E-Book, Italienisch, 812 Seiten
Reihe: e-klassika
Karamzin / Pavan Lettere di un viaggiatore russo
1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-6243-322-8
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 812 Seiten
Reihe: e-klassika
ISBN: 978-88-6243-322-8
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Le Lettere di un viaggiatore russo raccontano il lungo viaggio 'di conoscenza e istruzione' che nel 1789 Nikolaj Michajlovi? Karamzin intraprende - grazie ai Fratelli Massoni di Mosca - in Germania, Francia, Svizzera e Inghilterra. Pubblicate a puntate sulla rivista 'Moskovskij ?urnal' e ispirate al Viaggio sentimentale di Laurence Sterne riescono a portare il lettore nell'Europa di fine '700 dove, tra realtà e finzione, la voce dell'autore s'intreccia a quella di personaggi fondamentali della cultura occidentale tra i quali Immanuel Kant, Jean-Jacques Rousseau, Goethe, Johann Gottfried Herder, Edward Young. Quella qui presentata è la prima traduzione assoluta in lingua italiana delle Lettere di un viaggiatore russo, egregiamente realizzata da Marija Olsuf'eva, pubblicata per gentile e amichevole concessione e autorizzazione della figlia Elisabetta Michahelles, riveduta e annotata da Stefania Pavan.
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Locanda a un miglio da Til’zit, 17 giugno 1789, le undici di notte
Tutto dorme intorno a me. Mi ero coricato anch’io, ma dopo aver atteso il sonno per oltre un’ora ho deciso di alzarmi, accendere una candela e scrivere qualche riga a voi, amici miei!
Sono lieto di non aver voluto viaggiare per mare da Memel’. Abbiamo attraversato luoghi piacevolissimi. Apparivano dinanzi ai nostri occhi, ora vasti campi con magnifiche messi, ora prati verdi, ora boschetti e cespugli che parevano disposti con simmetria artificiale. Anche i villaggi offrivano da lontano una vista piacevole. “Qu’il est beau, ce pays-ci!”25, continuavamo a ripetere, l’italiano e io.
La terra mi sembra lavorata meglio in Prussia che non in Curlandia; e durante le buone annate il grano da queste parti costa poco; ma l’anno scorso il raccolto è stato così cattivo che il governo ha dovuto nutrire la popolazione con le scorte dei magazzini. Per cinque o sei anni i cereali nascono bene, al settimo no, e i contadini non hanno nulla da mangiare, perché si spera sempre troppo nell’estate successiva, non si prevede né siccità, né grandine e si vende tutto quanto supera l’indispensabile. Til’zit è una cittadina molto ben costruita, situata in mezzo a fertilissime vallate sul fiume Memel’. Commercia in grano e legname, inviandoli via mare a Königsberg.
Siamo stati fermati alle porte della città dove erano di guardia non soldati, ma cittadini, perché i reggimenti che costituiscono questa guarnigione non sono ancora tornati dalla parata. Una grassa sentinella, con uno spadino piccolissimo che gli dondolava sotto la pancia, si è messo in spalla un fucile rotto e legato con lo spago, facendo tre passi avanti con aria fiera e mi ha gridato con voce stranissima: “Wer sind Sie?” Poiché ero intento a esaminare la sua fisionomia e la figura straordinaria, non ho potuto rispondere subito. Lui, infuriato, ha torto gli occhi e ha urlato con voce ancor più terribile: “Wer seyd ihr?”, questa volta molto meno cortesemente. Ho dovuto dirgli più volte il mio cognome e ogni volta quello scuoteva la testa, meravigliandosi dello strano nome russo. Con l’italiano è stata una storia ancor più lunga. Invano quello adduceva l’ignoranza della lingua tedesca. Il grassone voleva in tutti i modi che rispondesse a tutte le sue domande, probabilmente imparate a memoria con gran fatica. Finalmente sono stato chiamato in aiuto io e a stento ho ottenuto che ci lasciassero passare. In città mi hanno fatto vedere una torre forata in più punti da proiettili russi.
