E-Book, Italienisch, 315 Seiten
Kennedy L'ultima scommessa di Billy Phelan
1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-3389-260-3
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 315 Seiten
ISBN: 978-88-3389-260-3
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Billy Phelan è un uomo dalle mille risorse: giocatore di poker che non lesina trucchi, artista del biliardo e piccolo re delle scommesse sportive. Albany è casa sua: ne percorre e ne domina le strade e i locali, ne conosce a memoria gli intrighi politici. È proprio per questi suoi molteplici talenti che il potentissimo Bindy McCall - boss di una famiglia che governa Albany ricorrendo a ogni mezzo possibile, dalla minaccia alla corruzione - si rivolge a Billy per fare da intermediario con la banda che ha rapito il nipote ed erede al trono, Charlie Boy. Affiancato da Martin Daugherty, un cronista stanco e disilluso, Billy si trova a giocare la sua partita più difficile: riuscire a ottenere il rilascio di Charlie Boy senza rivelare l'identità dei sequestratori, che conosce fin troppo bene. E soprattutto senza rinunciare a quel profondo senso morale dal quale, anche quando è stato costretto a sporcarsi le mani, è sempre riuscito a farsi guidare. Ispirato a un evento realmente accaduto, con la sua prosa serrata e il ritmo cinematografico L'ultima scommessa di Billy Phelan è forse il romanzo più riuscito di quel «ciclo di Albany» al quale è legata la fama di William Kennedy: un capolavoro del noir dal quale emerge un vivido ritratto dell'America della Grande Depressione fatta di gangster e piccoli eroi locali, epica proletaria e poetico fatalismo, in cui un trafiletto sul quotidiano locale può deviare il corso degli eventi e la scommessa fatta in un locale notturno decretare la vita e la morte.
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1
Martin Daugherty, cinquant’anni e nell’occasione segnapunti, prendeva nota di tutto mentre Billy Phelan, impegnato in una partita perfetta, camminava con l’arroganza di una giovane aquila inesperta verso il ritorno bocce, raccolse la sua palla nera a due dita, la lanciò come un giocoliere dalla mano destra alla sinistra, quindi la tenne sul palmo sinistro, come non pesasse niente. Billy strofinò il palmo e le dita della mano destra sul cono concavo di gesso nel piatto d’ottone sopra la rastrelliera delle palle, quindi tolse la polvere di troppo con un colpo di asciugamano. Si girò verso i birilli, fissando lo sguardo dove il legno della pista cambiava di colore, in un punto a sette listelli di distanza dal bordo di destra. Poi strascicò i piedi, agli occhi di Martin energia pura nelle scarpe: piede sinistro, piede destro, sinistro-destro-sinistro e scivolata, la mano destra in fuori, poi indietro, come un pendolo, mentre si muoveva, il polso che ruotava leggermente al completamento dell’arco. Il braccio, per Martin puro controllo in maniche di camicia, oscillò in avanti, e la palla avanzò quasi senza far rumore lungo la pista tirata a lucido, percorse la striscia scura del settimo listello, curvando impercettibilmente mentre si muoveva, più vistosamente mentre si avvicinava ai birilli, e colpì con forza tra il birillo centrale e il terzo, sparpagliandoli tutti in un tripudio di rotazioni e saltelli.
«Così si fa, Billy», disse Morrie Berman, che aveva scommesso su di lui, battendo due volte le mani. «Una bella spianata, una bella spianata».
«La palla fa il suo dovere», disse Billy.
Billy, smilzo e allampanato, aspettò che Bugs, il ragazzino strabico addetto ai birilli, rimandasse indietro la palla. Quando questa saltò fuori da sotto il ritorno bocce di legno, Billy la sollevò, si piazzò di fronte ai birilli della corsia 9 appena risistemati, fece una scivolata, lanciò e realizzò un altro strike: con questo erano otto di fila.
