Lagerlöf | Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, Band 3, 747 Seiten

Reihe: I Miniborei

Lagerlöf Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson


1. Auflage 2017
ISBN: 978-88-7091-247-0
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, Band 3, 747 Seiten

Reihe: I Miniborei

ISBN: 978-88-7091-247-0
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Dalla fantasia di Selma Lagerlöf, la prima donna ad aver vinto il Premio Nobel, il classico per l'infanzia più amato nel Nord Europa finalmente in versione integrale e in una nuova traduzione. Nils Holgersson è un ragazzino ribelle e dispettoso, sempre pronto a tormentare gli animali della fattoria dove vive con i genitori. Ma il giorno in cui si azzarda a giocare un brutto scherzo a un folletto, si ritrova di colpo piccolo come un topolino. Solo e spaventato, Nils sale sul dorso di Mårten, un papero domestico che sfidando la sua natura si unisce a uno stormo di oche selvatiche nel loro lungo volo migratorio fino in Lapponia. Comincia così il meraviglioso viaggio di Nils attraverso tutta la Svezia, sulle ali del suo papero in cerca di libertà, sotto la guida di Akka, la saggia oca capostormo, e sempre in fuga da Smirre, l'astuta volpe cacciatrice. Ogni tappa è un universo di avventure, incontri e scoperte sulla natura, gli animali, la geografia del paesaggio e la storia dell'uomo, che nel bene e nel male continua a modificarlo, intrecciate a leggende, richiami a un passato mitico e fiabe senza tempo. Tra le magie della natura e della fantasia, Nils imparerà cosa sono l'amicizia, il rispetto per gli altri e per l'ambiente, il coraggio e la solidarietà. Pubblicato nel 1906 dalla scrittrice e maestra elementare che tre anni dopo avrebbe ricevuto il Nobel per la letteratura, ideato come libro didattico per le scuole, 'Nils Holgersson' è diventato il grande classico del Nord per l'infanzia, tradotto in più di quaranta lingue e adattato in film e cartoni animati, amato da generazioni di giovani lettori in tutto il mondo.

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Le oche selvatiche


Il ragazzo non riusciva proprio a credere di essere stato trasformato in folletto. “Sarà solo un sogno e uno scherzo della fantasia”, pensò. “Se aspetto un attimo, ridiventerò di sicuro un essere umano.”

Si mise davanti allo specchio e chiuse gli occhi. Li riaprì solo dopo un paio di minuti, aspettandosi che fosse passato tutto. E invece no: era e restava sempre piccolo. Per tutto il resto era esattamente come prima. I capelli chiari come il lino e le lentiggini sul naso, le toppe ai calzoni di pelle e i rammendi alla calza: tutto uguale, solo che si era ristretto.

No, non serviva a niente starsene lì ad aspettare, se ne accorse subito. Gli sarebbe toccato tentare un’altra strada. E l’idea più saggia gli sembrò quella di trovare il folletto e fare la pace con lui.

Saltò giù a terra e si mise a cercare. Guardò dietro sedie e credenze e sotto il divano letto e nel forno. S’infilò perfino in un paio di tane di topi, ma non riuscì a scovarlo.

Mentre cercava, pianse e implorò e promise tutto quello che gli veniva in mente. Mai più sarebbe venuto meno alla parola data, mai più sarebbe stato cattivo, mai più si sarebbe addormentato leggendo il sermone. Se solo fosse potuto tornare un essere umano, sarebbe diventato un bravo ragazzo, gentile e ubbidiente. Ma qualsiasi cosa promettesse, non serviva proprio a nulla.

Tutt’a un tratto si ricordò di aver sentito dire dalla mamma che il piccolo popolo in genere abitava nella stalla delle mucche, e decise subito di andarci per vedere se il folletto fosse per caso là dentro. Per fortuna la porta era socchiusa, visto che non sarebbe riuscito ad arrivare al chiavistello per aprirla, e passò senza difficoltà.