Nelle locande prussiane non troviamo né carne, né pane buono. La francese ci prepara des oeufs au lait, ossia una frittata russa; questa con una zuppa di latte e l’insalata costituisce pranzo e cena. In compenso l’italiano e io beviamo una decina di tazze di caffè al giorno, e ne troviamo ovunque.
Non appena ci siamo sistemati nella locanda dove ora pernottiamo, si è sentito uno scalpitio di cavalli e dopo mezzo minuto è entrato un uomo con un frac scuro, un cappello a tesa larghissima e una lunga frusta; si è avvicinato alla tavola, ha gettato un’occhiata a noi, alla francese occupata dalla toilette serale, all’italiano che stava studiando la mia mappa e a me che sorseggiavo il tè; si è tolto il cappello, augurandoci la buonasera e rivolto alla padrona, che solo in quel momento ha fatto capolino dalla stanza attigua, ha detto: “Salve Lisa! Come va?”
Lisa (donna secca d’una trentina d’anni): “Ah, signor tenente! Benvenuto! Da dove viene?”
Tenente: “Dalla città, Lisa. Il barone von M*** mi ha scritto che c’erano i commedianti. ‘Vieni, amico, vieni! Questi birbanti ci faranno divertire per una manciata di quattrini!’Al diavolo! Avessi saputo che razza di gente erano quei commedianti non sarei mai andato.”
Lisa: “Ma, signor tenente! Non vi piace la commedia?”
Tenente: “Oh, a me piace tutto quello che diverte, e ho pagato fior di talleri per il Dottor Faust con Hans Burst 26.”
Lisa: “Hans Burst è buffissimo, dicono. E cosa hanno recitato i commedianti, signor tenente?”
Tenente: “Una commedia che non aveva nulla di buffo. Chi urlava, chi faceva smorfie, chi sbarrava gli occhi, ma non ne è uscito nulla di buono.”
Lisa: “C’era molta gente, signor tenente?”
Tenente: “Sono forse pochi gli imbecilli a Til’zit?”
Lisa: “Il signor borgomastro si è degnato di assistere con la consorte?”
Tenente: “Non è forse di questi ultimi? Il panciuto imbecille sbadigliava e la spocchiosa consorte si strofinava gli occhi col fazzoletto, quasi vi fosse entrato del tabacco, e gli dava gomitate perché non si addormentasse e smettesse di spalancare la bocca.”
Lisa: “Come siete spiritoso!”
Tenente (si siede e posa il cappello accanto alla mia teiera): “Scusatemi, signore. Sono stanco, Lisa. Dammi un boccale di birra. Sentito?”
Lisa: “Subito, signor tenente.”
Tenente (al suo servitore appena entrato): “Kaspar! Riempimi la pipa. (rivolgendosi alla francese) Oso chiederle con rispetto, le dà noia il tabacco?”
La francese: “Monsieur! Qu’est ce qu’il demande, M. Nicolas?” (mi chiama così).
Io: “S’il peut fumer. Fumi, fumi pure, signor tenente. Le rispondo io al posto suo.”
La francese: “Dites que oui”.
Tenente: “Ah! Madame non parla il tedesco. Mi rincresce, mi rincresce assai. Da dove viene, se oso chiederlo, signore?”
Io: “Da Pietroburgo, signor tenente.”
Tenente: “Lieto, lietissimo, signore. Cosa si sente dire degli svedesi, e dei turchi?”
Io: “Vecchie storie, signor tenente. Scappano dai russi questi e quelli.”
