E-Book, Italienisch, Band 273, 258 Seiten
Reihe: Gli Iperborei
Khemiri Tutto quello che non ricordo
1. Auflage 2017
ISBN: 978-88-7091-384-2
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, Band 273, 258 Seiten
Reihe: Gli Iperborei
ISBN: 978-88-7091-384-2
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Questa è la storia di Samuel, un ragazzo che ha perso tragicamente la vita: è stato un incidente o un suicidio? Un giovane scrittore incontra tutti quelli che lo conoscevano per ricostruire attraverso le loro parole chi era veramente Samuel: l'amico speciale Vandad, ora in carcere; la Pantera, artista underground a Berlino; il grande amore Laide, attivista per le donne migranti; l'arzilla nonnina a cui la malattia sta strappando la memoria. Un appassionante puzzle di voci si compone con la suspense, i colpi di scena e le contraddizioni di un'indagine a presa diretta in cui ciascuno racconta la sua personale verità. E mentre capiamo di non poterci fidare fino in fondo di nessuno veniamo risucchiati nel ritratto commovente, esilarante e irresistibilmente umano di un ragazzo che abbraccia il mondo con la spontaneità pura di un bambino. Uno smemorato cronico alla continua ricerca di esperienze indimenticabili, che annota su miriadi di quaderni per combattere la sua paura dell'oblio. Un outsider tenero ed enigmatico, forse un poseur, forse un sognatore sfruttato dalle persone che più amava, a cui ci affezioniamo come a un amico che ci fa osservare con uno sguardo nuovo il nostro rapporto con gli altri e con la vita. Tutto quello che non ricordo è una storia d'amore e di amicizia, di tradimento e autoinganno, ma è anche un romanzo sulla perdita, sul tempo che abbiamo, sul nostro bisogno di ricordare ed essere ricordati, e sulle parole a cui ci aggrappiamo nella speranza o nell'illusione di cambiare tutto quello che è stato.
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La casa
La testa del vicino sbuca da dietro la siepe e mi chiede chi sono e cosa ci faccio lì.
*
Benvenuto. Accomodati. Rilassati. Non devi aver paura, giuro. Basta che premi il pulsante d’allarme e arrivano in trenta secondi.
*
Il vicino si scusa, mi spiega che dopo tutto quello che è successo è normale che siano diventati un po’ sospettosi con gli estranei.
*
Avevo anche un’immagine precisa di come doveva essere questo posto. Cioè, sai, un po’ come nei film. Spesse sbarre d’acciaio, una latrina lurida nell’angolo, letti a castello e docce avvolte nel vapore dove bisogna stare attenti a non far cadere per terra la saponetta. Credevo di dover andare in giro con una lametta da barba in bocca ventiquattr’ore su ventiquattro, sempre all’erta. Ma lo vedi anche tu. Sembra più un ostello. La gente è tranquilla. I bagni sono puliti. C’è perfino un laboratorio dove si possono fare dei lavoretti in legno. Sono stato fortunato a finire qui.
*
Il vicino mi invita a entrare per un caffè, percorriamo insieme il sentiero di ghiaia, chiude la porta dello studio e accende il bollitore in cucina. Che tragedia, dice scuotendo la testa. È un’incredibile tragedia, quello che è successo.
*
Ancora due mesi e tre giorni. Ma non mi lamento. Non ci penso più di tanto. Me la passo abbastanza bene. Ok, è parecchio tempo, ma almeno non devo preoccuparmi di come fare per l’affitto. Cosa vuoi sapere? Comincio da come ho conosciuto Samuel? Vuoi la versione lunga o la corta? Scegli tu. Ho tutto il tempo che vuoi.
*
Il vicino tira fuori delle tazze bianche e mette qualche biscotto Ballerina su un piattino. Ha parlato con qualcun altro? mi chiede. Nel quartiere girano così tante voci. Certi dicono che Samuel era depresso e lo progettava da tempo. Altri che è stato solo un incidente. Alcuni danno tutta la colpa a quella ragazza con cui stava, com’è che si chiamava? Laida? Saida? Ah, sì: Laide. E altri ancora dicono invece che sia colpa di quel suo amico grande e grosso, quello che adesso è in prigione, quello che farebbe qualsiasi cosa per soldi.
*
La prima volta che ci siamo incontrati era il febbraio del 2009. Stavo facendo dei giri con Hamza. Era venuto a sapere che una certa persona era a una festa in casa nel quartiere di Liljeholmen. Ci andammo, suonammo il campanello, e la ragazza che ci aprì non fece in tempo a richiudere la porta che Hamza aveva già infilato il piede nella fessura, attaccando con la solita storia che conoscevamo l’amico dell’amico di qualcuno ed eravamo lì per l’inaugurazione del suo nuovo appartamento. Alla fine ci fece entrare al caldo.
*
Il vicino versa il caffè nelle tazze, mi porge il piattino con i biscotti e dice che non conosceva Samuel particolarmente bene. Sua nonna, invece, sì. È inevitabile quando si è vicini di casa per vent’anni. Ci salutavamo sempre quando ci incrociavamo giù alle cassette della posta. Ci si chiedeva come andavano le cose, si commentava il tempo. Una volta siamo rimasti a parlare a lungo dei pro e dei contro dell’istallazione di una pompa di calore geotermica. Era una donna simpatica. Onesta e diretta, caparbia e con una grande forza di volontà. È davvero un peccato che sia andata a finire così.
