Korneliussen | La valle dei fiori | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 251 Seiten

Reihe: Narrativa

Korneliussen La valle dei fiori


1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-7091-855-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 251 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7091-855-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Vive a Nuuk, la capitale della Groenlandia, è giovane e ribelle, ha una ragazza che la ama e un futuro che l'attende in Danimarca, dove sta per iniziare l'università. Eppure si sente troppo grossa, troppo scura, troppo diversa dai compagni di studio, e mentre tutti a casa credono che stia spiccando il volo verso la desiderata libertà, lei sprofonda in un disagio che in realtà ha sempre avvertito, un senso di inadeguatezza e vertiginosa solitudine, un bisogno bruciante di amore unito a una paura di deludere e di donarsi con cui finisce per far male agli altri quanto a se stessa. Un malessere che da bambina la portava a nascondersi sul Monte Corvo, nella tana di uno «spirito della montagna», e che prende il sopravvento quando un lutto la conduce nella natura maestosa della Groenlandia orientale, fino a una valle di fiori di plastica, piena di croci anonime e dimenticate. Così finiscono i tanti giovani inuit che ogni anno si tolgono la vita, nel silenzio del sistema e delle loro stesse famiglie - un tabù di cui nessuno vuole parlare. Inesorabile come una bomba a orologeria, La Valle dei Fiori racconta in presa diretta, attraverso la voce cruda, fresca, ironica, ma sempre più concitata e furente della protagonista, il tracollo psicofisico di una ragazza che sente il mondo chiudersi su di lei finché non riesce più a stare nel proprio corpo. Un racconto di una schiettezza feroce che si fa potente poesia, urgente e autentico quanto difficile da dimenticare, un romanzo che va dritto al cuore dell'odierno dibattito sull'identità dando voce ai groenlandesi del XXI secolo, cresciuti in una società di matrice coloniale e smarriti ai margini dell'Occidente globalizzato.

Niviaq Korneliussen (1990) è un'attivista e una scrittrice queer, considerata la voce della Groenlandia all'estero, una delle poche a essere tradotte e pubblicate fuori dal paese. Scrive in groenlandese e in danese. Ha esordito con HOMO sapienne, un ritratto generazionale in cui esplora omosessualita? e identita?, argomenti completamente nuovi per la letteratura locale, tradotto in 15 lingue. La valle dei fiori è il suo primo libro pubblicato in Italia.
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Tu


30. Tua nonna ti ha trovato in camera tornando a casa. I mobili di quella stanza sono stati rimossi, la parete è stata ripulita dal sangue, ma ne aveva assorbito molto. Tua nonna passa le notti a pensarci, a pensare al tuo sangue, il sangue della tua carne, rimasto impresso sul lato destro del letto, che ora ha spostato a sinistra. Guarda fotografie in cui eri felice e prova a ricordarti così, e non sa se è più arrabbiata perché le hai rovinato per sempre la casa o perché l’ultima immagine che ha di te è la tua testa senza volto.