Tenente: “Che diavolo! I russi sono forti. Le dirò in tutta amicizia, signore mio, che se il mio re non mi avesse dissuaso, da un pezzo sarei ufficiale di Stato maggiore, e non tra gli ultimi, al servizio russo. Ho amici un po’dappertutto. Per esempio, un mio nipote è primo aiutante del principe Potëmkin. Egli mi scrive di tutto. Aspetti, le faccio vedere la sua lettera. Che diavolo! L’ho dimenticata a casa. Mi descrive la presa di Ocakov27. 15.000 caduti sul campo, signore mio, 15.000!”
Io: “Non è vero, signor tenente.”
Tenente: “Non è vero? (beffardo) Lei, naturalmente, era sul posto?”
Io: “Sebbene non vi sia stato, so per certo che furono uccisi circa 8000 turchi e 1500 russi.”
Tenente: “Oh, non mi piace discutere, signore mio, ma quello che so lo so. (dà di piglio al boccale che intanto ha portato la locandiera) Ha capito, signore mio?”
Io: “Come crede, signor tenente.”
Tenente: “Alla sua salute, signore! Alla sua, Madame! (all’italiano) Alla sua! La birra è discreta, Lisa. Mi ascolti, signore. Adesso lei mi chiama “signor tenente”? Perché?”
Io: “Perché così la chiama la padrona.”
Tenente: “Dite piuttosto perché ho salutato il mio re e sono stato collocato a riposo anzitempo. Altrimenti lei mi direbbe (solleva il cappello): “Salute, signor maggiore!” (tracanna il boccale) Capisce? Il diavolo mi porti se non mi sono innamorato perdutamente della mia Anjuta! Vero è che sembrava una palombella rosa. Non è male neppur oggi, pur avendomi regalato quattro figli. Lisa, dì un po’, com’è la mia Anjuta?”
Lisa: “I-ih, signor tenente! Come se voi non lo sapeste! Non c’è che dire, è bella. Vi dirò una cosa buffa, signor tenente. Quando la Settimana Santa voi siete andato in città, pernottava da me un giovane signore di Königsberg, a dire il vero un bravo signore, mi ha pagato onestamente per ogni piccolezza. Non chiedeva molto da mangiare.”
Tenente: “E cosa c’è di buffo, Lisa?”
Lisa: “Ecco, quel bravo signore era sull’uscio e ha veduto la vostra signora seduta a destra, non è vero, signor tenente?”
Tenente: “E cosa ha detto?”
Lisa: “Quella sì ch’è una donna, ha detto, ah-ah!”
Tenente: “A quanto pare non era uno sciocco; ah-ah-ah!”
Io: “Dunque, l’amore l’ha costretto a chiedere le dimissioni, signor tenente?”
Tenente: “Il maledetto amore, signore mio. Kaspar, la pipa! A dire il vero, contavo su una buona dote. Mi avevano detto che il vecchio von T***28 aveva montagne d’oro. ‘La ragazza è buona’pensavo, ‘sposiamola’. Il vecchio era contento di maritarla; ma lei non voleva assolutamente sposare un militare. ‘Mademoiselle Anjuta!’le dicevo ‘Io ti amo più dell’anima mia; ma amo anche il servizio del re’. Spuntarono delle lacrimucce in quei cari piccoli occhi. Io m’impuntai e chiesi le dimissioni. E cosa successe? Il giorno dopo le nozze il mio caro suocero, invece di montagne d’oro, mi dette trecento talleri. Eccoti la dote. C’era poco da fare, signore mio. Gliene dissi quattro, ma dopo una bottiglia di vecchio vino del Reno, concludemmo una pace eterna. Non c’è che dire, il vecchio era di cuore buono, Dio lo abbia in gloria! Siamo vissuti d’amore e d’accordo. Morì tra le mie braccia e ci lasciò in eredità la sua casa gentilizia.”
Ma interrompiamo questa conversazione che ha già occupato più di due pagine e comincia a stancare la mia penna d’argento29. Il loquace tenente, prima delle dieci, ha detto un sacco di sciocchezze e un sacco così pieno che, per pietà dei cavalli di Gabriele, non me lo porterò...




