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Kassimova-Moisset / Di Sora | Le cronache di Château Lacrotte | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 336 Seiten

Reihe: Amazzoni

Kassimova-Moisset / Di Sora Le cronache di Château Lacrotte


1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-6243-595-6
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 336 Seiten

Reihe: Amazzoni

ISBN: 978-88-6243-595-6
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



La bulgara Kalina ha sposato in seconde nozze il francese Didier e, nella macchina carica all'inverosimile di animali e cose, parte con il marito alla volta della Francia per conoscere i suoceri, gli aristocratici madame Geneviève e monsieur Jean-Baptiste de Lacrotte. Nella magnifica tenuta di famiglia, l'incontro tra i rappresentanti delle due culture innesca una serie di avventure surreali, dove fanno la loro comparsa personaggi memorabili: il proctologo sedicente buddista, la cantante fallita, l'interior designer con manie di grandezza e persino i prorompenti zii di un remoto villaggio bulgaro... Un romanzo spassoso e imprevedibile che trascinerà il lettore in una moderna commedia degli equivoci.

Scrittrice, giornalista (è stata vicedirettrice di 'ELLE' Bulgaria) e conduttrice televisiva. Dopo aver pubblicato una raccolta di racconti e un romanzo, nel luglio 2020 lancia sulla piattaforma Storytel l'audioserie comica originale Le cronache di Château Lacrotte che ottiene un enorme successo, tanto da diventare nel 2021 in Bulgaria anche un fortunatissimo libro.
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CAPITOLO DUE,
IN CUI IL FRATELLO METROSESSUALE STANISLAS
SCOMBINA I PIANI PER L’ESTATE A CHÂTEAU LACROTTE


Saranno state circa le CINQUE DEL MATTINO quando per tutto Château Lacrotte ha iniziato a rimbombare un rumore sordo e costante, come di un’ascia che spacca i tronchi. Apro un occhio e vedo la pupilla dilatata di Didier, che a sua volta mi guarda fisso con un occhio solo.

– Didì, senti anche tu quello che sento io? – chiedo sottovoce.

– Ouiiii, Kalinààà – ringhia mio marito.

– Che cos’è, Didì? Spero che i tuoi non abbiano iniziato a ristrutturare l’impianto idraulico prima dell’alba. Non che in Bulgaria non sia abituata a passare il sabato e la domenica accompagnata dal martellante trapano pneumatico del vicino, ma sono le cinque del mattino!

– Kalinààà, non stanno ristrutturando... sono le persiane dello château...

Le persiane dello château! Ogni mattina, ogni santa mattina i genitori di mio marito aprono tutte le persiane della tenuta alle cinque del mattino in punto. E ogni sera alle sette e mezzo le chiudono per la notte. Qui si fa così da cinquant’anni e non c’è alcun motivo per cambiare nei prossimi cinquanta. Non ci sarebbe niente di male, se solo le finestre di Château Lacrotte non fossero ottantanove! Ognuna con due ante che si chiudono con un meccanismo a scatto forgiato a metà del XVIII secolo e da allora mai oliato né sottoposto a manutenzione. Il rumore di queste complessive 178 ante e il loro sbattere, rimbombare, raschiare, stridere e cigolare si fa strada nel silenzio circostante prima dell’alba e ti sveglia come un sonoro schiaffo dopo un’anestesia. Crash-craash-craaash per 178 volte nel giro di 40 minuti. Fastidioso, ma in compenso lungo!

Tutti spettinati e malconci per via del fracasso, ci ritroviamo silenziosamente sull’attenti ai piedi del letto. Didier, persona educata e paziente, inizia le trattative con i genitori.

– Maman, papaaa... Ce n’est pas possible! S’il vous plaît! Per piacere, potreste smettere di fare rumore e lasciarci dormire?!

– Ohohoh! – la risata di madame Geneviève assomiglia a quella aggraziata e fragorosa di un’attrice da operetta. – Sono le cinque! Il sole sta sorgendo, le finestre devono essere aperte, qui da noi si fa così. Da voi non si sente, noooo?

