Lagerlöf | Il violino del pazzo | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 128 Seiten

Reihe: Narrativa

Lagerlöf Il violino del pazzo


1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-7091-862-5
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 128 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7091-862-5
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Bello e talentuoso, Gunnar, studente a Uppsala, più di tutto ama la musica. Solo quando suona il suo violino gli pare che la vita abbia senso: gli basta sfiorare le corde con l'archetto perché il tempo si fermi e la musica sgorghi da sola, mentre nella sua estasi trascina con sé chi lo ascolta. È un dono che ha ereditato dal nonno, come l'amato maniero in cui è cresciuto, che lo distoglie dai suoi doveri di studente. Un pomeriggio tra il suo pubblico c'è Ingrid: lei gira con un gruppo di saltimbanchi con il nonno cieco, anche lui violinista. Ingrid suona la chitarra e sa cantare, ma non ama mostrarsi, anche se i suoi sorrisi illuminano chi la guarda. Rimane folgorata da Gunnar, che con sensibilità ha subito colto l'essenza della sua natura, ma non sa che lui, quel giorno, ha sciolto nella sua travolgente esecuzione il dolore di un annuncio: la famiglia è in rovina, solo i suoi guadagni potrebbero risollevarne le sorti. E l'amico che gliel'ha rivelato gli ha sequestrato il violino perché non si distragga. Ma può un artista vivere privato della sua arte? Può cedere la sua anima in cambio di un maniero? Gunnar, così, si perde nella follia. Le vie della musica, però, come quelle dell'amore, sono imperscrutabili, e c'è chi arriva a riconoscere in suoni sconnessi una melodia e in tratti alterati un volto amato, rimasto impresso un lontano pomeriggio nei sogni e nel cuore. Tra saltimbanchi, musiche indiavolate, una sepolta viva e misteriose apparizioni, Selma Lagerlöf intreccia con il suo stile inconfondibile i toni della fiaba alle peripezie del romanzo d'avventura, per parlare di arte e società, di pazzia e normalità, di speranza e disperazione, di amore e di cura.

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1


Era una bella giornata d’autunno verso la fine degli anni Trenta. A quell’epoca c’era a Uppsala una casa alta e gialla, di due piani, stranamente isolata in mezzo a un piccolo prato, ai margini della città. Era una casa piuttosto tetra e poco attraente, ma abbellita da una rigogliosa vite vergine che, dal lato esposto al sole, si arrampicava così in alto sul muro giallo da incorniciare completamente le tre finestre del piano superiore.

In una stanza dietro una delle finestre incorniciate dai tralci, uno studente beveva il suo caffè del mattino. Era un giovane alto e bello, dall’aria fine. I capelli, lievemente ricci, erano pettinati all’indietro lasciando scoperta la fronte, a parte una ciocca ribelle che si ostinava a ricadergli sugli occhi. Benché vestito in abiti comodi da casa, era ugualmente elegante.

La stanza era accogliente, c’era un buon divano, delle sedie imbottite, una grande scrivania e solidi scaffali, ma quasi nessun libro.

Prima che facesse in tempo a finire il suo caffè, un altro studente entrò nella camera. Era un tipo tutto diverso: piccolo, spalle grosse, forte e tarchiato, brutto, la faccia troppo larga, i capelli sottili e i tratti grossolani.

«Senti, Hede», disse, «sono venuto perché devo parlarti seriamente.»

«Ti è successo qualcosa di spiacevole?»

«Oh, no, non a me», rispose l’altro. «È di te che si tratta.» Rimase zitto per un po’ a occhi bassi. «Diavolo, è davvero imbarazzante dirtelo.»

«E allora lascia perdere», suggerì Hede, divertito dal tono grave dell’amico.

«No, è proprio quello che non posso più fare», ribatté l’ospite. «Avrei dovuto parlartene già da tempo, ma non sono la persona più adatta, capisci? Non posso fare a meno di pensare che tu sarai già lì a dirti: “Guarda un po’, questo Gustaf Ålin, che è il figlio di un nostro bracciante, e adesso si crede diventato chissà chi, tanto da venirmi a dare lezioni.”»

«Ma no, Ålin», protestò Hede. «Come fai a credere che io possa pensare una cosa del genere? Anche mio nonno era figlio di contadini.»

«Sì, ma nessuno ormai se ne ricorda più», proseguì Ålin. Sedeva imbarazzato e rigido davanti a Hede e a ogni istante che passava riprendeva sempre più i suoi modi da contadino, come se potessero aiutarlo a trarsi d’impaccio.

«Sai, quando penso alla differenza che c’è tra la tua famiglia e la mia, mi dico che farei meglio a stare zitto, ma quando mi torna in mente che è stato grazie a tuo padre, a suo tempo, che ho potuto proseguire gli studi, mi convinco che sia mio dovere parlare.»

Hede lo guardò con una bella espressione negli occhi.

«E allora parla, dai, così ti liberi dal tuo assillo», disse.

«Il fatto è», riprese Ålin, «che sento dire in giro che non stai combinando niente, che non hai praticamente aperto libro nei quattro semestri che hai passato qui all’università. Pare che tu non faccia altro che suonare il violino tutto il giorno, e non posso che ritenerlo plausibile, visto che non avresti voluto fare altro neppure in passato, quando andavi a scuola a Falun, solo che allora eri obbligato a studiare.»

Hede si irrigidì, raddrizzandosi sulla sedia. Ålin si sentì ancora più infelice, ma tenne fede alla sua determinazione:

«Certo penserai che il proprietario di una tenuta come Munkhyttan debba essere libero di fare quel che gli pare e piace: lavorare se vuole, e lasciar perdere se non ne ha voglia. Se prende il diploma, bene, se non lo prende, bene lo stesso, tanto tu non vuoi fare altro che il padrone della tenuta e passare a Munkhyttan tutta la tua vita. Capisco perfettamente che è così che la pensi.»

