E-Book, Italienisch, 1346 Seiten
Invernizio Raffaella
1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-5593-131-7
Verlag: Paperleaves
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
o i misteri del vecchio mercato
E-Book, Italienisch, 1346 Seiten
ISBN: 979-12-5593-131-7
Verlag: Paperleaves
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Il vecchio mercato di Firenze è un brulichio di attività: vinai, friggitori, ortolani, rosticceri, pizzicagnoli, espongono la loro merce sulla pubblica via. È un vivace e continuo cicaleccio di venditori che propongono la loro merce e gente che chiede, contratta, cercando di spendere 'co' gomiti', come si diceva. Ma il mercato ha un lato oscuro e nascosto; nei suoi vicoli si annida una moltitudine di manutengoli, borsaioli, ladri e assassini. La giovane Raffaella è cresciuta nel mercato, del tutto ignara dei suoi foschi segreti, come ignora che la donna che l'ha allevata non è sua madre e che il suo presunto fratello, il Rosso, è a capo di una società criminale e prova per lei un amore tutt'altro che fraterno. La sua vita cambia quando conosce Luciano di Santarosa, un giovane dal passato misterioso, e se ne innamora ricambiata, suscitando la gelosia del Rosso. Ma un brutto giorno Raffaella viene rapita dal barone Vamba, che conosce le sue vere origini e vuole mettere le mani sulla sua eredità. Tuttavia né Luciano né il Rosso vogliono rinunciare a lei e cercano in ogni modo di riprenderla e i loro sforzi sveleranno i segreti legati alla sua nascita, che per vie intricate sono inestricabilmente legati a quelli di Luciano.
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PARTE PRIMA: I misteri di un cuore
I
La contessa Leonia di Roccabruna aveva aperte le sue sale ad una festa di ballo: la prima della stagione.
Erano rinomate le feste di ballo della contessa Leonia;... tanto rinomate, che si ricorreva a mille astuzie, a mille sotterfugi, per poter averne un biglietto d’invito.
Nelle sale della contessa Leonia regnava sovrana, cosa difficile, la più schietta allegria: un invitato era sicuro di non annoiarsi e di trovarsi a contatto di tutto ciò che l’alta aristocrazia fiorentina e la colonia straniera offriva di più delicato, di più raro, di più bello. Inoltre si era sicuri di ammirare da vicino delle celebrità artistiche, dei diplomatici, dei ricchi banchieri.
Quindi le feste della contessa Leonia riuscivano sempre le più belle, le più splendide dell’inverno fiorentino.
La contessa Leonia di Roccabruna non era più giovane; eppure era sempre l’anima di quelle feste, l’astro maggiore, intorno a cui s’inchinavano migliaia di umili satelliti. Le amiche della contessa, mordendosi lievemente il roseo labbro, si sussurravano pian piano che se Leonia era così corteggiata, non lo doveva certo alla sua bellezza, che non aveva nulla di straordinario, ma alla sua condizione di vedova, ricca di parecchi milioni. Da qual parte poi le fossero piovute tutte queste ricchezze, e com’era rimasta vedova, sarebbero state imbarazzate a spiegarlo.
La contessa Leonia era nata a Firenze, ma rimasta orfana assai giovane, aveva seguito il suo tutore che si era imbarcato per l’America. Nessuno più pensava a lei, quando riapparve nella sua città natale, in compagnia di un uomo non più giovane, ma che ella presentò a tutti come suo marito.
I due sposi avevano preso in affitto una villetta fuori della città, e vivevano quasi nascosti, non ricevendo che pochi amici. Anzi, dopo qualche mese, anche le visite di questi cessarono, e il domicilio coniugale della contessa non fu più turbato.
Intanto si diceva che il conte era innamoratissimo della moglie, la quale non lo amava: di qui le gelosie pazze di lui e la reclusione della contessa. Pochi conoscevano il marito, e quei pochi dissero che era un uomo piuttosto brutto e di una tristezza melanconica, che gelava le parole sulle labbra e doveva aver ghiacciato il cuore della contessa.