Martin Daugherty annotò lo strike sul foglio segnapunti, che non riportava nessun numero, solo i segni degli otto strike: portava sfortuna tenere il punteggio quando un giocatore fa ancora strike. Martin pensava già di dedicare la sua prossima rubrica a questa partita, a patto che Billy ce la facesse. Avrebbe evidenziato come alcuni uomini si muovevano nella melma quotidiana delle loro vite e poi, con un buon colpo, se ne liberavano e si trasformavano. Ma quel che diventavano non era il risultato di un atto improvviso, bensì il culmine di tutto ciò che avevano sempre fatto: un trionfo per lo sviluppo personale, la fine di qualcosa di generale, l’inizio di qualcosa di specifico.
A Martin, Billy Phelan, all’alba di un giovedì di fine ottobre 1938, sembrava già più specifico della maggior parte degli uomini. A trentun anni (l’età in cui Martin si era sentito definire un fallimento da suo padre) Billy sembrava un individuo compiuto.
Billy non era un giocatore di bowling mediocre: aveva una media di 185 nel torneo dei Cavalieri di Colombo, dove giocava insieme a Martin il giovedì sera. Ma non era nulla di paragonabile a Scotty Streck, che guidava la City League, la categoria più importante in città, con una media di 206. Scotty viveva con la sua palla da bowling come se fosse un terzo testicolo, e allora perché quando vide Billy e Martin che giocavano a palla 8 a un biliardo del Downtown Health and Amusement Club, l’unica sala giochi cittadina sempre aperta, niente donne, niente tornei misti, per favore, birra alla spina fino alle quattro di mattina, magari le cinque, ma niente whisky nei locali, perché la domanda di Scotty fu: Ci giochiamo qualcosa a bowling, Billy? Certo, con abbuono di venti punti, disse Billy. Te ne do cinquantacinque per tre partite, propose lo Scotcheroo. Non bastano, ma d’accordo, disse Billy, facciamo cinque dollari? Cinque dollari vanno bene, disse Scotty.
E così si disposero per giocare, con il perdente che avrebbe pagato la pista, venti centesimi a partita. La prima di Scotty fu 212. Billy mise a segno un risicato 143, con cinque split, troppo deciso sul primo birillo, rimanendo sotto di 69 punti, il suo abbuono già annullato.
Nella seconda partita Billy trovò la misura giusta e raggiunse 226. Ma anche Scotty aveva scoperto dove colpire, e realizzò 236, portando il vantaggio a 79 punti. Adesso, nell’ottavo frame dell’ultima partita, il divario si stava colmando, Scotty restava costante nel numero di spare e di doppi, ma il suo vantaggio si riduceva velocemente davanti allo sprint finale di Billy verso la perfezione.
Le voci di una possibile partita da 300, con annessa scommessa, richiamarono verso le piste nove e dieci del vecchio salone cavernoso i tiratardi al bar, gli ultimi giocatori, il gestore notturno del locale, gli addetti ai birilli del turno di notte, persino l’uomo delle pulizie, tutti ad assistere a quel prodigio. Nessuno faceva cenno a Billy della serie ininterrotta di strike: anche quello portava sfortuna. Ma era concesso parlare della scommessa: duecento dollari, tra Morrie Berman e Charlie Boy McCall, la cui importanza era tutta nell’augusta presenza di Charlie Boy, un affabile e simpatico ragazzo alle prese con una precoce pinguedine, ma pur sempre il giovane più potente in città, figlio dell’uomo che controllava tutto il gioco d’azzardo, da cima a fondo, nella città di Albany, e nipote dei due politici che guidavano la stessa città, da cima a fondo, e la contea di Albany, anche questa da cima a fondo: potentati irlandesi-americani signori del giorno e della notte.
