Kristensen | Operazione Fritham | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, Band 243, 336 Seiten

Reihe: Gli Iperborei

Kristensen Operazione Fritham


1. Auflage 2015
ISBN: 978-88-7091-400-9
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, Band 243, 336 Seiten

Reihe: Gli Iperborei

ISBN: 978-88-7091-400-9
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Maggio 1942, sull'Artico splende il sole di mezzanotte quando due navi alleate si avventurano tra i ghiacci. Un piccolo gruppo di minatori norvegesi e due ufficiali inglesi, soli, inesperti e male equipaggiati, si lanciano alla riconquista delle isole Svalbard, il luogo abitato più a nord della terra, ora in mano tedesca. Ha inizio così l'Operazione Fritham, una missione impossibile eppure voluta da Londra: un fallimento, un bagno di sangue. Cinquant'anni dopo i reduci di entrambi i fronti si ritrovano alle Svalbard per ricordare e riconciliarsi, ma c'è chi è deciso a scoprire la verità: che cosa c'era dietro quella spedizione e il suo tragico fallimento? Chi sapeva? Chi ha tradito? Con l'aiuto di un giovane storico, l'ispettore Knut recupera l'indagine di un coraggioso poliziotto dell'epoca, che nel clima claustrofobico dell'occupazione tedesca, tra soldati, spie, ribelli e collaborazionisti, si è battuto per proteggere i civili inseguendo un pericoloso assassino. Un omicida che non è mai stato trovato e ora si nasconde tra i veterani, e le cui tracce conducono nella terra di un indomito popolo lappone, dimenticato da chi ha scritto la Storia. Monica Kristensen racconta un volto inedito delle Svalbard, ricostruendo il loro ruolo strategico, sul fronte tra Russia e Germania, durante il secondo conflitto mondiale. Sullo sfondo della maestosa natura polare, tra città minerarie abbandonate e i ghiacci mobili dei fiordi, una doppia indagine intorno alla guerra e alla resistenza si addentra nell'avventura umana di un giovane soldato che ha imparato a uccidere per sopravvivere, e non ha più saputo usare altro mezzo.

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1. La cappella


I due uomini erano sdraiati su una piccola altura con vista sulla cappella. La sera era appena all’inizio, ma la luna splendeva già pallida sul paesaggio deserto, coperto di neve e di ombre. Qua e là affioravano i rami neri di qualche arbusto gracile, sofferente per mancanza di luce e nutrimento, spuntato troppo a nord per crescere in condizioni ottimali.

La cappella era poco più che una capanna di tronchi con due strette finestre, quasi due fenditure, su entrambi i lati della porta d’ingresso. Dall’interno raggi di luce cadevano sulla neve. L’edificio sembrava vecchio, e lo era. Un camino di pietra grezza spuntava dal tetto, sul cui colmo era inchiodata una croce di legno, alta e un po’ pendente, rozza e consumata. Dal camino saliva un fumo bianco. Più di un’ora prima, due figure – un uomo alto con uno zaino e un bambino – erano arrivate dal sentiero quasi invisibile. Un’auto era parcheggiata poco lontano.

Gli uomini sulla collinetta battevano i denti nelle uniformi sporche e consunte. Sognavano l’interno caldo della capanna, qualcosa da bere e da mangiare. Ma non osavano lasciare il loro posto d’osservazione e farsi vedere. Non ancora. Non prima che fosse completamente buio, e di essere sicuri che non sarebbe arrivata altra gente.

Era l’inizio di marzo del 1941. Entro poche settimane, dall’altra parte della frontiera, molte miglia a sud della gelida tundra russa, si sarebbero combattute grandi battaglie. Avrebbero causato tanti morti che i cadaveri sarebbero stati abbandonati sul campo, tra i tronchi radi delle foreste di pini, accanto alle case bruciate e alle chiese devastate. A breve gli amici sarebbero diventati nemici e avrebbero smesso di guardarsi come si guarda un altro essere umano. I soldati di entrambi i fronti avrebbero dimenticato perché combattevano. Nessuno sarebbe uscito vincitore da quel conflitto che sembrava avere un solo scopo: restare vivi fino al giorno dopo.