Nell’androne si guardò intorno in cerca degli zoccoli, perché in casa naturalmente girava solo in calzettoni. Si chiedeva come se la sarebbe cavata con quegli zoccoli di legno grossi e pesanti, ma proprio in quel momento ne vide un paio minuscolo sulla soglia. Quando si rese conto che il folletto era stato così previdente da rimpicciolirgli anche gli zoccoli, si preoccupò ancora di più. Si sarebbe detto che quella sciagura fosse destinata a durare a lungo.

Sul vecchio tavolato di rovere davanti alla soglia saltellava un passero. Appena posò gli occhi sul ragazzo, esclamò: «Cipicì! Cipicì! Guardate Nils il guardiano di oche! Guardate Pollicetto! Guardate Nils Holgersson Pollicetto!»

Sia le oche che le galline si voltarono subito verso il ragazzo, e fu tutto uno starnazzare. «Chicchirichì!» fece il gallo. «Ben gli sta. Chicchirichì, mi ha tirato la cresta.» «Coccodé, ben gli sta», chiocciarono le galline, continuando poi a ripeterlo all’infinito. Le oche si raccolsero a capannello, avvicinarono le teste e chiesero: «Chi sarà stato? Chi sarà stato?»

Ma la cosa più strana era che il ragazzo capiva tutto quello che dicevano. Era talmente stupito che si fermò sul gradino ad ascoltare. Dev’essere perché sono stato tramutato in folletto, pensò. Sarà senz’altro per questo che capisco i versi degli uccelli.

Trovava insopportabile che le galline continuassero a ripetere che gli stava bene. Tirò loro un sasso gridando: «Zitte, marmaglia che non siete altro!»

Ma non aveva pensato che non era più uno che potesse far paura alle galline. Tutto il gruppo si precipitò verso di lui, lo circondò e si mise a gridare: «Coccodè, coccodè, ben ti sta! Coccodè, coccodè, ben ti sta!»

Il ragazzo cercò di scappare, ma le galline lo rincorrevano e schiamazzavano tanto che quasi lo assordavano. Non sarebbe mai riuscito a sbarazzarsene se non fosse arrivato il gatto di casa. Non appena lo videro, le galline tacquero e finsero di pensare solo a raspare la terra in cerca di lombrichi.

Il ragazzo corse subito incontro al gatto. «Caro Micio», disse, «tu che sicuramente conosci tutti gli angolini e i nascondigli della fattoria, dimmi, ti prego, dove posso trovare il folletto.»

Il gatto non rispose subito. Si sedette con la coda ben arrotolata davanti alle zampe e fissò il ragazzo. Era un grosso gatto nero con una chiazza bianca sul petto. Il pelo liscio luccicava al sole. Le unghie erano ritratte e gli occhi erano di un grigio uniforme, con una sottile fessura al centro. Aveva un’aria molto mite.

«Certo che so dove abita il folletto», rispose con voce vellutata, «ma non è detto che voglia rivelarlo a te.»

«Caro Micio, bisogna proprio che tu mi aiuti», insistette lui. «Non vedi che mi ha stregato?»

Il gatto aprì un pochino gli occhi, lasciando che cominciasse a trasparire la verde cattiveria. Prima di rispondere, fece le fusa tutto compiaciuto. «Dovrei forse aiutarti per tutte le volte che mi hai tirato la coda?» chiese alla fine.

Allora il ragazzo si arrabbiò e dimenticò di essere piccolo e inerme. «Guarda che posso tirartela un’altra volta, sai?» gridò correndo verso di lui.

Un attimo dopo il gatto era così cambiato che il ragazzo quasi non riusciva a credere che potesse essere lo stesso animale. Aveva tutti i peli ritti, la schiena arcuata, le zampe puntate, gli artigli che grattavano la terra, la coda corta e spessa, le orecchie tese indietro, la bocca che soffiava e gli occhi spalancati che bruciavano come tizzoni ardenti.