Martin conosceva tutti i fratelli McCall, ci era andato a scuola insieme, li aveva visti crescere nel mondo e assumerne il controllo. Tutti quanti, compreso il giovane Charlie Boy, l’unico erede, vivevano ancora in Colonie Street, su Arbor Hill, dove un tempo vivevano Martin e suo padre, dove un tempo viveva Billy Phelan. Non c’era nulla che Charlie Boy non potesse avere, in qualsiasi momento, in qualsiasi posto di questa città; e quando venne nel vecchio bowling di Downtown insieme a Scotty, e quando Scotty trovò al volo Billy con cui giocare, altrettanto al volo Charlie trovò Morrie Berman, ex pappone di carnagione scura e biscazziere pronto a scommettere anche sul comportamento dei bombi. Una settimana prima Martin aveva visto Morrie nel bar di Brockley, sulla Broadway, spaccare la testa con un bicchierino da cicchetto a un tipo che gli doveva i trecento dollari persi puntando su una partita di freccette: scommetteva di brutto, Morrie, ma pagava quando perdeva e pretendeva lo stesso dagli altri. Martin conosceva la reputazione di Morrie meglio di quanto lo conoscesse come persona: un tipo che in città era stato compagno di bevute del malavitoso Legs Diamond e frequentava delinquenti. Ma Morrie non era un delinquente, a quel che ne sapeva Martin. Era il figlio di un ebreo di idee politiche radicali, nipote di un vecchio stimato sarto di Sheridan Avenue. Con Morrie l’onorevole lignaggio dei Berman era andato un po’ a ramengo.
La scommessa tra Charlie Boy e Morrie era iniziata da cento dollari ed era rimasta lì per due partite, con il denaro nelle mani di Martin. Ma quando Morrie vide che Billy aveva indiscutibilmente trovato il tocco magico alla fine della seconda partita, propose di alzare la posta di altri cento: follia, forse, perché il suo Billy era sotto di 79 punti. Be’, sì, ma con i 55 di abbuono in realtà era solo uno scarto di 24, e bisognava battere il ferro finché era caldo. Charlie Boy accettò subito il rilancio, cos’erano mai altri cento dollari?, e poi Billy si alzò e tirò otto strike, ottenebrando l’umore di Charlie Boy e suscitando brama di vendetta nell’esperta mano destra di Scotty.
Martin conosceva Scotty Streck e ne ammirava il talento ma non la persona. Basso, nerboruto, capelli a spazzola e gambe arcuate, Scotty lavorava alle officine ferroviarie di West Albany ed era nativo del quartiere tedesco di Cabbagetown, nel West End. Aveva ventisei anni e giocava a bowling da quando era grande abbastanza da sollevare una palla da bambino. A sedici anni era una stella di una precocità irreale, con una media di 195. Adesso giocava quasi ogni sera della sua vita, disputava incontri in tutto il paese e ambiva chiaramente a una fama nazionale. Ma per Martin gli mancava lo stile del campione: irruento, poco generoso con se stesso quanto con gli altri. Era stato soprannominato Scotty, cioè lo Scozzese, per l’attaccamento ai soldi: mai che scommettesse più di cinque dollari su di sé. Tuttavia la competizione lo esaltava e andava in giro accompagnato da uno scommettitore, il più delle volte il suo amico d’infanzia Charlie McCall. A prescindere da cosa facesse o non facesse, Scotty era ancora il miglior giocatore in città, e gli appassionati di bowling, di cui Albany era piena, correvano a guardare quando si piazzava davanti ai birilli.
Gli spettatori sedevano adesso su panche e sedie pieghevoli dietro l’unica partita in corso sulle vecchie piste, piste che erano state ospitate in altri due edifici e trasferite due volte prima di essere installate qui su State Street, poco più avanti della Broadway, in una vecchia scuola di danza. Erano singolari, venerabili listelli, la cui storia adesso parlava a Martin, intento a studiare la folla: uomini seduti tra carte, polvere e cicche non raccolte, immersi nella cruda incandescenza di lampadine a vista, circondati da sputacchiere; un gruppo di nottambuli in maniche di camicia e abiti cascanti, in mano bicchieri pieni di bevande sostanziose, assorti a guardare un gioco antico le cui origini risalivano a un rituale cristiano, un gioco portato in questa città secoli addietro da imprecisati...




