Jesi | Cultura di destra | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 300 Seiten

Reihe: Figure

Jesi Cultura di destra


1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-7452-428-0
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 300 Seiten

Reihe: Figure

ISBN: 978-88-7452-428-0
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
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'Che cosa vuol dire cultura di destra?', chiede un intervistatore a Furio Jesi nel 1979. È 'la cultura entro la quale il passato è una sorta di pappa omogeneizzata che si può modellare nel modo piú utile, in cui si dichiara che esistono valori non discutibili, indicati da parole con l'iniziale maiuscola'. Originale mitologo della modernità, Jesi dedica gli studi qui raccolti a individuare le matrici sotterranee, il linguaggio e le manifestazioni delle 'idee senza parole' della cultura di destra otto-novecentesca; e lo fa smascherandone i luoghi comuni, le formule e le parole d'ordine che alludono a un nucleo mitico profondo e inconoscibile, ma fondante e modellante, cui fanno riferimento i principi ricorrenti di Tradizione, Passato, Razza, Origine, Sacro. Un 'vuoto' da riempire di materiali mitologici, manipolati dalla propaganda politica di destra per legittimare il suo potere e gli ordinamenti sociali dominanti. Da questa prospettiva, Jesi indaga gli apparati linguistici e iconici sottesi al fascismo e al neofascismo, al nazismo e al razzismo, penetra nelle pieghe dell'esoterismo di Julius Evola e del lusso retorico dannunziano, attraversa le pagine di Liala e Pirandello. Questa nuova edizione di un libro ancora attualissimo è corredata da tre inediti e un'intervista.

Furio Jesi (1941-1980) è stato studioso di miti, storico delle religioni e critico letterario. Nelle sue ricerche eclettiche e originali ha elaborato modelli interpretativi innovativi sul mito e sulle sue manifestazioni moderne. Di Furio Jesi nottetempo ha pubblicato, sempre a cura di Andrea Cavalletti, anche Il tempo della festa (2013, 2023) e Germania segreta (2018).
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Prefazione

di Andrea Cavalletti

Che cos’è la cultura di destra oggi? Rispondendo al giornalista di un noto settimanale, Furio Jesi ha offerto una volta una definizione tanto breve quanto meditata e precisa: è una cultura “caratterizzata (in buona o cattiva fede) dal vuoto”.

Non è da escludere che Jesi si trovasse in quel momento a Milano, nella sede della casa editrice Garzanti dove anche lo ritraggono alcune belle fotografie. Da qualche tempo, infatti, collaborava intensamente al progetto dell’Enciclopedia Europea: suggerendo e contattando grandi studiosi, impostando alcune voci e scrivendone molte altre, spesso stilate in versioni già perfette dopo poche ore di lavoro notturno alla macchina da scrivere. Fu in quel periodo che egli decise di riunire due lunghi saggi già apparsi nelle pagine della rivista Comunità; li rivide e, apponendovi un’introduzione, compose per l’editore milanese Cultura di destra. Pubblicato per la prima volta nel 1979 (quasi insieme alla silloge einaudiana Materiali mitologici), sarebbe stato il suo ultimo libro.

“Ultimo”, però, non soltanto per la tonalità definitiva che la scomparsa di Jesi vi avrebbe di lí a poco proiettato, ma sin da subito libro nuovo e ultimo nel senso dell’ultima, coerente configurazione di un lungo itinerario di ricerca, dell’opera mai destinata a conchiudersi proprio perché in essa è già iscritto e vive il carattere dello studioso.

Nei due saggi o capitoli redatti tra il ’75 e il ’78 (quello dedicato alla “religione della morte” richiama sin dal titolo alcune pagine famose di Letteratura e mito) convergono infatti le grandi linee di lavoro inaugurate nei primi anni sessanta, quando Jesi aveva scelto di discostarsi dall’ambito piú strettamente specialistico dell’egittologia – la disciplina in cui aveva esordito, appena quindicenne – per dedicarsi allo studio non solo dei miti ma piú precisamente delle modalità in cui questi possono oggi sopravvivere, in forme straniate e spesso pericolose. Orientata secondo un’interpretazione critica degli insegnamenti di Károly Kerényi, dedicata all’opera dei poeti, degli scrittori (Rilke, Mann, Pavese prima di tutti) o degli stessi mitologi (Kerényi, appunto, e Jung, e Malinowski, Propp, Frazer, Pettazzoni e gli altri autori della “Collana viola” Einaudi su cui Jesi si era formato), una simile impresa era anche destinata, per molte buone ragioni, a coincidere in larga parte con l’analisi di ciò che in genere si chiama “cultura di destra”. Cosí, già le prime stesure di Germania segreta (risalenti al 1965) scaturirono dall’“insopprimibile bisogno” di indagare fino in fondo non soltanto le matrici piú oscure del germanesimo, e quindi del nazismo, ma anche le continuità dissimulate della tradizione borghese, gli afflussi carsici che nutrono linguaggi e gesti meno sospetti, attitudini di un patrimonio che a un primo sguardo non diremmo fascista e neanche propriamente reazionario. Nel corso degli anni, l’esigenza restava viva e pressante. E Jesi continuava con ingegno warburghiano a comporre il suo personale atlante: compagna costante di lavoro, una cartella contrassegnata dalla dicitura “Materiali dello studio sulla cultura di destra” poteva raccogliere pagine di libri mai pubblicati, appunti o frammenti, copie di saggi, documenti bizzarri o cimeli famigliari (come le due commemorazioni di Carducci pronunciate dal nonno Percy Chirone e incluse in Cultura di destra), ritagli di giornali, fotografie, curiose pubblicità in prosa da rotocalco. La cartella poteva cosí colmarsi o in tempi diversi ridursi, animando con i suoi insidiosi nutrimenti nuove composizioni; e di volta in volta il mitologo riusciva a illustrare i pericoli e le vere provenienze di quei materiali, sperimentando al tempo stesso la funzionalità del proprio apparato metodologico.