Il ragazzo non voleva lasciarsi spaventare da un gatto e avanzò di un altro passo, ma a quel punto il gatto fece un balzo, piombò dritto su di lui, lo mandò a gambe all’aria e gli si piazzò sopra con le zampe davanti sul petto e le fauci spalancate sulla gola.

Il ragazzo sentì gli artigli penetrargli nella pelle attraverso il panciotto e la camicia e i canini affilati solleticargli la gola, e chiamò aiuto con quanto fiato aveva in corpo.

Non arrivò nessuno, e ormai era sicuro che fosse giunta la sua ora. Proprio allora il gatto ritirò le unghie e si staccò dalla gola.

«Ecco fatto», disse. «Per ora può bastare. Questa volta ti risparmio, per amore della padrona. Volevo solo che tu sapessi chi comanda tra noi due, adesso.»

Detto questo, il gatto se ne andò con lo stesso pelo liscio e la stessa aria mite di poco prima. Il ragazzo si vergognò al punto che non disse una parola e si affrettò verso la stalla in cerca del folletto.

Dentro c’erano solo tre mucche. Ma quando entrò il ragazzo, si scatenò un tale baccano di muggiti che sembrava fossero almeno trenta.

«Muuu, muuu, muuu», muggiva Rosa. «Meno male che al mondo c’è giustizia!»

«Muuu, muuu, muuu», facevano in coro tutt’e tre. Il ragazzo non capiva quel che dicevano, tanto si coprivano la voce a vicenda.

Voleva chiedere del folletto, ma non riusciva a farsi sentire perché le mucche erano tutte in subbuglio. Si comportavano come quando liberava nella stalla un cane sconosciuto: scalciavano con le zampe posteriori, scuotevano le catene che le tenevano legate, abbassavano la testa e prendevano la mira con le corna.

«Vieni qui», disse Rosa, «e ti arriva un calcio che ti ricorderai per un pezzo!»

«Vieni qui», disse Lilia, «e ti faccio ballare sulle corna!»

«Vieni qui, e sentirai quello che sentivo io quando mi lanciavi uno dei tuoi zoccoli, come facevi sempre l’estate scorsa!» muggì Stella.

«Vieni qui, così ti ripago per la vespa che mi hai ficcato nell’orecchio!» tuonò Lilia.

Rosa era la più vecchia e assennata delle tre, e la più rabbiosa. «Vieni qui», disse, «così ti ripago per tutte le volte che hai tirato via lo sgabello da sotto tua madre che mungeva e per tutti gli sgambetti che le hai fatto quando portava i secchi del latte e per tutte le lacrime che ha versato per te qui dentro!»

Il ragazzo voleva rispondere che era pentito di essere stato cattivo con loro e che d’ora in poi sarebbe diventato buonissimo, se solo gli dicevano dove trovare il folletto. Ma le mucche non gli davano retta. Si agitavano tanto da fargli temere che magari una potesse liberarsi, e decise che era meglio svignarsela dalla stalla.

Quando uscì era piuttosto scoraggiato. Capiva benissimo che alla fattoria nessuno voleva aiutarlo a trovare il folletto. E se anche l’avesse trovato, sarebbe servito a ben poco.

Si arrampicò sul largo muricciolo di pietre coperto di rovi e tralci di more che circondava la proprietà e si sedette a meditare su come sarebbe andata se non fosse ridiventato un essere umano. Tornati a casa dalla chiesa, i suoi sarebbero rimasti di sasso. Sì, il paese intero sarebbe rimasto di sasso e la gente sarebbe venuta da Östra Vemmenhög e da Torp e da Skurup: dall’intero distretto di Vemmenhög sarebbero venuti a vederlo. E magari i suoi l’avrebbero portato alla fiera di Kivik per esibirlo.

No, era un pensiero terribile. Meglio allora che nessun essere umano potesse mai più vederlo.

Si sentiva tremendamente infelice....



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