*
Entrai con Hamza in quel lussuoso appartamento. Passammo da una stanza all’altra annuendo alla gente che abbassava lo sguardo sul parquet invece di salutarci. Mi chiedevo che cosa ci facessimo in quel posto, perché nessuno lì aveva la faccia di quelli che facevano affari con Hamza. I ragazzi erano in giacca e le ragazze in pantofole, il frigo aveva un display digitale e la funzione per il ghiaccio. Pensai che ce la saremmo sbrigata alla svelta, Hamza doveva solo trovare la persona giusta e fare quello che andava fatto, e io rimanere al suo fianco per far capire all’interessato che non era il momento di mettersi a discutere.
*
Il vicino beve un sorso di caffè e piega la testa indietro per deglutire. L’ultima volta che ho visto Samuel? Quando è venuto a prendere la macchina. Me lo ricordo come se fosse ieri. Era un giovedì mattina, la notte era piovuto ma poi aveva smesso. Ero qui seduto ad ascoltare la radio quando ho visto qualcuno aggirarsi intorno alle cassette della posta. Mi sono alzato e sono andato alla finestra per vedere meglio.
*
In soggiorno c’era della musica. Gli invitati ballavano tutti garbati come manichini. Sorridevano come gli omini della Lego. Ma in mezzo a loro c’era Samuel. E la prima cosa che pensai è che avesse un attacco epilettico. Era come se vibrasse al ritmo della musica. Poi cadde in ginocchio e si mise a rimbalzare come un chitarrista. Poi cominciò a scuotere la testa da una parte all’altra come una campana. Mancavano ancora due ore a mezzanotte e lui ballava come se quella fosse l’ultima-barra-migliore canzone del mondo.
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Il vicino si alza e si affaccia alla finestra. Ero qui. Esattamente qui. Erano le nove meno venti. Ho puntato gli occhi sulle cassette della posta. Tenevo in mano il telefono. Se fosse stato un estraneo, sapevo chi chiamare. Ma ho visto subito che era Samuel. Risaliva il sentiero di ghiaia con in mano il giornale di quartiere e qualche volantino pubblicitario. Era in giacca e camicia sotto l’impermeabile sbottonato. Camminava piano, lo sguardo fisso a terra.
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Hamza andava avanti e io lo seguivo. Trovammo il tipo che cercava, ci fu una breve conversazione, un passaggio di banconote, tutto filò liscio. A missione compiuta, Hamza volle farsi un goccetto. Andammo in cucina. Lui preparò due cocktail per sé e uno per me. Si scolò il primo e tremò tutto, come un cartone animato. Poi rimanemmo lì fermi e zitti. Nessuno parlava con noi. Noi non parlavamo con nessuno. Ogni tanto la ragazza che dava la festa buttava un’occhiata in cucina per controllare che non fregassimo niente.
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Il vicino punta un indice storto. Vedi quella betulla? Si è fermato lì. Ha alzato lo sguardo verso le fronde carbonizzate e la casa bruciata. Ricordo di aver pensato che sembrava più pallido del solito. Ha sollevato una mano e si è dato uno schiaffetto, come per svegliarsi, o forse consolarsi.
*
Dopo qualche minuto Samuel entrò in cucina insieme a una ragazza con una leggera peluria sulle labbra. Lui aveva le ascelle pezzate, lei era vestita con una coperta rossa senza buchi per le braccia. La ragazza stava parlando dei piani per la serata, potevano andare a ballare al Reisen e un dj li aveva messi in lista al Grodan e poi una chiamata «Carla la Calda» dava una festa a Midsommarkransen. Samuel annuì e si riempì il bicchiere. Era magro come un chiodo, fu la prima cosa che pensai. Hamza andò in bagno. Io rimasi lì. Era il momento giusto per dire qualcosa. Potevo semplicemente allungare la mano e presentarmi come fanno tutte le persone che si incontrano alle feste. Come va? potevo dire. Tutto a posto? Com’è che conoscete la padrona di casa? Chi è che suona al Reisen? Dov’è di preciso la festa di «Carla la Calda»? Invece non dissi niente. Rimasi lì impalato a pensare che avrei dovuto dire qualcosa. Perché allora non ero così abituato a sentire la mia voce come adesso.
*
Il vicino torna a sedersi e si versa altro caffè. È passato un quarto d’ora. Quando Samuel è uscito di casa aveva con sé una borsa di plastica così piena che sembrava che i manici dovessero rompersi. L’ha infilata nel bagagliaio e stava per mettersi al volante quando mi ha visto. Ha alzato la mano per salutarmi.
*
L’amica di Samuel uscì a fumare. Lui cominciò ad aprire e chiudere i cassetti della cucina.
«Non sai per caso dove sono i coltelli?» mi chiese.
Gli indicai la coltelliera.
«Grazie.»
Prese un’anguria dal portafrutta, la tagliò a metà e mi domandò se ne volevo un pezzo. Io annuii. Poi fece un giro per la cucina distribuendo pezzi di anguria a tutti quelli che ne volevano.
«Questa festa è una tristezza», disse quando tornò indietro.
Io annuii di nuovo.
«Poi voi andate da qualche altra parte?»
Scrollai le spalle.
«Ti va di provare una cosa? To’ – ficcaci dentro una mano.»
Mi passò l’altra metà dell’anguria. Mi chiesi se ci stava con la testa.
«È una figata, te lo giuro. Prova!»
«Perché?» faccio io.
«Te ne ricorderai.»
E senza sapere davvero il perché, allungai una mano e l’affondai nell’anguria.
«Allora? Fa impressione, eh? Una figata. Adesso tocca a me.»
Non sentivo niente di speciale. Qualcosa di umido. E croccante. Tirai fuori la mano e lui infilò la sua. Gli altri in cucina ci guardavano come se avessimo pisciato nel lavandino. Ma Samuel continuava a sorridere e chiese se volevano provare anche loro.
«Ve ne pentirete», disse quando scossero la testa.
*
Il vicino di casa sospira....




