E-Book, Italienisch, 561 Seiten
Hoare Leviatano
1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-5981-335-0
Verlag: Il Saggiatore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
o la Balena
E-Book, Italienisch, 561 Seiten
ISBN: 979-12-5981-335-0
Verlag: Il Saggiatore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Nei racconti biblici il leviatano è la forma terrena della mostruosità più assoluta e contorta. Abitante degli abissi, gigante che scivola silenzioso tra le immensità oceaniche, espressione della ferocia più inconsapevole, capace di inghiottire senza accorgersene navi e profeti, marinai e burattini, la balena - come oggi siamo soliti chiamare questa creatura - sin dall'alba dei tempi ha nuotato nelle nostre fantasie terrorizzandoci e affascinandoci come bambini. In queste pagine Philip Hoare insegue il misto di desiderio e avventura che questi grandi cetacei hanno incarnato nella storia e nella letteratura per andare a caccia di qualcosa di ancora più vasto del loro corpo sterminato: il loro mito. Saltando dal ricordo personale di un'immersione subacquea allo scheletro sul soffitto del Natural History Museum di Londra, dal porto commerciale di New Bedford a quello letterario di Nantucket, Hoare attraversa come un flâneur acquatico la scienza e la cultura, le incisioni e i fumetti, i reportage di viaggio e i romanzi per comprendere le ragioni profonde di un'ossessione che ha accomunato marinai, biologi e scrittori. Guidati dalla sua prosa veniamo così trasportati dai tempi in cui le balene erano «fabbriche di strane sostanze e umane fortune», usate per costruire corde di racchette, corsetti per signore e tasti di pianoforte, a un presente in cui sono minacciate dall'estinzione; dall'epoca in cui il loro olio era simbolo di ricchezza e potere a quella in cui le loro silhouette campeggiano sulle insegne delle friggitorie. Leviatano è un'opera che sfida in ambizione l'enormità del suo oggetto, muovendosi al di là di ogni confine saggistico e narrativo per cercare di raccontare un animale inesauribile e meraviglioso: il folle tentativo umano di trattenere la sua sconvolgente bianchezza con l'inchiostro di cui sono fatte le parole.
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Prologo
Mi hai gettato nell’abisso, nel cuore del mare,
e le correnti mi hanno circondato;
tutti i tuoi flutti e le tue onde
sopra di me sono passati.
Giona 2,4
C’è mancato poco che nascessi sott’acqua, forse è questo il motivo.
Uno o due giorni prima del termine della gravidanza i miei genitori erano in gita a Portsmouth, e la visita prevedeva anche l’entrata in un sottomarino. Mentre scendeva la scaletta, mamma fu presa dalle doglie. In un primo tempo sembrava che dovessi fare il mio ingresso nel mondo sotto il pelo dell’acqua, ma poi il parto avvenne a casa nostra, a Southampton, in una villetta vittoriana con una grande scala a più rampe di teak brunito e con i campanelli per chiamare la servitù ancora al loro posto.
L’acqua fonda mi ha sempre fatto paura. Non ero un bimbo facilmente impressionabile, eppure persino il bagnetto era per me un’esperienza angosciosa: mi tornavano in mente le storie di mamma bambina e del nonno che aveva dipinto una balena sulla vecchia vasca da bagno smaltata. Quell’immagine si frammischiava ad altre paurose e affascinanti che popolavano la mia infanzia, pronte a uscire allo scoperto come il calamaro gigante che nel film Ventimila leghe sotto i mari attacca il Nautilus, a sua volta simile a un colossale insetto. E c’erano anche i riccioli biondi e scomposti di Kirk Douglas, stretto nella maglia a strisce orizzontali, e i sommozzatori futuristici che camminavano sul fondo del mare con la stessa facilità con cui avrebbero passeggiato sulla spiaggia.