Certo, Jesi era ben cosciente “dei limiti e delle applicabilità di espressioni come cultura di destra, cultura di sinistra”. E non perché queste siano di per sé false o, come anche si dice, “superate”, quanto perché “la maggior parte del patrimonio culturale, anche di chi oggi non vuole affatto essere di destra, è residuo culturale della destra”. Tuttavia, egli poteva ancora riconoscerlo, la cultura che si è piú apertamente definita di destra si è anche meno autocensurata nei “compiacimenti verso le proprie componenti mitologiche”. Intesa nella sua accezione piú ampia, figura cangiante che si dispiega tra gli estremi o meglio i limiti elastici dell’umanesimo conservatore e della letteratura d’evasione, del lusso e del kitsch come delle tendenze piú cupe e mortifere, questa cultura rappresentava un ambito di studio privilegiato: qui, infatti, immagini e sopravvivenze del passato subiscono i piú interessanti e svariati processi di rielaborazione e di trivializzazione. Qui antiche mitologie e rituali da tempo indecifrabili, immagini ormai opache, culti enigmatici vengono ricomposti in un continuo bric-à-brac e, dotati di una vita e di un senso fittizi, possono essere impiegati per fini cinicamente politici, ovvero per il mantenimento degli ordinamenti vigenti e dei poteri dominanti. La “cultura di destra” è dunque in ogni caso un rapporto col passato, e un rapporto non solo “fondato nel presente” ma che anche “prevede un preciso assetto del presente e del futuro”.

Il lavoro del 1979 forniva cosí, dopo la “Lettura del ‘Bateau ivre’ di Rimbaud” (1972) e “L’accusa del sangue. Mitologie dell’antisemitismo” (1973), un nuovo campo di prova del modello “macchina mitologica”, cioè del dispositivo che secondo Jesi fabbrica mitologemi, racconti storicamente verificabili, e imprime effetti concreti sul reale alludendo però a una scaturigine segreta, all’esistenza di un quid – il “mito”, appunto – che resta inconoscibile per definizione. Come funziona questa macchina nell’ideologia di destra? Jesi assume a paradigma una frase di Oswald Spengler: “L’unica cosa che permette la saldezza dell’avvenire è quel retaggio dei nostri padri che abbiamo nel sangue: idee senza parole”. La macchina mitologica corrispondente all’ideologia di destra appare allora come una macchina linguistica che funziona stendendo una fitta trama di luoghi comuni, stereotipi, frasi fatte, formule che paiono chiare ma che non richiedono di essere capite, che anzi sembrano chiare proprio perché non devono essere capite: riducendo le parole a puro tramite di ciò che sarebbe già in noi prima di tutte le parole.

Dunque, qualcosa può agire qui e operare attivamente per “la saldezza dell’avvenire” mentre arretra nella sfera del passato lontanissimo che, con l’espressione di Schelling ripresa da Kerényi, “per profondità, durata e universalità è paragonabile solo alla natura stessa”. Cosí la macchina attua una partizione e insieme stabilisce un rapporto tra vicino e lontano, tra la storia e il mito o la natura quale riserva perenne di “extrastoria”. Si tratta di una vera e propria “manipolazione del tempo”, che esige anche un contegno particolare: una serie di gesti o di atti verbali, una disposizione mistificatoria che Jesi chiama religio mortis e che nelle tante varianti dello stesso rituale, il sacrificio, espone l’uomo al contatto con ciò che appunto si nega alla storia, l’“eterno presente” del mito.

È a questo schema del sacrificio e della religione della morte che appartengono le ideologie sanguinarie dello squadrismo spagnolo o della Guardia di Ferro rumena, come gli apparati mitologici dell’orientalismo cristiano o quelli scenografici predisposti dall’architetto nazista Albert Speer (proprio Jesi aveva tradotto l’Hitler secondo Speer di Elias Canetti)… Quando le mitologie si addensano nella paura del diverso, nell’immagine dell’ebreo perverso e immorale, il rituale di difesa è ormai destinato a consumarsi nelle forme parossistiche e – nella loro assurdità – coerenti del sacrificio di massa, del vincere morendo (per fortificare la stirpe) e dello sterminio degli ebrei e di tutti i diversi. Molte pagine di Cultura di destra comunicano allora idealmente col progetto mai concluso del Cattivo selvaggio. Teoria e pratica della persecuzione dell’uomo “diverso” (1973-’74), di cui presentiamo in appendice il primo capitolo: qui i documenti esemplari della “persecuzione” dovevano comporsi in una sorta di itinerario che, muovendo dall’analisi dei luoghi comuni del razzismo (stupidità, sporcizia, pigrizia, aggressività, vizio, sessuomania ecc.), culminasse in una sorta di “diorama” finale dal titolo “Pericolo: diversi!”.

Ma lo sguardo di Jesi si rivolge anche alla disciplina che egli come pochi ha praticato, scruta cioè nelle pieghe della scienza mitologica per esporne le scorie piú inquietanti e insidiose. Cosí, leggendo il saggio sulla religione della morte, Ioan Culianu rimase sgomento e angosciato, e ne scrisse subito al maestro Mircea Eliade. Piú tardi, questi scelse di consegnare la propria versione dei fatti a una pagina del Journal (cioè alla memoria dei posteri): il 6 giugno 1979 Furio Jesi viene dipinto come un essere infido che ordisce biechi complotti, che asserisce di occuparsi dell’edizione italiana...



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