Il cielo è limpido, e l’ è immenso. La maggior parte dei passeggeri proviene dalla Groenlandia orientale, mi ricordano Navarana. Eppure la cabina è silenziosa, nessuno alza la voce, tutti parlano piano tra loro o guardano il ghiaccio fuori dal finestrino. La donna seduta accanto a me, che avevo scambiato per un uomo, inizia a togliermi dei pelucchi dai vestiti. Mi sforzo di fare una risatina. Tiro su il cappuccio della felpa e la donna mi dà un colpetto per farmi vedere che l’ha fatto anche lei, poi mi dice qualcosa in groenlandese orientale, non riesco a capire. Dopo un paio di tentativi ridiamo entrambe del fatto che non riusciamo a comunicare. Lei tira fuori il telefono e apre la videocamera, lo tiene sollevato davanti a noi e mi si avvicina, tanto che sento l’odore della sua pelle salata. Fa un grande sorriso e mi chiede di imitarla, scatta un paio di foto e annuisce soddisfatta. La costa orientale della Groenlandia appare in vista ben prima che la raggiungiamo. L’ho sorvolata un’infinità di volte, con quegli aguzzi monti azzurrini che mi danno il benvenuto o mi dicono arrivederci. Non sembrano più grandi quando li si osserva da vicino, però hanno un’aria più maestosa e placida. La hostess distribuisce caramelle e la donna accanto a me ne prende una manciata generosa, mi apre la mano e me ne piazza due sul palmo. Io le metto in bocca, così mi ritrovo a succhiarne tre. Anche lei se ne infila in bocca tre e si mette a ridere, sbavando un poco. Indica il finestrino dicendo qualcosa in groenlandese orientale, forse stiamo per atterrare. Socchiudo gli occhi mentre scendiamo di quota, tutto è coperto di neve, i dettagli svaniscono e mi viene un colpo quando all’improvviso atterriamo sulla superficie bianca. Il piccolo aeroporto di Kulusuk puzza di merda, mi affretto a uscire e accendo una sigaretta, poi inizio a guardarmi in giro. Il mal di testa mi stringe in una morsa dagli occhi alla nuca, è colpa di tutto questo bianco. Impiego qualche secondo per capire che sto guardando una gigantesca parete di neve proprio di fronte a me. Tre o quattro o cinque metri di neve spalata e ammonticchiata per consentire il passaggio alle auto e alle slitte trainate dai cani. Un lungo sentiero ricavato nella neve che mi ricorda un po’ quello aperto da Gesù, o almeno credo, quando divise il mare in due. E all’improvviso le vedo, oltre il sentiero, a molti chilometri da lì. Le montagne di Tasiilaq. Sovrastate da un cielo dai colori pastello. Rosa, azzurro.

Mezz’ora sembra passare in cinque ore, il tempo scorre diversamente a Kulusuk. Cammino avanti e indietro fuori dall’aeroporto, ascolto i discorsi della gente. C’è un uomo brillo con una lattina di birra in mano che parla con i groenlandesi dell’ovest e i danesi di passaggio. È un gran chiacchierone, risponde a tutte le domande che gli vengono poste per poi cercare di piazzare i suoi . Poi chiede se nessuno ha bisogno di un taxi, e indica i suoi cani. Lo ascolto di nascosto. Dice che a Kulusuk c’è solo il servizio navetta dell’hotel, e che il villaggio è molto lontano dall’aeroporto. Racconta che lì una volta vivevano centinaia di persone, ma ora la maggior parte delle case è vuota. Spiega come leggere il cartellone con su la mappa della zona, quanto dista Tasiilaq. Racconta dell’enorme caverna di ghiaccio nei pressi del villaggio. A sentirlo parlare sembra ci siano migliaia di attrazioni incredibili, e sono ammirata dalla sua capacità imprenditoriale a fronte di quanto poco ci sia da vendere qui. A me pare che ci siano solo neve e montagne, e lì in mezzo un instancabile venditore all’opera davanti a un aeroporto. Gli lascio una sigaretta prima di rientrare. Lui chiede se può avere l’intero pacchetto, io gli lascio altre due sigarette. Non appena il carrello dell’elicottero è in aria, la mia claustrofobia svanisce. Sono seduta di fianco a un omone, siamo molto stretti, le mie cosce toccano le sue. Tiro in dentro la pancia e tendo tutti i muscoli per addossarmi il più possibile alla parete, ma non serve a nulla. Noialtri abbiamo delle enormi cuffie antirumore, mentre l’omone ha solo gli airpod. Gli guardo le mani scure, lo sporco sotto le unghie, e penso a chi e cosa abbiano toccato. Poi noto il paesaggio fuori. Da grigioblu, il mare diventa di un blu profondo. Ed ecco apparire un immenso mare di ghiaccio spaccato. Migliaia di pezzi di ghiaccio piatti e bianchi come il gesso ricoprono una vasta baia formando un inestricabile labirinto mobile. Ricordo che una volta, dopo un breve viaggio a Tasiilaq, disse che in questa baia si era sentita imprigionata, che le montagne erano troppe, troppo alte, e che una volta arrivati si aveva l’impressione di non poterne più uscire. Le aguzze cime innevate spuntano l’una dopo l’altra circondando l’intera baia. I versanti ripidi sono senza neve e hanno lo stesso colore blu-nero dei corvi, i profili appaiono così nitidi e dettagliati che fatico a capire come tutto questo possa essere reale. Trattengo il respiro e tolgo le cuffie antirumore per assorbirlo meglio. L’omone di fianco a me sta ascoltando dei Kelly Family. Non gli si addice, e poi andava di moda vent’anni fa. Di colpo mi viene in mente un’altra cosa che aveva detto , che la Groenlandia orientale è indietro di almeno vent’anni. Rilasso i muscoli. Ormai sono a stretto contatto con l’uomo, coscia contro coscia, e mi verrebbe voglia di appoggiare la testa sulla sua spalla, di condividere con lui questa esperienza. L’elicottero vira, compare la città. Sono stupita di quanto sia grande. Si trova sul bordo esterno della baia, nascosta dal mare aperto a sud. Una prigione, direbbe . Un paradiso segreto e protetto.

