Laird | Il ritorno degli dei | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 379 Seiten

Reihe: Sotterranei

Laird Il ritorno degli dei


1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-3389-066-1
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 379 Seiten

Reihe: Sotterranei

ISBN: 978-88-3389-066-1
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Alison vive ancora nella piccola cittadina dell'Irlanda del Nord dov'è nata, lavora nell'agenzia immobiliare del padre e spera che il suo secondo matrimonio rappresenti finalmente la svolta che sta cercando da anni. Sua sorella Liz, che ha preso le distanze dalla famiglia e vive a New York, torna a casa per le nozze di Alison prima di proseguire il suo viaggio alla volta di un'isola al largo della Papua Nuova Guinea: lì, nelle sue vesti di antropologa, dovrà realizzare un documentario su una religione di recente fondazione. Ma la vita delle due sorelle sta per subire un nuovo scossone: Alison scoprirà che il suo nuovo marito ha un passato al quale non si può sfuggire, mentre Liz, immersa in una foresta pluviale, si troverà sempre più coinvolta nel mondo di Belef, la misteriosa donna a capo del culto. Sapientemente costruito lungo due assi paralleli, Il ritorno degli dei affronta alcune grandi ossessioni dell'immaginario contemporaneo: l'inutilità di ogni fuga dal passato, l'esigenza di fare i conti con un'eredità difficile, la ricerca di nuove divinità e di una fede che possa sovvertire le leggi della ragione e della scienza.

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«Pronto».

«Ci serve del latte? Il giornale l’hai preso?»

«L’ho preso, sì».

Kenneth aprì il frigo.

«Abbiamo... mezzo cartone di parzialmente scremato».

«C’è per caso del latticello?»

«Vuoi fare il soda bread?»

«Avevo intenzione di farlo».

«Non mi pare di vederne».

«Prendo dei pancake alla mela per Liz. Per caso i tipi del tendone si sono fatti vivi?»

«Non ancora. Sul ho visto la pubblicità di pantaloni con la vita elasticizzata...»

«Ce li ho già».

«Mi sembrano molto convenienti».

Judith fece un sospiro: «Se voglio comprarmi dei pantaloni elasticizzati vado da Cunningham e me li com...»

«Sto solo dicendo che questi qui mi sembrano convenienti. Costano ventinove e novantanove. E sono di tutti i colori. Rosa salmone. Malva. Cunningham a quanto li vende? Il doppio? Il triplo?»

«Perché non te ne ordini un paio per te?»

Stavolta fu Kenneth a sospirare. Il fatto che Kenneth fosse sovrappeso non era in discussione, ma se c’era qualcuno che aveva bisogno di pantaloni elasticizzati era proprio Judith: l’escrescenza mortale nascosta di cui erano venuti a conoscenza dopo le radiografie adesso era diventata una presenza fisica, sbucava da sotto le cinture, e i cardigan non bastavano più a coprirla. Facendo riferimento alla cosa per primo, sebbene indirettamente, suo marito aveva appena infranto una regola non scritta. Judith non aveva bisogno che le venisse ricordato. Se voleva parlarne lo decideva lei.

«Liz ha chiamato?», chiese dirottando la conversazione su un altro argomento. All’altro capo del filo Kenneth sentiva il motore di un trattore che girava nei pressi della macchina di sua moglie, e la mano di lei che picchiava impaziente sul volante.

«No».

«Si aspetta che andiamo a prenderla in aeroporto?»

«Be’, è una donna adulta, direi, sono certo che se così fosse ce lo farebbe sapere».

«Sono a casa tra cinque minuti», disse Judith.

Dopo qualche istante Kenneth disse: «Ti lascio comunque la rivista in giro così puoi dare un’occhiata, se ti va».

Judith emise l’ultimo e quindi definitivo sospiro di quella conversazione.

Kenneth ricollegò il telefono al caricabatteria. Sentì di nuovo il e ricordò il motivo per cui era fermo in cucina. Aprì lo sportello della lavastoviglie, avvertendo una fitta al legamento del gomito. No, non era la lavastoviglie. L’odore funesto di marciume del pasticcio di pesce del giorno prima. Spinse lo sportello del frigo per controllare che la guarnizione fosse intatta e fuori, sul prato del retro, dietro il giardino giapponese, vide una chiazza beige. Con una mano si portò gli occhiali da lettura sulla fronte, e con l’altra si posò sul naso quelli per miopia. In mezzo all’erba c’era un coniglio, che masticava con aria stupida e insolente.

Kenneth picchiò sul vetro della finestra col sigillo dell’anello d’oro. Due cince more volarono fuori dalla mangiatoia degli uccelli, lambirono l’asfalto e si posarono di nuovo. Ma il coniglio non si mosse. .

Kenneth picchiò di nuovo sul vetro. . Occhiata. Niente. Per un attimo Kenneth si dimenticò della «presenza guida» sulla quale stava lavorando da settembre con Theresa, la loro terapista, per riuscire a raggiungere «la giusta consapevolezza» che gli avrebbe permesso di guidare il timone di quella barca, che era lui stesso, tra le infide correnti di «questa nuova vita». Batteva con forza esplosiva sulla finestra con il lato del pugno.

Il coniglio puntò lo sguardo verso la casa, ma alla fine decise che, no... a pensarci bene declinava l’offerta. . Kenneth aveva la base del palmo indolenzita, ma per breve tempo si era sentito sollevato da quello sbattere una cosa contro un’altra cosa. «La rabbia», secondo Theresa, «viene dal sentirsi impotenti». Be’, sì. . Un’improvvisa intuizione: Kenneth superò di corsa il tavolo e spinse il grosso pulsante del microonde. Lo sportellino si aprì di scatto rivelando una chiazza vagamente spermatica: farina d’avena incrostata sul piatto tondo di vetro smerigliato. Ma no, non era il microonde. Si sedette in punta al divano, e aspettò. Non un rumore nella stanza. Si alzò e aspettò, e nella stanza non c’era alcun rumore. Tornò in cucina e si fermò davanti alla finestra: guardò fuori, e aspettò. .

