E-Book, Italienisch, 421 Seiten
Reihe: Frontiere
Koch Un anno vissuto pericolosamente
1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-5649-175-9
Verlag: Mattioli 1885
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 421 Seiten
Reihe: Frontiere
ISBN: 979-12-5649-175-9
Verlag: Mattioli 1885
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Christopher John Koch (1932-2013) è stato un romanziere australiano, diventato popolare in seguito alla pubblicazione del romanzo Un anno vissuto pericolosamente, da cui è stato tratto l'omonimo film di Peter Weir del 1982. Koch vinse per ben due volte il Miles Franklin Award (nel 1985 con The Doubleman e nel 1996 con Highways to a War). Nel 1990, la University of Tasmania gli ha conferito il titolo onorario di Doctor of Letters, il più alto riconoscimento accademico nel campo delle lettere. Nel 1995 è stato inoltre insignito del titolo di Officer of the Order of Australia, per il suo contributo alla letteratura australiana.
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Seconda Parte
Patet Sanga: Acqua dalla Luna
Dieci
Siamo giunti alla fine di giugno.
In questo periodo dell’anno, il monsone nordoccidentale carico di pioggia se n’è andato da tempo e a Giava domina il monsone sudorientale. Con il passare dei mesi, il caldo secco e costante che si porta appresso dai deserti australiani, attraverso Timor e il mare di Giava, cresce di intensità ed è in queste notti del monsone secco che gli schermi del wayang kulit, gli spettacoli delle ombre, si illuminano in tutte le campagne.
Interi villaggi restano svegli fino all’alba a osservare le adorate sagome saltabeccanti, persi in antichi sogni di Ramayana e Mahabharata. Applaudono alle vittorie dell’eroe Arjuna; ridono di gioia quando riconoscono l’ingresso del Nano Semar e dei suoi sgambettanti figli pagliacci. E, in sottofondo, la cascata di campane e gong della musica gamelan si spiccia e corre e si ferma e riprende a correre, come i torrenti di montagna di Giava, mentre la voce profonda e rassicurante del dalang spiega tutto ciò che accade in quei regni perduti del cuore giavanese.
Lui è più di un burattinaio e questi sono qualcosa di più di burattini: le loro ombre sono anime. Accovacciato sotto una lampada che riempie lo schermo di luce imperitura, il dalang è Dio e lo schermo è il Paradiso. Le marionette dorate e dagli abiti sontuosi di Sinistra e Destra sono tutte nelle sue mani e chi può dubitare del trionfo del Wayang della Destra? Sul lato opposto dello schermo illuminato, vengono viste come ombre di filigrana, sagome, e quello è il lato su cui sedersi, se sei un vero amante del wayang.
Molti si siedono sul lato del dalang e lo guardano lavorare, ma chi, a eccezione dei mondani, vorrebbe osservare il macchinario degli dei? Quelle persone vedono semplicemente uno spettacolo di marionette. No, il lato delle ombre è il lato magico in cui gli spiriti ancestrali dai profili nervosi, simili a insetti, complessi come merletti, si inchinano e combattono e fanno l’amore o assumono dimensioni gigantesche o svaniscono. Lì si viene davvero trasportati nel Regno di Dwarawati, la terra di tutte le cose buone, attraverso il lungo sogno della notte del wayang, una notte divisa in tre fasi: sciocca giovinezza, mezz’età (quando un uomo cerca la via giusta) e serenità della vecchiaia, dopodiché la sontuosa alba color salmone dell’equatore mette fine a tutto per i paesani dagli occhi sbarrati.
Billy Kwan, come gli spettatori degli spettacoli del wayang, spesso restava sveglio in quelle notti dei monsoni secchi. Soffriva di insonnia ed era sua abitudine aggirarsi per Giacarta fino all’alba, a bordo del suo scooter oppure a piedi, sfidando il coprifuoco. Al tempo, nessuno di noi lo sapeva, ma nei dossier tali peregrinazioni notturne vengono attestate. Voci relative al 30 giugno appaiono nei dossier sul presidente Sukarno e su una donna indonesiana che Kwan chiama semplicemente ‘Ibu’.
dossier: i 22: ibu
Età approssimativamente 28. Sondanese, nativa del villaggio di Krawang, Giava Occidentale. Marito sparito. Una figlia di otto anni; un maschietto appena nato, Udin.
30 giugno
Incontrato soggetto stasera in Pasar Baru: non frequenta più area davanti a Hotel Indonesia.
Diversi volte il soggetto ha provato a chiedermi l’elemosina, ma io non ne ho voluto sapere. Non gliel’ho fatta né ho cessato di seguirla. L’ho seguita per un’ora malgrado la sua angoscia e le sue manifestazioni di rabbia. Sapevo che alla fine si sarebbe ritirata nel suo kampong ed ero determinato a entrare in casa sua…
Ed eccolo che arriva, a bordo di un betjak nell’oscurità angosciosa della Città Vecchia in giugno: un australiano-cinese dal testone, con una sgargiante camicia hawaiana, una telecamera dentro una malconcia custodia di cuoio appesa al collo. Porta sulla testa il simbolo nazionale indonesiano: il cappello di Sukarno che ha rubato a Wally. C’è un gran strombazzare di clacson: lui viene sospinto tra sciami di biciclette lungo la Jalan Antara, oltre l’ufficio di Hamilton, fino all’ingresso del Pasar Baru, dove il giovane e sorridente conducente del betjak si arresta.
