoca «il manifesto programmatico» di Reed: «prendere il rock’n’roll, il formato pop, e farlo diventare un genere per adulti. Con argomenti da adulti, scritto in modo che potessero ascoltarlo persone come me».4

Per gli standard dell’epoca, i Velvet non furono mai un gruppo di successo: non ebbero mai un singolo in classifica, negli Stati Uniti suonarono sempre in piccoli club, almeno fino alla reunion degli anni Novanta, e per un certo periodo i loro dischi andarono persino fuori catalogo. Erano un segreto condiviso da pochi e illuminati seguaci, oppure da altri artisti: interpretare una canzone di Lou Reed indica ancora oggi l’appartenenza a una corporazione di arti oscure all’avanguardia estetica. David Bowie, sempre in anticipo sui tempi, candidato al titolo di superfan per eccellenza di Lou Reed, batté sul tempo lo stesso Reed pubblicando una versione di «I’m Waiting for the Man» che aveva sentito grazie a una copia promozionale su acetato, prima ancora dell’uscita del disco di debutto dei Velvet. I R.E.M., grande gruppo di Athens, Georgia, fautore di un rinnovamento estetico del rock negli anni Ottanta che usava il catalogo dei Velvet come la stele di Rosetta, pubblicarono almeno tre cover di canzoni di Reed. I Cowboy Junkies fecero una versione di «Sweet Jane» all’altezza di quelle memorabili di Reed. Il gruppo hip-hop A Tribe Called Quest campionò la celebre linea di basso di quel mosaico picaresco che è «Walk on the Wild Side» per il loro singolo «Can I Kick It?», pietra miliare del primo hip-hop. Un album di cover di uscito nel 2021 ha visto la partecipazione di una generazione successiva di musicisti, da Courtney Barnett e St. Vincent a Sharon Van Etten e Kurt Vile.

Anche artisti provenienti da altre discipline si sono ispirati all’opera di Lou Reed. , la splendida raccolta di racconti del grande scrittore Denis Johnson, prende il titolo da «Heroin», una delle canzoni di Lou Reed dal testo più crudo ed emblematico. Le canzoni dei Velvet Underground fanno da colonna sonora all’iconico slide show di Nan Goldin, . I riferimenti alle canzoni di Reed sono parte integrante di , il memoir di Elizabeth Wurtzel, tanto che Reed si guadagnò un cammeo nella versione cinematografica del libro. Generazioni di cineasti, sceneggiatori, music supervisor e pubblicitari cresciuti con la sua musica l’hanno poi usata come scorciatoia emotiva per sonorizzare una vasta gamma di scenari: etero e queer, trasgressivi e non. Oltre a Todd Haynes (in , il film sul glam rock, c’è un personaggio basato su Reed, mentre il suo documentario sui Velvet Underground è stato, secondo le classifiche della critica, il migliore dell’anno 2021); c’è Danny Boyle (la scena dell’overdose in immortalata dalle note di «Perfect Day»); Joey Soloway con ; Wes Anderson con ; Gus Van Sant con ; Lena Dunham con la serie televisiva ; Sharon Horgan con ; Julian Schnabel, amico di Reed, con ; Jenji Kohan con la serie ; Wim Wenders con ; Noah Baumbach con ; Mike Mills con ; Judd Apatow con il documentario ; David Lynch con (in cui Lou Reed riprendeva «This Magic Moment» di Doc Pomus, in una versione graffiante e aggressiva); e molti altri. A più di mezzo secolo dalle sue prime canzoni, l’opera di Lou Reed occupa un posto fondamentale nel discorso culturale contemporaneo.

La musa per eccellenza di Lou Reed era New York con la sua bellezza selvaggia e cacofonica, le seduzioni, i pericoli e i milioni di storie. Al concerto che organizzò per i suoi cinquant’anni al Madison Square Garden nel 1997, David Bowie presentò Lou Reed – l’ospite più importante della serata – come il «re di New York». In effetti Lewis Allan Reed era l’incarnazione della scena artistica della New York del secondo dopoguerra. Si innamorò del rock’n’roll e del doo-wop newyorkese e registrò il primo singolo alla fine degli anni Cinquanta, mentre frequentava ancora le superiori. Al college studiò scrittura con il poeta modernista Delmore Schwartz, che divenne il suo primo mentore artistico e di cui non smise mai di tessere le lodi (nella prefazione a un’antologia di Schwartz del 2012, scriveva: «Oh Delmore, quanto mi manchi. Grazie a te ho iniziato a scrivere. Sei il più grande uomo che io abbia mai conosciuto»). Reed vide il quartetto di Ornette Coleman durante i leggendari concerti al Five Spot Café nel 1959 e ne fu profondamente colpito; nel suo programma alla radio del college, (dal titolo di un pezzo di Cecil Taylor), metteva brani del primo free jazz e fondò una rivista letteraria che prendeva il nome da «Lonely Woman» di Coleman, da lui spesso citato come il suo pezzo preferito in assoluto....



Ihre Fragen, Wünsche oder Anmerkungen
Vorname*
Nachname*
Ihre E-Mail-Adresse*
Kundennr.
Ihre Nachricht*
Lediglich mit * gekennzeichnete Felder sind Pflichtfelder.
Wenn Sie die im Kontaktformular eingegebenen Daten durch Klick auf den nachfolgenden Button übersenden, erklären Sie sich damit einverstanden, dass wir Ihr Angaben für die Beantwortung Ihrer Anfrage verwenden. Selbstverständlich werden Ihre Daten vertraulich behandelt und nicht an Dritte weitergegeben. Sie können der Verwendung Ihrer Daten jederzeit widersprechen. Das Datenhandling bei Sack Fachmedien erklären wir Ihnen in unserer Datenschutzerklärung.