E-Book, Italienisch, Band 16, 288 Seiten
Reihe: Ombre
Ingólfsson L'enigma di Flatey
1. Auflage 2012
ISBN: 978-88-7091-335-4
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, Band 16, 288 Seiten
Reihe: Ombre
ISBN: 978-88-7091-335-4
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
È l'alba di una limpida giornata di giugno del 1960 quando una famiglia di pescatori dell'isola di Flatey, tra i fiordi occidentali dell'Islanda, trova il cadavere di uno sconosciuto. Nella sua tasca un foglio con una serie di 39 lettere. La vittima è il danese Gaston Lund, studioso di un antico enigma irrisolto basato sulle saghe raccolte nel Libro di Flatey e custodito nella biblioteca locale. Inviato dal continente a sciogliere il mistero, il giovane avvocato Kjartan si ritrova smarrito su un irreale pezzetto di terra con una manciata di case, dove i prezzi si calcolano ancora in pelli di foca, in tavola si servono uova di sterna e razza fermentata, e tutti credono nella maledizione legata all'enigma, che sembra avverarsi quando sull'isola compare un altro cadavere. Il fascino dei miti nordici avvolge un'indagine a doppio filo che insegue la soluzione dell'enigma attraverso le sue 40 domande mentre si addentra in questo piccolo mondo fuori dal tempo, in cui ogni abitante nasconde un universo di storie e di segreti, dal sacrestano che parla con gli elfi e si diletta in vaticini, al maestro depositario di memorie e leggende tramandate da generazioni. Molto più di un thriller, L'enigma di Flatey è un affresco ammaliatore dell'Islanda profonda, sospesa tra l'incanto di paesaggi vergini e l'eco delle saghe.
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3
Non appena si furono lasciati alle spalle gli scogli di Brjánslækur, il maestro venne a prua e si avvolse in un sacco di tela che era steso sopra un mucchio di reti, si calò il berretto sopra gli occhi e si distese.
Grímur manovrava il timone, Kjartan era seduto sulla panchetta davanti a lui. Il rombo del motore rendeva difficile conversare.
Quando Högni si fu messo comodo, Kjartan disse: “Non è proprio il posto ideale per dormire.”
“È stanco, poveraccio, che almeno si riposi un po’ durante la traversata”, replicò Grímur. “Le giornate sono lunghe quando si cerca di sfruttare la stagione per guadagnare qualcosa di più, e Högni ha bisogno di tempo per abituarsi a questi ritmi. Sta a pensione dalla mia Imba, e paga lavorando per me durante l’estate.”
“È scapolo?”
“Vedovo. La moglie è morta qualche anno fa. Dorme nella scuola, e mangia due volte al giorno a casa nostra.”
La barca procedeva rapida, e il viaggio fu relativamente agevole. Grímur si teneva concentrato sulla rotta da seguire, ostacolata da numerosi scogli e isolotti.
Kjartan si rese conto che toccava a lui mantenere viva la conversazione, ma non sapeva che cosa dire. Alzò lo sguardo sulla baia, costellata da una moltitudine di isole, grandi e piccole. “Non ero mai stato qui, nel Breiðafjörður”, disse. Poi, tanto per aggiungere qualcosa, commentò: “Allora è proprio vero che le isole del fiordo non si possono contare.”
Grímur sorrise, e parve in vena di chiacchiere. “Già, chissà se qualcuno ne saprà mai il numero preciso. Anche perché prima bisognerebbe decidere che cos’è un’isola e che cosa no. Se consideriamo un’isola come un frammento di terra circondato dall’acqua che non viene sommerso nemmeno durante l’alta marea e che ha qualche forma di vegetazione, forse se ne potrebbero calcolare circa tremila in tutto il fiordo. Ma così escluderemmo tutti i roccioni nudi, che nessuna persona sana di mente si metterebbe a contare, quindi si può benissimo dire che sono innumerevoli.”
Kjartan annuì, tentando di mostrarsi interessato.
Grímur indicò un’isola alta sul mare e disse: “Quella, per esempio. Si chiama Hergilsey, e poco tempo fa è rimasta disabitata. Prende il nome da Hergill Culo-a-Pomello. Lei ha letto la Saga di Gísli?”
“Sì, ma tanto tempo fa”, rispose Kjartan.
“Hergill aveva un figlio, Ingjaldur, che faceva il contadino a Hergilsey. Fu lui a tenere nascosto il bandito Gísli Súrsson, come racconta la saga. Quando Börkur il Grosso era sul punto di ucciderlo per avere accolto in casa sua un fuorilegge, Ingjaldur rispose con queste parole.” Grímur inspirò profondamente, e con una voce diversa dalla sua disse: “I miei vestiti sono brutti, non m’importa che si riducano a brandelli.” Poi sorrise timidamente e aggiunse: “Quella del Breiðafjörður non è gente che si lamenta per quisquilie.”
Kjartan annuì, e anche lui abbozzò un sorriso.
Grímur continuò a indicare le isole, dicendone i nomi e raccontandone la storia. A ovest c’era Oddbjarnarsker, con le sue acque molto pescose, e nelle annate cattive la povera gente si trasferiva là per non morire di fame. Poi c’erano Skeley, Langey, Feigsey e Sýrey, ognuna con la sua storia.