Ancora più a sud era in corso la pianificazione e la costruzione degli insiemi di baracche e bunker di cemento che più tardi si sarebbero chiamati Auschwitz, Sachsenhausen, Dachau e Lublino. Ma a nord la macchina da guerra russa avrebbe resistito, sopportando l’insopportabile, incassando colpo su colpo. E rispondendo con la stessa ferocia.

I due uomini sulla collinetta non sapevano niente di quelle cose. Erano disertori, anche se non pensavano a se stessi in quei termini. Dopo tutto erano norvegesi, di Gjøvik. Fuggiti da un distaccamento tedesco che operava dietro le linee nemiche, tiratori scelti formati direttamente nel quartier generale di Berlino. Dovevano far parte di un corpo d’élite, ma poi le cose erano andate diversamente. E si erano ritrovati lì, lontani da tutto, su un’altura di Pasvik in mezzo a un paesaggio deserto e sconosciuto. In fuga dai russi, dai finlandesi, dai tedeschi e dai norvegesi, mal vestiti e mezzi morti di fame e di freddo.

Non era così che si erano immaginati il loro ritorno a casa. Il padre era un poliziotto. Uomo arrogante quanto ingenuo, aveva conquistato rapidamente la fiducia degli occupanti, che si erano rivelati quasi subito gente ordinaria, interessata solo a procurarsi più vantaggi possibili. Ma i due figli subivano il disprezzo dei compaesani, anche se nessuno osava esprimere apertamente la propria avversione.

Ottar, il maggiore, era un ragazzo ambizioso e voleva fare carriera. Convinto che i tedeschi avrebbero vinto la guerra, stimava prudente stare dalla loro parte. Il fratello Niels era gentile e docile e non aveva progetti particolari. Così avevano finito per arruolarsi entrambi in una divisione norvegese destinata a formare un corpo d’élite delle SS. Si erano visti balenare davanti agli occhi denaro, onore e una carriera folgorante. Il primo ministro Vidkun Quisling in persona aveva passato in rassegna le file di giovani volontari, accorsi a portare un primo contributo alla lotta tedesca contro i bolscevichi. Solo la madre si era sciolta in lacrime.

«Devi proprio portarti dietro anche Nils?» aveva domandato con voce implorante. «Ha solo diciassette anni!» Sempre la stessa storia. Il povero Nils, il cocco di mamma. Come se non potesse mai far niente di male, mai avere una colpa. Ma Ottar voleva bene al fratello di due anni più giovane. Arruolarsi senza di lui non avrebbe avuto molto senso. E Nils si lasciò prontamente convincere ad accompagnarlo nella grande avventura. Ovunque Ottar fosse andato, lui lo avrebbe seguito.

All’inizio tutto era filato come previsto. Il viaggio a Oslo, l’incontro con gli altri volontari, la cerimonia all’Ippodromo cui aveva partecipato Heinrich Himmler in persona, insieme al primo ministro e ad altre personalità del Nasjonal Samling. Il seguito del viaggio fino alla caserma di Graz, in Austria, si era svolto in un clima di tale entusiasmo che i due fratelli non riuscivano quasi a mangiare né a chiudere occhio. Poi vennero il campo di addestramento, il cameratismo, la disciplina e tutte le belle parole.

Ben presto, però, arrivarono anche le delusioni. Credevano che i soldati norvegesi sarebbero stati riuniti in uno dei tre reggimenti della divisione Wiking, quello chiamato Nordland. Invece li dispersero ovunque, insieme ai finlandesi, agli europei dell’est e a tutto un raccogliticcio di varie nazioni.