Kwan lo paga e si infila nell’affollato pasar, che è il più grande della città, dove nascono i principali pettegolezzi e dove si dice che il presidente Sukarno se ne vada a zonzo in incognito di notte, immergendosi nella folla che ostruisce il lungo vicolo tra i vecchi palazzi olandesi e cinesi, con i loro arditi tetti a spioventi e i loro muri di lugubre stucco. Il testone con il pitji nero fa su e giù sotto tendoni grigio pallido simili a vele, sotto sciami di fioche lampadine. Billy punta lo sguardo da una parte e dall’altra, come se stesse cercando qualcuno.
Di fronte a una bancarella di occhiali da sole e pettini da due soldi staziona un’alta e matura giavanese che tiene per mano una bimbetta. Sorride a Billy e fa l’occhiolino.
Ha i capelli raccolti nello chignon tradizionale, tenuto fermo da un pettine. La sua silhouette, con il kain attillato che le lambisce le caviglie e il kebaya a maniche lunghe, è statuaria, ma il suo viso è decisamente bruttino, equino, con lunghi denti anteriori. Ha un’aria rispettabile, al pari di molte donne giavanesi abbigliate nel modo tradizionale, che rende particolarmente incongruo quel suo occhiolino in stile occidentale. Quando Kwan la guarda nuovamente, fa ancora l’occhiolino e fa un brusco cenno con il capo per indicargli di seguirla.
Lui la segue.
Dietro la facciata esteriore della Vecchia Giacarta, c’è una seconda città, una città segreta. Consiste in dedali di case di canne e paglia, dal pavimento in terra battuta, e in assurde baracche di latte di petrolio appiattite e cartone, che si estendono come una proliferazione batterica lungo i canali. È il sistema nascosto dei kampong, dove un uomo ha la possibilità di andarsene in giro per tutto il giorno senza farsi vedere dalla città ufficiale.
Privi di acqua pulita, fogne o elettricità, questi intricati bassifondi, che la gente chiama paese, hanno il loro semplice governo, i loro negozi al minuto, persino le loro scuole elementari. In genere, è considerato una follia che un europeo si avventuri in un kampong di notte, per quanto gente come Curtis, a caccia di prostitute, lo abbia fatto. Prostitute e piccoli delinquenti in effetti si annidano nei kampong, ma buona parte delle persone che vivono qui sono poveracci rispettabili – conduttori di betjak, piccoli commercianti, impiegati – che sono un gradino sopra quei senzatetto che dormono lungo le sponde dei canali.
È in una zona di questa città segreta che Billy Kwan segue la donna dell’occhiolino, superando il lago oscuro del kampong grazie a un oscillante ponte sospeso su un canale. Lei ha rinunciato all’intenzione di chiedergli soldi o di mendicare da lui e ha cessato di fare l’occhiolino e di sorridere. Al contrario, indicandogli di allontanarsi con segnali rabbiosi e furtivi, si affretta ulteriormente, trascinando la bambina lungo un passaggio pedonale di assi da cui si accede a una fangosa terra di nessuno. Conosco il posto. I tetti di paglia e lamiera sono bassi e le costruzioni talmente interconnesse da lasciare esterrefatti: è una sorta di quartiere popolare per nani.
E il nano Billy la segue lungo il passaggio pedonale. Ci sono uomini chini sulle carte alla luce di una candela, davanti a una baracca; scrutano la sua macchina da presa, ma non lo infastidiscono. Uno, che indossa un malconcio cappello di paglia, una canottiera e pantaloni corti, gli dice in tono canzonatorio: “Mau main, bung?” e gli altri ridono. Il tintinnio di una radio in un punto imprecisato irradia musica gamelan sotto le risate di donne invisibili. Si avverte un odore di qualcosa che frigge in olio di cocco. Le ombre degli uomini, proiettate contro la parete di stuoie di palma dalla luce della candela, sono enormi, spiccate e bizzarre: si piegano e ondeggiano come i babau dei bambini al passaggio di Kwan.
La donna si ferma davanti a una serie di baracche e, senza riportare lo sguardo su Kwan, si china ed entra. Billy la segue, togliendosi il pitji nero.
La baracca, che consta di una sola stanza, è illuminata da una lampada a olio di palma e al suo interno non c’è nessun altro, per quanto vi sia traccia della presenza di qualcuno. Il dossier di Billy la descrive minuziosamente: il cappello di paglia di un uomo su una cassa, sopra una camicia sgualcita; due dei letti di bambù chiamati balai-balai; un basso tavolo di legno su cui si trovano vecchie lattine di burro usate per cucinare e alcuni mestoli ottenuti da gusci di noci di cocco. La bambina si siede sul suo balai-balai, con lo sguardo fisso su Billy. La donna, ignorandolo, si inginocchia su una stuoia di foglie intrecciate di pandanus che copre il pavimento in terra battuta, infila una mano in una cassa da imballaggio zeppa di fasce sporche e ne estrae un neonato che dorme. Se lo tiene in grembo. Non emette un suono.
Billy, dopo essersi inginocchiato, tira fuori una grossa mazzetta di rupie e gliela porge. Dapprima, lei non se ne cura. È evidente che la somma per lei risulta sconcertante più che eccitante: l’equivalente di una ventina...