Högni si svegliò dal suo sonnellino e si unì a loro per dare il proprio contributo alla conversazione. Quando cominciarono a intravedere Flatey, disse: “Verso la fine del secolo scorso, intorno a Natale, una nave si stava dirigendo verso Flatey con un carico di legna da rivendere come combustibile. L’equipaggio era composto di sei uomini. Incapparono in una tempesta e finirono fuori rotta. Alla fine riuscirono a toccare terra a Feigsey, ma la nave affondò.” Högni indicò Feigsey a Kjartan, poi proseguì: “Quegli uomini rimasero là per diversi giorni, senza provviste né mezzi per riscaldarsi, ma nelle ore di luce vedevano delle persone muoversi tra le case di Flatey. E gli abitanti di Flatey finirono per sentirli gridare e andarono a recuperarli. Sopravvissero tutti, e fu un evento straordinario, perché non avevano niente da mangiare, all’infuori di un po’ di burro.”
Poi Högni raccontò un’altra storia.
“Qualche decina d’anni fa, in questo fiordo affondò una nave da carico straniera. Trasportava pali telegrafici e barili di grasso lubrificante. L’equipaggio si salvò, e una parte del carico fu portata a terra. Tutti dissero che il burro straniero aveva un sapore orribile, ma che era molto sostanzioso.”
Grímur scoppiò a ridere, anche se di certo l’aveva già sentita parecchie volte, e probabilmente c’era lui stesso tra quelli che avevano assaggiato il grasso lubrificante.
Chiacchierando il tempo trascorse più veloce e la meta fu presto vicina.
Kjartan non si aspettava di vedere tante case a Flatey. Il primo edificio ad apparire fu la chiesa bianca con il tetto rosso, che luccicava al sole, sul punto più alto dell’isola. Poi, poco a poco, prese forma il villaggio: case con il tetto a spiovente, di colori diversi, e candidi bucati stesi ad asciugare.
Quando ebbero oltrepassato un’isoletta che sul lato settentrionale aveva alte scogliere dove nidificavano gli uccelli ma su quello meridionale formava una baia protetta che s’incurvava verso Flatey, Grímur ridusse la velocità. Il braccio di mare che separava le due isole non era più ampio di un centinaio di metri.
“Quella la chiamiamo Hafnarey”, disse Grímur. “Gli scienziati dicono che è un vulcano spento.” Dovette alzare la voce per sovrastare le strida degli uccelli che ora si erano aggiunte al rombo del motore.
Scivolarono lentamente lungo il canale di Hafnarey e si avvicinarono a un piccolo pontile in cemento, piuttosto malandato, che si protendeva nell’acqua a pochissima distanza dal villaggio. Un gruppetto di bambini era sceso al molo, incuriosito.
“Questo è quello che chiamiamo il «molo di Eyjólfur». Ce n’è un altro, nuovo, sulla costa meridionale, vicino allo stabilimento della lavorazione del pesce”, spiegò Grímur, dirigendo la barca verso una boa che galleggiava nell’acqua. Quando fu abbastanza vicino, l’agganciò con una gaffa e la legò a poppa, poi si spostò a prua per prepararsi all’attracco. Kjartan si sedette sulla panchetta, accanto alla cassa: avrebbe voluto dare una mano, ma i due uomini sembravano cavarsela benissimo da sé, e lui avrebbe solo rischiato di essere d’intralcio. Högni prese una cima da ormeggio, saltò su una scaletta in cemento che saliva su un lato del pontile e avvicinò lo scafo, mentre Kjartan e Grímur si arrampicavano sul molo alle sue spalle. Poi diede corda, per allontanare un po’ la barca dal pontile.
Mentre legava gli ormeggi, Högni ammonì i bambini: “Vi proibisco severamente di salire a bordo.” Poi, per sottolineare la gravità del divieto, aggiunse: “Se disubbidite, l’ufficiale di distretto Grímur vi rinchiuderà in quella cassa.”
Alla minaccia i piccoli arretrarono di qualche passo e cominciarono a confabulare sottovoce.
Un uomo di statura bassa ma robusto, con un cappotto scuro, si fece largo tra i bambini e si presentò al nuovo arrivato. “Þormóður il Corvo, raccoglitore di piume e sacrestano”, disse con voce squillante, alzandosi sulle punte dei piedi e dondolandosi avanti e indietro.
“Io sono Kjartan… rappresentante del prefetto”, rispose lui esitante.
Þormóður il Corvo fece un profondo inchino. “Benvenuto nel comune di Flatey, mio caro rappresentante del prefetto. L’occasione non è certo gradevole, ma noi isolani siamo sempre lieti di ricevere visite da parte delle autorità.”
“La ringrazio”, disse Kjartan, fissando una medaglia opaca che pendeva da un logoro nastro azzurro appuntato al risvolto del cappotto del sacrestano.
Þormóður il Corvo abbassò la voce e proseguì: “Naturalmente la chiesa sarà a vostra disposizione quando tornerete con la salma. Scenderò con un carretto per trasportare il feretro, e il nostro pastore provvederà ai riti del caso.”
“Sì… grazie”, disse Kjartan, che fino a quel momento non aveva nemmeno preso in considerazione quell’incombenza: il prefetto lo aveva semplicemente incaricato di recuperare il cadavere dall’isola, portarlo a Reykjavík con la nave postale attesa di lì a due giorni, e compilare un rapporto, nient’altro. “Non sarebbe possibile trasportarlo con un’auto?” chiese all’ufficiale di distretto.
“Ci sarebbe l’autocarro dello stabilimento del pesce, ma questa primavera non l’abbiamo ancora usato. Il carretto del Corvo andrà benissimo”, rispose Grímur.
Il sacrestano si alzò sulle punte dei piedi e disse: “Sì, per i funerali alla chiesa di Flatey usiamo sempre il mio...