Hede taceva e a Ålin parve vederlo circondato da quello stesso muro di rispettabilità che ai suoi occhi aveva sempre circondato suo padre, il Consigliere alle miniere, nonché la Consigliera, come veniva chiamata l’esimia consorte.

«Si dà il caso però che Munkhyttan non è più quella di una volta, quando la miniera di ferro era ancora fruttifera», riprese con una certa esitazione. «Tuo padre ne era certamente al corrente; per questo, prima di morire, aveva deciso che tu dovessi studiare. E anche tua madre lo sa, povera donna, e lo sa tutta la circoscrizione. L’unico a non sapere niente sei tu, Hede.»

«Vorresti insinuare», intervenne Hede con lieve irritazione, «che non so che la miniera di ferro non è più sfruttabile?»

«No, no», rispose Ålin, «questo lo sai benissimo. Ma, vedi, quello che non sai è che Munkhyttan ha i giorni contati. Basta che ci rifletti un attimo e lo capisci da te che non si può vivere di sola agricoltura dalle nostre parti, nell’Ovest della Dalecarlia. Ecco, non so perché tua madre te l’abbia tenuto nascosto. Certo, è vero che è sempre l’unica proprietaria e non ha nessun obbligo di consultarsi con te. Comunque, là da noi, si sa che vive in ristrettezze. A quanto dicono, continua a chiedere prestiti a destra e a manca. Di sicuro non ha voluto angosciarti con le sue preoccupazioni, convinta com’è di poter tirare avanti finché tu non ti laurei. Non vuole vendere la proprietà prima che tu abbia finito gli studi e ti sia trovato una nuova casa!»

Hede si alzò e fece qualche passo avanti e indietro nella stanza. Quindi si fermò di fronte a Ålin. «Senti un po’, amico mio, tu vuoi darmi da bere stupidaggini. Noi siamo ricchi.»

«So bene che per il momento siete ancora considerati dei signori, là da noi», rispose Ålin. «Ma lo capisci anche tu che non si può andare avanti per molto quando ci sono solo soldi che escono e niente che entra. Era ben diverso, quando avevate la miniera!»

Hede tornò a sedersi.

«Mia madre mi avrebbe informato», disse. «Ti sono grato, Ålin, ma ti sei lasciato allarmare da qualche pettegolezzo.»

«Già, lo immaginavo che non ne sapessi nulla», proseguì Ålin senza demordere. «A Munkhyttan, tua madre è costretta a fare economie e a consumarsi per trovare i soldi da mandarti qui a Uppsala e per riuscire a mantenere un’atmosfera allegra e spensierata quando torni a casa per le vacanze tra i semestri. E intanto tu te ne stai qui a far niente, ignaro del pericolo che vi minaccia… Non ce la facevo più a guardarvi mentre vi mentivate così a vicenda. La tua signora madre crede che tu studi, e tu credi che lei sia ricca. Non potevo lasciarti rovinare il tuo futuro senza dirti niente.»

Hede rimase in silenzio per un po’, immerso nei suoi pensieri. Quindi si alzò e tese la mano a Ålin con un sorriso mesto. «Sta’ sicuro che vedo che dici la verità, anche se non voglio crederti. Grazie!»

Ålin ricambiò la stretta di mano, raggiante di soddisfazione.

«Devi anche capire, Hede, che niente è perduto, basta che ti impegni. Devi solo darti da fare. Con la testa che hai, puoi benissimo arrivare alla laurea in sette o otto semestri.»

Hede si raddrizzò.

«Sta’ tranquillo, Ålin», disse, «d’ora in poi mi metto d’impegno.»

Ålin si alzò e andò verso la porta, ma sembrava titubante e, prima di raggiungerla, si voltò.

«Avevo anche un’altra cosa da chiederti», disse, di nuovo in preda a un grande imbarazzo. «Vorrei pregarti di prestarmi il tuo violino, finché non ti sarai rimesso al passo con gli studi.»

«Prestarti il mio violino?»

«Sì. Avvolgilo bene nella sua fodera di seta, chiudilo nella custodia e lascia che me lo porti via, altrimenti non ce la farai mai a studiare. Neanche sarò uscito da quella porta che tu ti sarai già messo a suonare. Sei talmente abituato, ormai, che non sapresti resistere, se ce l’hai qui. Non sono cose che si vincono, senza un aiuto esterno. È più forte di noi.»

Hede pareva contrariato.

«Questa è un’assurdità», disse.

«No, non è un’assurdità. Sai benissimo che l’hai ereditata da tuo padre, la passione della musica, ce l’hai nel sangue. E da quando vivi a Uppsala, e sei padrone di te stesso, non fai altro che suonare. Se sei venuto ad abitare qui, fuori città, è perché non volevi disturbare nessuno suonando. Non puoi aiutarti da solo, in questa storia. Lascia che ti porti via il violino!»

«È vero», ammise Hede, «fino a poco fa non sarei riuscito a trattenermi. Ma adesso si tratta di Munkhyttan. Preferisco la mia casa al mio violino.»

Ålin tuttavia insistette a reclamare ostinatamente il violino.

«Ma a cosa serve?» chiese Hede. «Se voglio suonare, non devo andare lontano per farmene prestare un altro.»

«Lo so», rispose Ålin, «ma non credo che un altro violino sarebbe altrettanto pericoloso. È questo vecchio violino italiano il tuo vero pericolo. E in più pensavo di proporti di lasciarti chiudere a chiave nella tua stanza, nei primi giorni. Giusto il...



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