Il cielo sopra le colline lontane era pesante di pioggia che presto sarebbe caduta. Sidney, il fratello maggiore, di lì a un’ora avrebbe riportato dentro il bestiame. Si sarebbe inzuppato d’acqua.

In ogni stanza della casa c’era qualcosa che stava morendo, che reclamava attenzione o che chiedeva di essere curata, trattata amorevolmente e riportata in forze. Dietro il coniglio, sul fianco della collina nel campo di McMullens, il traliccio, il vettore di tutta quell’energia, stava con le braccia allargate come san Kevin, l’espressione di un dolore senza fine, portando la novella del calore e della luce a tutte le brave persone di buona volontà che pagavano le bollette. All’altezza della siepe di faggio il palo del telegrafo incontrava un cavo nero di considerevoli dimensioni e lo accompagnava nel terreno dove s’infilava in una serie di tubi compositi sotto il prato ben rasato e le aiuole di fiori dai colori vivaci, una fila di patate piantate lungo il recinto rivestito di bitume, i tre meli dal tronco ricurvo, l’asfalto e il pavimento del patio riverniciato di fresco, per poi sbucare di nuovo in superficie all’altezza della porta sul retro, in mezzo ai fili rivestiti di gomma sulla parete, aggirando i circuiti del portafusibili e arrivando a casa sua per alimentare quel cazzo di la cui origine continuava a sfuggirgli.

Sentì il rumore della grata antibestiame e un istante dopo la Volvo di Judith sbucò dal retro della casa. Il coniglietto schizzò via sull’erba a tutta velocità infilandosi nella siepe di faggio. Kenneth trovò un che di soddisfacente nella natura definitiva di quel movimento – nel modo in cui le foglie ramate fagocitarono quella codina a bottoncino. La cosa che gli piaceva di più era vedere i problemi che si dissipavano da soli. Pensò a Liz, la figlia maggiore, che gli andava incontro da una distanza di venticinque anni, dalla cunetta del campo dietro la casa di Faulkner, riportandogli un coniglio a cui Kenneth aveva appena sparato. Il braccino sottile e proteso della bambina, il coniglio che penzolava tenuto per le orecchie, con un filo di pipì che ancora gocciolava. Ricordava sua figlia che si ritraeva dalla bestiola, con la bocca serrata e la concentrazione di chi non vuole tradire nessuna emozione. Aveva sparato nella parte posteriore dell’animale, il pallino era entrato dalla schiena. Mentre Liz avanzava, dalla coda si staccavano pezzi di lanuggine bianca come semi di soffione.

Mise su il bollitore e ci poggiò le dita finché non cominciarono a fargli male per il calore. Che ore erano? Le undici? E un quarto. Si sentiva assonnato e pesante, come sul punto di cadere in avanti sul bancone. Fece un accenno, lasciando che la pancia spingesse leggermente contro il bordo smussato. Un calendario della missione New Truth era appeso a un chiodo vicino alla finestra; un bimbetto nero gli sorrideva direttamente dall’Africa, felicissimo di ricevere qualche misero spicciolo di quelle otto sterline che Kenneth inviava mensilmente con l’addebito diretto. Il bambino aveva una testa perfettamente tonda, e occhi perfettamente tondi con pupille perfettamente tonde, cerchi neri dentro cerchi bianchi dentro un cerchio nero...

Judith intanto era tornata, era sulla soglia: sarebbe entrata e gli eventi si sarebbero susseguiti, la vita sarebbe andata avanti. Uno storno era appeso a testa in giù sulla mangiatoia, intento a mutilare con una raffica di beccate selvagge la grossa palla di mangime che Kenneth aveva messo fuori dopo colazione. Finivano in fretta. Solo un paio di settimane prima ne aveva comprate venti al Poundland. La portiera della Volvo si richiuse rumorosamente. Il cielo sopra le Sperrin Mountains era una lastra di piombo che lo isolava da tutte le fonti di energia: il calore del sole, la luce del sole. Cercava di allontanare il pensiero che di lì a due giorni nel suo giardino ci sarebbero state 112 persone ubriache che sicuramente avrebbero calpestato i fiori che aveva appena piantato nelle aiuole.

Il nuovo gli entrò nell’orecchio sinistro un millisecondo prima che gli entrasse nel destro. Con un piccolo grugnito di soddisfazione Kenneth si rese conto che doveva essere l’asciugatrice. La tenevano sopra la lavatrice, nel piccolo portico sul retro. Schiacciò il pulsante con il simboletto della chiave e l’oblò si aprì di scatto; tirò fuori il groviglio di vestiti e lo lasciò cadere nella cesta di plastica ai suoi piedi. Emanavano un caldo profumo di lillà. Kenneth sentì un leggero miglioramento dell’umore. Quell’ottimismo che viene da un carico di panni appena asciugati. Vedeva il mattino che si spandeva benevolo davanti a lui. Un po’ di televisione, uno di quei programmi di vendite all’asta. Un cappuccino. Un frollino al burro. Ma poi, mentre sollevava la cesta: . Proveniva dalle sue spalle, di nuovo dall’asciugatrice.

Kenneth vide in controluce dal vetro della porta sul retro l’immagine pixelata di Judith che armeggiava con le chiavi e disse ad alta voce:...



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