Mentre raggiungo a piedi il piccolo eliporto vedo attraverso il vetro una serie di sguardi puntati su di me. Hanno tutti gli stessi occhi di Maliina, ci metto un po’ a trovare i suoi. Ha l’aria eccitata. Appena metto piede dentro lei mi balza incontro e mi cinge il collo con le braccia. La spingo di lato per liberare il passaggio e le annuso il collo. Rimaniamo così a lungo, e quando riapro gli occhi mi rendo conto che ci sono ancora molti sguardi puntati su di noi.

«È la tua famiglia?» sussurro.

«Sì, hanno insistito per accompagnarmi, non sono riuscita a farli desistere», sussurra lei, e protende le labbra per baciarmi.

Le do un bacino secco. Mi presenta per prima sua madre. Tendo la mano, ma lei la ignora e mi abbraccia vigorosamente, tenendomi avvinghiata per un’eternità. Non ho idea della forza con cui dovrei abbracciarla, quindi stringo debolmente, poi forte, poi tento una via di mezzo e poi, quando penso che stia per mollare la presa, la allento anch’io, ma visto che non la molla continuo a stringerla finché lei non mi lascia andare.

«»,1 dicono tutti sorridendo, suo padre e due donne, zie paterne o materne o qualcos’altro, e mi abbracciano tutti.

I bambini mi sorridono, non so come si abbraccino i bambini, quindi mi limito a sfiorargli la testa con il naso. Mi guardano in modo strano e ridono, e io rido con loro.

«Condoglianze», dico quando mi viene in mente il vero motivo per cui mi trovo qui.

Tutti guardano per terra, annuendo, e ho l’impressione di aver detto qualcosa di sbagliato perché cala un silenzio che nessuno di noi sa rompere.

«Andiamo!» dice a un tratto la madre di Maliina, e ci avviamo tutti seguendola.

Sono fuori dall’eliporto, dietro a Maliina, e la tengo per un lembo della giacca per evitare di ritrovarmi improvvisamente in mezzo a un branco di estranei. I bagagli vengono consegnati da una ruspa e la famiglia di Maliina si offre con entusiasmo di portarmi la valigia fino a un taxi con delle grosse catene da neve. Entro in macchina e il padre di Maliina chiude la portiera dietro di me, che però non funziona. È mezza rotta, spiega il tassista, bisogna darle un calcio, e gliene dà uno così forte da farmi fischiare le orecchie.

«La tua famiglia non viene con noi?» chiedo a Maliina, che si è seduta accanto a me.

«No, vanno a piedi.»

«Ma quindi hanno fatto tutta questa strada a piedi per niente?»

«Non l’hanno fatta per niente, avevano piacere di conoscerti.»

«Ma non gli ho detto nulla, non ho aperto bocca.»

«Non fa niente, e poi li andiamo a trovare più tardi. Ora vorrei averti un po’ tutta per me.»

«Quella era la tua zia paterna, la madre di tua cugina?» chiedo.

«No, era la sorella di mia madre. L’altra zia è a casa nostra, magari la conoscerai dopo.»

Superiamo la famiglia di Maliina e saluto tutti con la mano. Lei sprofonda nel mio...



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