Laird | L'errore di Glover | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 286 Seiten

Laird L'errore di Glover


1. Auflage 2011
ISBN: 978-88-7521-345-9
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 286 Seiten

ISBN: 978-88-7521-345-9
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Il secondo romanzo dell'autore di 'La banda delle casse da morto' è un gustoso e raffinato dramma psicologico ambientato nella Londra di oggi. David Pinner, trentacinquenne di scarso fascino e blogger frustrato, incontra dopo anni Ruth Marks, una sua ex insegnante, donna di gran classe e artista dal successo internazionale, di cui è infatuato da sempre. Fra i due nasce un'amicizia che agli occhi di David potrebbe preludere a ben altro, ma l'imprevisto è dietro l'angolo, nei panni del suo coinquilino e amico James Glover: un ragazzo molto più giovane e belloccio, di buon cuore e senza nessuna velleità creativa. Fra Ruth e Glover scatta un'insolita attrazione, e David assiste agli sviluppi del loro rapporto con apparente simpatia ma malanimo sempre crescente; chi riuscirà a evitare che la tensione esploda in maniera irreparabile? Laird rilegge la più classica storia shakespeariana di gelosia (ma dall'inedita prospettiva dello Iago di turno) trasferendola in un mondo di intellettuali patinato e pretenzioso di cui ci offre una satira degna del miglior Woody Allen.

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L’INTRICATO MECCANISMO


Salirono le scale in processione diretti verso la cena: Ruth, poi David, poi Glover. Era da un po’ che il corridoio del palazzo non riceveva delle attenzioni. Manubri di biciclette, mobili, ombrelli e buste della spesa avevano segnato e sgraffiato le pareti un tempo bianche, tanto che ormai i muri sembravano quei blocchetti che si usano nelle cartolerie per provare le penne. Una lampadina senza paralume pendeva floscia dal soffitto. L’inverno passato c’era stata una perdita dal termosifone e la ruggine nei tubi aveva lasciato una macchia scura sulla moquette a forma di Africa. Il tizio che era venuto a leggere il contatore aveva chiesto a David se si trattava di sangue.

«Mi dispiace – James – mi dispiace di aver fatto quella scena isterica giù al portone».

«No, figurati. La colpa è anche mia».

«Però avresti anche potuto dirle qualcosa per tranquillizzarla».

«Ci ho provato, ma lei mi ha zittito. Anzi, in realtà è stata lei a minacciare me».

«Sì, è vero». Ruth scoppiò a ridere. «Ma sapete cos’è? Si sentono tante di quelle storie terribili che probabilmente mi aspetto che prima o poi qualcosa succeda anche a me».

Osservò la cucina, notando il calendario ad assicelle del ristorante cinese da asporto Fu Hu, la credenza senza un’anta, le chiazze tanniche di umido in un angolo del soffitto. David si sarebbe sentito in imbarazzo se non avesse avuto l’impressione che Ruth era anche una che sapeva adattarsi. Era abbastanza privilegiata da riuscire a sentirsi a casa ovunque e a considerare lo squallore come un segno di autenticità.

Ruth si appoggiò al lavello d’acciaio, guardando fuori dalla finestra, e David accanto a lei seguì il suo sguardo rivolto verso i rettangoli illuminati delle cucine distanti più in basso, i vassoi vuoti dei giardini color verde pallido.

«Se questa fosse casa mia passerei tutto il tempo a guardare qua fuori».

David l’aiutò a sfilarsi il cappotto giallo di lana; sotto era minutissima e vestita, naturalmente, di nero. Gli sembrava di aver rimosso il guscio protettivo di un oggetto e di ispezionarne ora l’intricato meccanismo. C’era qualcosa di fragile e vulnerabile in lei. David lo sapeva che non veniva da un bel periodo. A New York un uomo di nome Paolo le aveva spezzato il cuore.

«Mi fa piacere che tu sia riuscita a venire».

«Oh, ho tantissimo tempo libero. Nuova città, zero vita sociale. Quanto ci siamo divertiti al circolo di Larry, eh?»

«E ti ricordi quel bar in un seminterrato, dove siamo andati dopo? Con tutti quei motociclisti?»

«Che cantavano “Tanti auguri a te” alla barista».

Glover andò a togliersi gli abiti da lavoro e a David dispiacque, temette che il suo coinquilino potesse perdersi qualcosa, ulteriori prove dell’intimità fra lui e Ruth. Ma quando guardò Ruth non gli venne in mente nulla da dire. Tirò fuori il tappo di sughero che fece un secco plup. Gli ci sarebbe voluto un po’ di tempo per riprendere la sintonia che avevano in passato. Lei intanto leggeva una poesia attaccata allo sportello del frigo, con le mani sui fianchi, come sul punto di stiracchiarsi. I capelli erano più corti, più biondi, più lisci, i vestiti più attillati; sembrava che fosse stata messa tutta più a fuoco.

«Allora, cos’è che ti fanno fare in quanto artista ospite?»

David aveva servito la pasta al forno, affettato la baguette, messo nei piatti l’insalata di spinaci e rucola, e ora stava con le mani strette sullo schienale di una sedia, dondolandosi piano sulla punta dei piedi. Si sentiva stranamente passivo e voleva esercitare una qualche forma di dominio sulla stanza.