– E invece sì, maman, si sente benissimo e appunto per questo sono venuto a dirti che il trambusto ci ha svegliati e...

– Ooooh, je suis desolée!... Non sapevo che in Biulgaria si dormisse fino a tardi. Ecco spiegato in qualche modo perché sono gli ultimi nell’Unione Europea.

Decido di farmi entrare da un orecchio e uscire dall’altro l’allusione politico-economica da parte di madame suocera, vista l’ora e il bisogno di iniziare la giornata con qualcosa di positivo. Nei giorni successivi questo “craaash” ripetuto 178 volte è diventato un segnale acustico che provoca in me e Didier il riflesso condizionato che ci sveglia. Addirittura, come i cani di Pavlov, abbiamo iniziato a svegliarci automaticamente in anticipo di un minuto sulla prima persiana che sbatte contro il muro del palazzo. E così la sera, verso le sette e mezzo, quando inizia la chiusura con il suono inverso, “hsaaarc”, noi due sbadigliamo già da cinque minuti...

Stamattina, la quinta nella mia nuova casa francese, risuonano anche le urla di madame Geneviève che grida a squarciagola. “Sileeeeeence,” strilla, raggiungendo vette così alte da fare invidia a qualunque soprano “Jean-Baptiste, mon ami, silenziooooo! Non sbattere le persiane, che Didier e sua moglie devono dormireeeee! Sileeeeence!”

Didier salta giù dal letto ed esce di corsa dalla stanza. Lascia la porta spalancata e io osservo con un occhio solo il suo incontro con madame. Nonostante l’ora, è fresca da fare invidia. Ha i capelli cotonati, come al solito. Il viso è coperto da uno spesso strato di crema rosa. L’accappatoio giapponese sventola come la bandiera della Rivoluzione francese. Il figlio sta appeso davanti a lei come un paio di mutande bagnate e la sua voce è incredibilmente roca:

– Mais, mamaaan, che stai facendo? Non bastano le persiane la mattina, ora ci perfori pure i timpani urlando SILEEEENZIO?!

– Mais, Didier, anche io sono contenta di vederti! Bonjouuuur! Come facevo a sapere che il mio ‘sileeence’ appena sussurrato vi dava fastidio?!

– Non era sussurrato, maman, era un grido di morte! Per poco non ci è venuto un infarto...

– Ora non esagerare, mon petit gâteau! Così vi preparate prima e siete pronti per l’arrivo di tuo fratello e dei tuoi nipoti! Vedi come si sistemano le cose! Guarda il lato positivo! Ah, sì, e spero che... com’è che si chiama... la biulgara... partecipi più attivamente alle faccende di casa. La... uhhh... bar mitzvah... bamitsa...

Banica, maman, ba-ni-ca!

– D’accord, fa lo stesso – la cosa che assomiglia a un’omelette bruciata, quella che ha preparato l’altro giorno, non basta. E l’altra cosa... rata... taratara...

– Il tarator è il gazpacho bulgaro, maman!

– Il gazpacho, mon petit chéri, è una zuppa fredda di pomodori ed è commestibile. Il ratatar no! Quale persona sana di mente diluisce lo tzatziki con l’acqua, gli inventa un nome che assomiglia a ‘tra-la-là’ e poi lo chiama zuppa?! Non ho nessuna intenzione di fare da serva a tutti quest’estate. Ritengo che tua moglie debba prendere parte più attiva alla nostra vita in casa. Non ho ancora deciso che compito affidarle ma in ogni caso ha dimostrato di voler cucinare. Può imparare a farlo cucinando per noi quest’estate! Soprattutto visto che oggi arrivano Stanislas e i ragazzi. Sei contento, no? Su, su, alzateviiii! Quelle belle journée!

Didier torna in camera. Trascina a malapena le ciabatte, poi si gira verso di me e alza le spalle disperato. Ha l’aria abbattuta. Si siede sul letto, si prende la testa tra le mani e inizia a scuoterla disperatamente in tutte le direzioni.