Un giorno marito e moglie scomparvero da Firenze, e nessuno seppe dove erano andati a nascondersi. Si fecero mille supposizioni: si disse che erano partiti per l’America,... qualcuno assicurò di averli incontrati a Parigi... poi non se ne parlò più.
Figuratevi dunque la meraviglia dei fiorentini, quando, dopo alcuni anni, Leonia fece ritorno in patria, vedova e ricca a milioni. Quante chiacchiere si fecero in quei giorni attorno a lei! Ma poichè la contessa non aveva tardato a riprendere l’antiche relazioni e farne delle nuove, poichè aveva mostrato il desiderio di cominciare una vita brillante e si mostrava avida di divertimenti, di piaceri, di riunioni, si disse che ella voleva rifarsi del tempo perduto. E siccome Leonia profondeva l’oro a bizzeffe, e si mostrava caritatevole, generosa, splendida con tutti, nessuno seppe darle torto, ed il nome ed i meriti della contessa furono presto portati alle stelle. Si deve notare che la bella e ricca vedova aveva ripreso il suo casato di fanciulla.
Eravamo giunti all’inverno del 1868, epoca in cui incomincia la prima parte del nostro racconto, e in cui vediamo la contessa Leonia aprire le sue sale al primo ballo di quella stagione.
Suonavano appena le undici di notte, e già la circolazione era diventata difficile nelle sale della contessa; ma dove la riunione si mostrava più brillante e numerosa era nel gran salone, dove al primo entrare si vedeva un gran sfolgorio di luce e d’oro, un sorriso di festa sparso dappertutto, e nei crocchi si sentiva un ronzio di voci che, errando sotto le dorate vòlte, producevano un fascino ed un effetto singolare.
Il salone da ballo sorpassava per ricchezza e squisiti lavori ogni immaginazione.
Il soffitto era tutto effigiato di amorini e di ninfe, che volando si trastullavano coi fiori; vasti specchi formavano le pareti, disposti in figura ovale, interrotti da colonne, che sostenevano un vago cornicione. Lo stile che signoreggiava in questo tempio del piacere, della follìa, non era severo, nè semplice; ma senza troppa esuberanza d’ornati, ricordava il seicento. Si sa che le arti decadendo furono men belle, ma più ricche, e la loro decadenza somministrò agli artefici argomenti di fasto, acconci ai luoghi che dovevano abbellire... e l’occhio trovava più voluttà nel lusso dei fogliami e dei fiori, nella varietà immaginosa delle forme, nella profusione dell’oro, che in certi severi componimenti ove il pensiero dell’architetto s’idealizzava nella semplicità delle greche armonie.
Il salone della contessa pareva il soggiorno delle fate, e molte fate, invero, si erano riunite in quel luogo e facevano luminosa corona alla loro sovrana.
Leonia di Roccabruna non era mai stata affascinante come in quella sera. Indossava un abito di velluto color granato, che le lasciava scoperto il seno, le braccia e le spalle, di una bianchezza ammirabile. La sua capigliatura formava un nimbo d’oro intorno alla fronte, dalle tempie leggermente azzurrine, e in cui sarebbe stato impossibile discernere la più piccola ruga.
I suoi occhi, di un azzurro cupo, ombreggiati da lunghe ciglia, avevano uno splendore orientale, e lasciavano nel cuore un ricordo intenso e durevole. In quella pupilla umida e voluttuosa, passavano lampi di tenerezza, di passione, di collera; così erano variabili la tinta e l’espressione del viso della contessa.