Il mio giocattolo preferito nelle uscite al mare era proprio un palombaro di plastica grigia con un tubicino rosso attaccato. Lo buttavo in acqua e poi soffiando nel tubo lo facevo riemergere, godendo della scia di bollicine argentate che si lasciava dietro. Mi sembrava molto simile alle illustrazioni di quegli avventurosi ottocenteschi che esploravano il mare in scafandri di gomma, la faccia nascosta da un gran casco metallico e i piedi calzati in scarpe di piombo. Nella mia enciclopedia per ragazzi avevo letto la storia della batisfera, un contenitore pressurizzato simile a un polmone d’acciaio dentro al quale gli esploratori si erano calati nella Fossa delle Marianne. Lì avevano scoperto strani pesci trasparenti che adescavano le prede con escrescenze luminose piazzate di fronte a fauci spalancate e demoniache. Questi mostri mi terrorizzavano, al punto da evitare di toccare le pagine dell’enciclopedia su cui erano stampati: le giravo con cautela tenendole per un angolo.
La piscina comunale di Southampton, con il tetto in verdigris e le grandi vetrate, era invece un luogo di torture e pubbliche umiliazioni. Una volta alla settimana ci andavamo con la scuola. Lì, spogliati, con la pelle d’oca e, nei più grandi, un’incipiente peluria scura, ce ne stavamo tremanti in costumini informi, a piedi scalzi sul pavimento bagnato, che mi dicevano essere veicolo di ogni sorta di malattie. Nella grande sala rimbombavano gli ordini del nostro professore di ginnastica, un uomo dai capelli crespi che soffiava imperioso in un fischietto tenuto attorno al collo. Il pallido sole invernale creava riflessi sul soffitto e sembrava prendersi gioco di noi.
Entrati in acqua, dovevamo per prima cosa aggrapparci al bordo e battere le gambe. Le dita intirizzite strette ben salde al cordolo, mi dimenavo avvolto da una gran schiuma bianca, che mi sembrava proporzionale allo sforzo, anche se era solo uno stratagemma per mascherare la goffaggine. Poi prendevamo una tavoletta di polistirolo, smangiata agli angoli come una fetta di pane secco, con cui avremmo dovuto lanciarci e conquistare il lato opposto della piscina. La meta mi sembrava distante quanto l’Australia e la probabilità di riuscirci, ottenendo così il premio ambito (un cordoncino da cucire sul costume), uguale a quella di vincere una medaglia olimpica.
Non imparai a nuotare. Le urla del professore e la paura di annegare finendo a far compagnia alle piastrelle del fondo, piene di cerotti e pallottole di peli, formavano una barriera insormontabile. Il nuoto non era un’attività piacevole, ma qualcosa che mi faceva venire in mente collegi, ospedali, il servizio militare, partire per la guerra. Era un obbligo, un’imposizione sgradita. In spiaggia con gli amici cercavo mille scuse per non entrare in acqua, in genere fingevo di avere il raffreddore. Per tutta l’adolescenza ho vissuto con questo handicap, che con perverso piacere consideravo invece un punto di forza.
Attorno ai venticinque anni, quando vivevo da solo a Londra, decisi finalmente che avrei imparato a nuotare. Nella fredda piscina dell’East End, costruita fra le due guerre, scoprii che l’acqua mi sosteneva. Cosa mi ero perso! La sensazione di galleggiamento era bella in sé. Stare a galla non era uno sforzo fisico, ma un abbandonarsi, un lasciare che un altro elemento si accorgesse della mia presenza nel mondo. Mi sentivo allo stesso tempo unito e separato. Stavo in un certo senso reinventandomi, affrontando consciamente le mie paure.
Per Algernon Swinburne, il poeta, il mare era simile a un peccato carnale. Lo si vede nel suo unico romanzo Lesbia Brandon, ambientato sull’isola di Wight, nella casa dove aveva trascorso l’infanzia, affacciata sulle scenografiche scogliere della costa meridionale con vista sulla Manica. Il protagonista del libro (che fu pubblicato solo nel 1950, quarant’anni dopo la morte dell’autore) è il giovane Herbert, che lentamente si innamora delle acque marine: «I rumori del mare risuonavano in lui, ne respirava i venti e ne riverberava le luci. La lontananza dal mare gli provocava il mal di terra, la prossimità lo faceva sentire due volte vivo». Herbert sfida la tempesta «come un giovane animale marino […] stretto contro il petto dolce e furente delle onde, e ricerca il loro rude abbraccio; la loro lotta somiglia a quella degli amanti».