– Non ti innervosire, Didì! – gli dico. – Oggi pomeriggio ti puoi riposare un po’ e poi ci possiamo comprare dei tappi per le orecchie e...

– Mon amour, non capisci... – irrompe Didier e, quando noto le sue pupille dilatate, mi rendo conto che mi sta sfuggendo davvero qualcosa di molto pericoloso.

– Cos’è che non capisco? Non hai dormito abbastanza e sei nervoso.

Didier mi prende le mani. Ha i palmi freddi. Sulla fronte gli spuntano piccole gocce di sudore.

– Didì! Che ti prende?! Mi fai paura! Che è successo?

– Kalinà! Lascia perdere il sonno! C’è dell’altro... oggi arriva mio fratello! Mio fratello con i figli! È il peggio del peggio che ci può capitare. È peggio di... di... quando vengono a trovarci i tuoi parenti!

Ditemi quello che volete, accusatemi di egoismo, di mancanza di responsabilità familiare e di scarso patriottismo... Però la verità è una sola e io la conosco: se vi vengono a trovare i miei parenti è una maledizione! Parlo per esperienza, dopo tutte le feste in famiglia, le vacanze insieme, le visite dalle nonne in campagna e i ritrovi con i parenti a cui non so come sono sopravvissuta. Lo dico in nome di tutte le tonnellate di insalata russa, le decine di teglie di moussaka e di agnelli al forno che abbiamo mangiato insieme. Per gli schifosi vini inaciditi fatti in casa, gli sciroppi di sambuco e i kompot6 di tutti i tipi che abbiamo bevuto! Durante l’ennesima visita a casa nostra, mia zia Docka, la moglie del cugino di primo grado di mio padre, del villaggio di Zlokucane, aveva riordinato tutto il mio armadio. Aveva messo da parte i vestiti che secondo lei ormai “non mi servivano più”. In pratica erano rimasti a sventolare solo due camicie larghissime, una tunica lavorata a maglia e un paio di pantaloni da ginnastica elasticizzati. Tutto il resto mia zia lo aveva infilato nei suoi bagagli per poterlo dare in beneficenza agli zlokucani in qualità di loro sindaca. L’abbiamo beccata giusto in tempo, quando aveva messo le mani sulla videoteca di Didier e aveva già imballato metà delle cassette. Pensava di organizzarci un cinema all’aperto. Non le avevano dato i fondi di un programma europeo e così aveva deciso di fare di testa sua. Secondo lei ci stava facendo un favore liberandoci delle videocassette. Ormai non le usava più nessuno e quindi non sarebbero servite neanche a noi. E la facciata del comune era perfetta per le proiezioni! Allora, per la prima volta, ho visto come negli occhi di una persona buona e mansueta può nascere una sete di vendetta spontanea. Ho semplicemente incrociato lo sguardo di mio marito...

Ora capite che cosa significhi rispettivamente per Didier e per me che l’arrivo di suo fratello con figli annessi sia “peggio di quando vengono a trovarci i tuoi parenti, Kalinà”? Io gli credo. E mi vengono i brividi.

Mentre ci stiamo riprendendo dall’inaspettato sovraffollamento a Château Lacrotte, qualcuno bussa alla porta. Sulla soglia appare Mercedes con aria mite. Ha i capelli raccolti in uno chignon piantato sulla nuca come la ruota di scorta di una jeep. I capelli sono così tirati che la fronte le si è allargata in direzione di tutti e quattro i punti cardinali senza neanche una ruga e gli occhi ora assomigliano più a delle asole. La croce d’oro è appoggiata con delicatezza sul cardigan nero scrupolosamente abbottonato, mentre le braccia, incrociate sotto la pancia, fasciano il busto come la cornice ovale di un arazzo. Sembra più seria di un capitano di lungo corso davanti al Triangolo delle Bermuda.

– Señora Kalina, tu sicuramente lo sa già che oggi arriva monsieur...



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