«Walter mi ha procurato un meraviglioso appartamento nel Barbican, e uno studio a dieci minuti da lì. Come spazio è stupendo, con questa luce inglese slavata che entra dai lucernari: è una vecchia fabbrica che, boh, non so bene cosa producesse un tempo». Aggrottò perplessa la fronte davanti ai misteri dell’industria.

«E tu, invece, cosa stai producendo?», disse Glover, versando dell’altro vino. A David sembrò di scorgere una certa presunzione nella sicurezza con cui si rivolgeva a Ruth. Quella sera Glover non doveva nemmeno essere a casa. In teoria avrebbe dovuto lavorare.

«A proposito», disse David, «prima o poi dovremmo parlare del nostro progetto».

«Per il momento non riesco a pensarci». Ruth scosse leggermente le spalle e David si sforzò di continuare a sorridere. «Adesso ho un milione di cose per le mani. Te l’ho detto che stanno facendo una retrospettiva qui a Londra, all’Institute of Contemporary Arts? E ieri ho passato tre ore a parlare con gli studenti, anche se devo dire che lì mi sono abbastanza divertita. Avevo perso l’abitudine». Sgranò gli occhi in direzione di David e lui guardò da un’altra parte. Ogni volta che i suoi occhi incontravano quelli di lei, lui avvertiva come una scarica, una piccola emozione che, se assecondata, avrebbe cominciato a rotolare, crescendo fino a diventare una valanga.

«Ero molto giovane, naturalmente, quando sono stata l’insegnante di David. Non molto più vecchia di lui, in realtà».

Una piccola parte di David avrebbe voluto sottolineare spietatamente: Eri più vecchia di dieci anni, proprio come adesso.

«Sei stata l’insegnante di David. Allora ecco di chi è la colpa». Glover rideva e i suoi occhi divennero due fessure in mezzo alla faccia, due cicatrici.

«Non tutta la colpa, spero».

David avvertì di nuovo una sgradevole sensazione di passività. Il forno aveva riempito di calore la cucina e lui andò a sollevare il telaio scorrevole della finestra appannata dietro il lavello; settembre cominciò immediatamente a rinfrescare la stanza.

«Sei stata mia insegnante solo per pochi mesi, e a dire la verità», rise, senza sapere nemmeno lui bene il perché, «penso che ormai il danno fosse già stato fatto».

Quella sera fu come un battesimo collettivo. Dopo cena si spostarono in soggiorno e a un certo punto il telefono di Ruth squillò. A quel suono lei si guardò attorno seccata, poi prese la borsa di tela ai piedi del divano e cominciò a frugarci dentro, tirando fuori un portafoglio di pelle nero stracolmo, due quaderni viola rilegati in seta, un libro di C?echov con la copertina rigida senza sopraccoperta, una piccola torcia Maglite, un portaocchiali argentato e infine un cellulare che somigliava, per forma e dimensioni, a un portaocchiali argentato.

«Il telefono di Ruth più che un cellulare sembra un citofono».

«Avrà una ventina d’anni».

Ruth li ignorò, e prima di rispondere guardò il display facendo una smorfia.

«Ciao, Karen, ciao... No, era prima. Ho sistemato tutto. Solo che non sapevo a quale modulo si riferissero... Va bene... No, sono con un amico... No, sono a casa dei ragazzi... Sì, domani va bene... Ok, perfetto». Ributtò il telefono nella borsa. David notò che aveva messo giù senza salutare.

«I ragazzi?», disse.

Dopo aver aperto una bottiglia di Amaretto che Glover aveva scovato sotto il lavello, Ruth annunciò che il pomeriggio del giorno dopo sarebbe andata alla National Gallery.

«Devi fare qualcosa in particolare?»

«Mah, non lo so, direi di no. Voglio solo farci un salto e vedere qualche quadro, e poi andare da un’altra parte e rifletterci un po’ su».

Glover si batté forte una mano sul petto in segno di lealtà. «Be’, io devo lavorare, ma David è libero, non è vero?» La sua voce nascondeva un accenno di risata; non aveva capito che a David avrebbe fatto piacere andarci.

«Posso controllare on-line e vedere che mostre ci sono».

«Oppure possiamo goderci la sorpresa», disse Ruth. David provò un leggero brivido di emozione per quel ci.

«E poi dovreste venire al Bell, sedervi e riflettere ben bene sui quadri».

David pensò che Ruth potesse offendersi, ma Glover ci aveva visto giusto. In fondo aveva una percezione molto solida di ciò che la gente voleva da lui.

Quella era una serata fuori dall’ordinario. David si sentiva bene. Era qualcosa di diverso ed era piacevole. Ruth sul suo divano. Un’artista. Un’americana. Una donna. Quando Glover le chiamò un taxi prima di andarsene finalmente a letto, loro due rimasero soli. David un po’ sperava e un po’ temeva che potesse nascere una maggiore intimità fra di loro – come se a quel punto potessero avvicinarsi l’uno all’altra e cominciare a confessarsi le verità più dolorose della loro vita – ma in realtà l’assenza di Glover generò un leggero disagio. Dopo che se ne fu andato lui, portare avanti una conversazione a tu per tu divenne uno sforzo, Ruth guardò l’orologio, poi poggiò il mento sulla mano, allargandosi quattro dita lungo la mascella. David immaginò quelle dita che si imprimevano sulla ciccia della sua schiena. Aspettavano il citofono e...



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