Li mandarono in Polonia, dove se la videro con infinite tappe di trasferimento e poche battaglie. Le armi erano pesanti e poco pratiche, il cibo di cattiva qualità e i soldati tedeschi guardavano dall’alto in basso tanto i norvegesi quanto quelli delle altre nazioni.

Poi venne lo spostamento a nord, verso la frontiera russa. Verso quello che qualche mese più tardi sarebbe diventato il fronte orientale. Venne l’inverno, e portò un gelo e una disperazione che i due fratelli non avevano ancora mai conosciuto.

Nils cominciò a parlare di fuga, di trovare un modo per tornare in Norvegia. Quando finivano di montare il campo restava spesso in branda a piangere. Solo i capelli biondi, sporchi e opachi, spuntavano dal sacco a pelo scadente, di cotone trapuntato. Lo sguardo aveva perso ogni scintilla di vita.

A un tratto, forse per errore, forse perché confusi con soldati finlandesi, alcuni di loro furono fatti prigionieri dall’esercito russo. Pensarono che il malinteso sarebbe stato chiarito in fretta, appena qualcuno si fosse accorto che erano norvegesi, ma si videro mescolare a soldati di altre nazionalità: cecoslovacchi, polacchi, finlandesi e un inglese. A nulla servirono i tentativi di chiarimento, né il fatto che indossassero uniformi tedesche. Gli ufficiali russi erano perennemente ubriachi e ogni tanto uccidevano un prigioniero perché a nessuno venisse in mente di disturbarli.

Furono mandati ancora più a nord, prima in treno, a bordo di vagoni aperti, poi a piedi. Avanzavano nell’entroterra su sentieri fangosi, e chi cadeva era fucilato senza un attimo di esitazione. Alla fine raggiunsero un campo di prigionia in una vasta pianura: nient’altro che qualche baracca circondata da una triplice barriera di filo spinato. Rimasero lì per qualche mese, finché arrivò l’ordine di giustiziare tutti i prigionieri e bruciare e radere al suolo le baracche. Perché i russi avrebbero dovuto sprecare energie e risorse per occuparsi di loro?

I prigionieri furono costretti a sdraiarsi in lunghe file nella tundra innevata, e i carri armati cominciarono a passarci sopra. Ottar aveva messo un braccio intorno a Nils, che giaceva al suo fianco.

A pochi metri dai due fratelli il carro si bloccò, scivolando nella fanghiglia gelata e nei resti umani. D’altra parte era già notte fonda. La squadra russa si ritirò nelle tende a fare il pieno del suo dolciastro e nauseante , vodka a buon mercato e confettura di prugne. In lontananza alte fiamme illuminavano il cielo. Erano le baracche del campo che bruciavano con dentro gli ultimi prigionieri, quelli che non erano riusciti ad alzarsi per uscire.

Quando i russi abbandonarono gli automezzi, Ottar rimase immobile per un bel po’, sentendo il gelo montare dal suolo e intorpidirgli i sensi. Ma alla fine si mise a quattro zampe. Nessuno sparava, non c’erano russi nelle vicinanze. Tutti gli altri prigionieri erano immobili, compreso il fratello. Un po’ trascinandolo e un po’ caricandolo sulle spalle riuscì a portarselo dietro privo di conoscenza com’era, senza pensare alla direzione, senza neppure tentare di nascondersi. Alla fine inciampò in qualche cespuglio basso, stramazzò al suolo e si addormentò.

Li svegliò un sole pallido che attraversava la nebbia leggera. Ma se non si fossero imbattuti in una baracca abbandonata in cui accendere un fuoco nel primitivo camino in mezzo alla stanza, se non avessero trovato gli avanzi di un pasto e il clima non si fosse addolcito, di loro sarebbero rimasti solo i cadaveri, congelati in mezzo alla tundra.

Lentamente ripresero vigore. Rimasero qualche giorno nella baracca, Ottar non avrebbe saputo dire quanti. Il tempo non aveva più alcuna importanza. Mangiarono burro rancido trovato in una stretta angoliera insieme ai resti di...



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