Al pallore delle sue guance succedeva spesso un vivace rossore che le scendeva fino al collo, poi tornava a farsi pallida; a momenti la sua bocca sorrideva leggiadramente mostrando lo smalto dei denti piccoli ed uniti: in altri le sue sopracciglia aggrottate davano ai lineamenti di lei, un aspetto di risolutezza poco men che maschile. Ma erano, ripeto, lampi passeggieri, e, quasi tosto, la sua voce riprendeva l’accento carezzevole che tanto seduceva, e la sua bocca si atteggiava a quei sorrisi che bastavano a farla amare e desiderare.
Aggiungiamo che Leonia era alta di statura, e la grazia altera del suo portamento avrebbe provocata l’invidia d’una regina. Alla luce splendida dei doppieri, si potevano dare alla contessa trent’anni, e forse ne aveva dieci di più.
Del resto, nella vita, come nelle abitudini di quella donna, tutto era mistero, e nessuno, fuorchè Dio, aveva potuto fino allora investigare i segreti di un’anima tutta in sè chiusa.
In quella sera Leonia, sebbene si mostrasse animata come di solito, intrattenendo col suo spirito e colla sua vivacità gl’invitati, mostrando di occuparsi di tutto e di tutti, si capiva ch’era alquanto inquieta, e i suoi occhi si volgevano spesso alla galleria, dove entravano i nuovi venuti.
— Se egli mancasse, — pensò ad un tratto — se non avesse ricevuto il mio biglietto d’invito?
Un colore pallido si diffuse a tal pensiero sul suo volto; ma vi successe tosto un nuovo cambiamento, e i suoi occhi ebbero una fiamma improvvisa...
Un giovane le si inchinava in quel momento dinanzi, un giovane assai brutto di viso, ma che faceva pompa di due baffetti galantemente attorcigliati e di un’eleganza affatto speciale. Era il marchese Roberti, un capo bizzarro, proprietario e direttore di un giornaletto artistico, letterario, teatrale, che usciva una volta la settimana, Il marchese era uno dei più assidui adoratori di Leonia.
— Contessa, — diss’egli gaiamente — son venuto troppo tardi per avere la fortuna di essere segnato sul vostro carnet?
Leonia ebbe un dolce sorriso.
— Per voi, marchese, c’è sempre un posto, — rispose — e vi ho lasciato libero il terzo valzer.
Roberti s’inchinò raggiante in viso; poi, veduto un amico nella folla fece l’atto di allontanarsi, ma Leonia lo fermò appoggiandosi al di lui braccio.
— Avanti che andiate in mezzo alle signore, io vi prendo in ostaggio, bel cavaliere; — disse con voce oltremodo insinuante — mi aiuterete così a far la rivista dei miei invitati: in due la fatica sarà più lieve: ci sosterremo a vicenda.
Quelle parole, accentuate dai più provocanti sorrisi, solleticarono l’amor proprio del marchese, e gli fecero battere il cuore di una gioia sincera.
Nel sentire la dolce pressione del braccio di Leonia sul suo, provò un fremito in tutta la persona, e volse attorno degli sguardi trionfanti, di sfida, che gli adoratori della contessa accolsero con un maligno sorriso. Roberti non faceva loro paura.
— A proposito, — chiese Leonia al giovane, mentre si trastullava, sempre sorridendo, col ventaglio — siete voi qui solo, stasera, rappresentante del giornalismo: le belle signore vi hanno già messo gli occhi addosso...
Il marchese colla mano libera si arricciò galantemente i baffi.
— Ma io vi eviterò ogni seccatura, — aggiunse la contessa — conducetemi nelle sale meno frequentate.
Roberti aveva perduto tutto il suo spirito: quell’inaspettata deferenza da parte di Leonia lo sorprendeva e lo turbava al tempo stesso. Egli interrogava il volto della contessa per sapere quello che passasse nel cuore di lei; ma quel viso non mostrava che un’altera serenità.
Traversarono così uniti le sale, e mentre il marchese salutava con occhio di sfida gli amici, la contessa scambiava qua e là sorrisi e parole, finchè...