Swinburne era figlio di un ufficiale di marina e aveva a disposizione una bella spiaggia sotto casa. Io sono cresciuto a poca distanza da lì, oltre il braccio di mare che separa l’isola dalla terraferma, in una zona portuale piena di moli, gru e magazzini. Mio padre lavorava lì vicino, in una fabbrica dove si producevano cavi per telecomunicazioni che erano poi posati sul fondo oceanico, quasi a legare tra loro l’Inghilterra e l’America. Dalla mia cameretta sul retro di casa sentivo le sirene delle navi risuonare nelle mattine nebbiose. Di notte, le draghe scavavano rumorosamente nuovi passaggi per le grandi navi cariche di container che affollavano il Southampton Water, il grande estuario su cui si affaccia la città. Il mare, da quelle parti, è sinonimo di commerci, non di divertimento. Il porto è un luogo senza pace, dove si transita e ci si ferma il meno possibile. Il mare domina ogni cosa (anche il nome del mio quartiere, Sholing, è una corruzione di shore land, «terra costiera»), eppure la città sembra voltargli le spalle, come se l’elemento a cui deve la sua esistenza fosse un’entità aliena.
Oggi il mio rapporto con l’acqua è molto cambiato. Appena posso mi faccio una nuotata in mare, la cui lontananza è causa di una vera e propria claustrofobia. In ogni stagione, la mia vita è regolata dalle maree. Seduto su una spiaggia di ciottoli, guardo le navi passare e incrociarsi, fino a confondersi in una sola struttura, per poi lasciarsi e proseguire il viaggio verso chissà dove, colte in un attimo tra il qui e il nulla. Entro nelle stesse acque che colmavano di eccitazione il poeta dai capelli rossi e ne sostenevano il pallido corpo; mi metto sul dorso, rivolto alla linea di costa, e mi lascio cullare dalle onde come un galleggiante. Senza pensieri, senza dover rendere conto a nessuno, nel caldo agostano come nel freddo di dicembre, rimango lì sospeso e osservo il mondo che si allontana, come i miei vestiti lasciati sulla spiaggia.
A volte sento una presenza viscida su una gamba. Sono le seppie, spesso trascinate a riva dalle correnti, animaletti dal corpo maculato e con becchi come pappagalli. Negli esemplari morti i tentacoli sono parzialmente distaccati e rivelano il biancore gessoso dell’osso. Altre volte l’incontro con un’invisibile medusa mi procura una bruciatura. Eppure continuo verso il largo, dove nessuno può vedermi, là dove si tuffano sterne e cormorani, dove non ho conoscenza di ciò che vive sotto di me. Mi immagino corpi di annegati avvolti in veli, animati dalle acque, come la donna di La morte corre sul fiume; o magari creature minacciose, come lo squalo che un giorno mi parve di scorgere in una baia della Cornovaglia, dall’alto di una scogliera. L’acqua nasconde e svela al tempo stesso, con modalità che mi turbano. È un’amante ingannevole e senza pietà:
Considerate l’astuzia del mare: come le sue creature più temute scivolano sott’acqua, senza quasi affatto mostrarsi, perfidamente nascoste sotto le più incantevoli tinte dell’azzurro.1
Città e imperi nascono e crollano, ma il mare rimane. «Non associamo l’idea di antichità con l’oceano, né ci chiediamo che aspetto avesse mille anni fa, come spesso facciamo con la terra, perché l’oceano era selvaggio e insondabile allo stesso modo di sempre» scrisse Henry David Thoreau, «l’oceano è il selvatico che circonda tutto il globo, più selvaggio di una giungla del Bengala, e ancor più pieno di mostri, che lambisce persino i moli delle nostre città e i giardini delle nostre residenze...




